Un Veneto hub per costruire la pace, neutrale, spazio per ospitare missioni diplomatiche e punto di riferimento per fermare ogni guerra. È la speranza del consigliere regionale Davide Lovat, che ha rivolto un appello al Governatore Stefani. Noi di www.enordest.it abbiamo deciso di intervistarlo in esclusiva. Davide Lovat, 54 anni, bellunese, dottore in scienze politiche a indirizzo storico, attivista politico impegnato sul fronte della lotta contro il mondialismo, contro il relativismo progressista, per l’autodeterminazione dei popoli, è anche autore di diversi saggi di carattere storico e politico.
Consigliere Lovat, Lei si è rivolto al Governatore Stefani invitandolo a sostenere iniziative a favore della neutralità e della pace. Il suo appello è ristretto alla sola Regione Veneto?

“Il mio appello proviene dal cuore del popolo veneto che per lunga tradizione fu un popolo indipendente e pacifico, in seno alla Repubblica Serenissima, e che ancora conserva nei suoi geni la vocazione al commercio e allo scambio accogliente, in condizioni di reciproco rispetto con gli altri popoli. Ma riguarda in modo speciale tutta l’Italia, intesa come area di civiltà plurimillenaria, cioè ben più che come Stato unitario qual è solo da poco più di un secolo e mezzo. Un’area geografica e civile con delle peculiarità uniche, tali da renderla a tutti gli effetti la culla della civiltà cristiana, dalla quale è scaturito in tempi più recenti anche il cosiddetto Occidente. L’Italia detiene da sola oltre metà del patrimonio culturale, artistico e archeologico del mondo intero, oltre a ospitare al suo interno la Santa Sede Apostolica della Chiesa Cattolica.

Per queste sue caratteristiche assolutamente proprie, essa si pone nel mondo in modo specifico e deve assumere la consapevolezza che il suo ruolo è necessariamente diverso da quello degli altri Paesi. Un conflitto bellico che con le potenti armi odierne portasse a bombardamenti distruttivi del patrimonio comune dell’umanità, che qui è stato prodotto e che abbiamo in custodia per le future generazioni, sarebbe causa di una perdita irrimediabile che nessuno può permettersi. Da questa presa di coscienza muove il mio appello affinché la Repubblica Italiana si faccia promotrice di un cambio di paradigma, un vero e proprio “salto di civiltà” che abbandoni alla radice la logica stessa che porta al conflitto. In questo assecondando il significato profondo delle parole pronunciate a più riprese dal pontefice Leone XIV nel periodo natalizio, quando si è riferito all’idea di costruire una pace “disarmata e disarmante”
Che ne pensa del recente attacco degli USA al Venezuela e delle dichiarazioni di Trump sulla Groenlandia?

“Il Venezuela da un quarto di secolo è sottoposto a una feroce dittatura e l’auspicio è che questa situazione possa aver fine per il sollievo di tanti venezuelani. Tuttavia la mia sensazione è che Trump non si stia muovendo per scopi umanitari e che sia estremamente sincero, quasi brutale in questo, quando parla apertamente di “andare a prendersi il petrolio” del Paese che ha le più ingenti riserve petrolifere mondiali. Gli USA stanno reagendo alla fine dell’illusione di un mondo unipolare a trazione americana, stante l’irriducibilità di Russia e Cina, e hanno cambiato strategia passando all’offensiva in modo esplicito, dapprima per marcare chiaramente i confini del loro impero (le Americhe, rispolverando la vecchia “Dottrina Monroe” del XIX secolo, l’Oceania, l’Europa come vassalla, parte dell’Africa, il Medioriente tramite la crescita e l’affermazione di Israele), magari inglobando anche la Groenlandia per ribadire la supremazia sugli europei.

Si tratta della fine di un’epoca in cui gli USA puntavano al dominio globale mascherandolo con una narrazione fatta di democrazia da esportare, di diritti umani e di lotta del Bene contro il Male, per entrare in una nuova epoca dove torna la politica basata sulla forza. Sia chiaro: non è una politica legata alla persona di Trump, ma è un cambio di strategia profondo deciso dalle élites che hanno determinato la vittoria di Trump e dei suoi futuri successori. Ed è proprio per questo che io lancio questo appello che a prima vista può sembrare utopistico o irrealizzabile, ma è necessario proprio per la presa d’atto dei cambiamenti in corso e dei potenziali sviluppi, dato che gli USA hanno ancora molte loro basi sul territorio italiano, e nel Nordest in particolare”.
Secondo lei, stiamo rischiando una escalation militare?

“Certamente. Gli USA, assieme al loro partner Israele, hanno intrapreso un percorso di conquista finalizzato al massimo dominio possibile sul mondo, come alternativa al defunto vecchio piano di “Repubblica Mondiale” guidata da Washington (politica) e Wall Street (economia), con il sistema economico e sociale americano esteso progressivamente a tutto il pianeta. Tale piano era ritenuto realizzabile quando implose l’Unione Sovietica e quando la Cina era ancora una piccola economia fuori dal WTO, ma l’affermazione di Cina e Russia concretizzatasi nel nuovo secolo lo rende attualmente impossibile e da questo discende il cambio di strategia, più apertamente aggressiva. Non che prima non lo fosse, solo che il pesantissimo debito americano e le gravi tensioni sociali interne agli USA hanno fatto cadere ogni maschera”.
Da poco il Venezuela, prima Russia e Ucraina, poi il Medio Oriente: ma cosa sta succedendo?

“Esattamente quello che ho appena descritto. Gli USA attaccano il Venezuela per togliere risorse alla Cina che vi era penetrata e per tornare a sfruttare l’enorme quantità di petrolio del Paese sudamericano, come facevano prima delle nazionalizzazioni chaviste. Tengono occupata la Russia in una dispendiosa guerra per procura combattuta sulla pelle degli ucraini, fomentata violando per anni gli Accordi di Minsk e ignorando gli avvertimenti russi, e infine sostenuta con i soldi degli europei che comprano le armi da Washington e si sobbarcano il peso della difesa di Kiev, nonché delle sanzioni economiche alla Russia che si ritorcono contro la nostra stessa economia, rendendoci ancor più subalterni economicamente e marginali politicamente.

In Medioriente si va affermando sempre più il progetto del “Grande Israele” e su questo tema, delicatissimo per i molti risvolti storici e religiosi, bisognerebbe dedicare molto tempo a parte. E poi c’è la questione di Taiwan, potenzialmente l’innesco di una polveriera in Estremo Oriente, oltre al “cordone geostrategico” che gli USA hanno preparato attorno alla Cina tramite le alleanze con Sud Corea, Giappone e Filippine. Ripeto: il mio appello nasce dall’attenta e puntuale analisi dello sviluppo della Storia ed è in sintonia con la lungimirante visione del Papa”.
Quali misure dovrebbe prendere l’Italia e quale posizione assumere?

“Dapprima partiamo dalla realtà: noi siamo uno Stato nato dopo che il precedente Regno d’Italia perse malamente la Seconda Guerra Mondiale, venendo smembrato e occupato. La Repubblica Italiana nacque nell’immediato Dopoguerra sotto supervisione americana, in posizione chiaramente subalterna nel contesto della nascente Guerra Fredda, e sul nostro territorio non sono sorte solo le basi NATO, ma sussistono tuttora basi esclusivamente USA. Siamo anche membri dell’Unione Europea. Stando così le cose e senza l’iniziativa di un cambiamento, noi subiremo il destino deciso da altri e non potremo far altro che venire trascinati dove verrà deciso in centri di potere lontani. Il massimo che può fare un Governo della Repubblica Italiana è quello di dimostrarsi fedele e affidabile, in questa situazione.

Ecco perché io propongo l’unico argomento che può venire speso e che è indiscutibile: il ruolo specialissimo dell’Italia nel patrimonio materiale e spirituale dell’Occidente, e non solo dell’Occidente. So bene che gli americani sono il nostro interlocutore e che sentono più le ragioni del portafoglio che quelle del cuore, per dirla con una figura retorica. Eppure è il momento di fare una richiesta come quella che propongo, cioè di uscire dalla logica sancita a Yalta di 80 anni fa, della seguente Guerra Fredda e anche della recente illusione trentennale della “fine della Storia” svanita con l’evaporazione del sogno unipolare americano, e di farlo tramite l’abbandono della NATO, chiedendo ai partner di poterci proclamare neutrali e promotori di un’area neutrale internazionale nel cuore dell’Europa, assieme alle confinanti Svizzera e Austria che neutrali lo sono già per vicende storiche diverse, ma convergenti nell’esito”.
Consigliere Lovat, che ruolo può avere il Veneto in questo?

“Il Veneto può avere un duplice ruolo. In primis, come Regione della Repubblica Italiana esso conta quasi 5 milioni di abitanti e quindi, per PIL e per demografia, supera molti degli Stati Membri UE e un indirizzo politico espresso dal suo massimo organo rappresentativo democratico, il Consiglio Regionale, avrebbe un peso di una certa rilevanza. Anche perché sono sicuro che si scatenerebbe l’effetto domino in tutta Italia nel momento che le ragioni di fondo venissero spiegate e perciò capite.

In secundis, il popolo veneto è erede di una fortissima tradizione che ci deriva dalla nostra Repubblica Serenissima che per secoli fu un faro di civiltà nell’esercizio della giustizia, della diplomazia e del buon governo. Nell’era della globalizzazione, questa eredità è il solo fondamento su cui si può costruire una comunità mondiale pacifica e virtuosa, contro le ideologie sradicanti e omologanti che invece portano verso un mondo dominato dalla “prepotenza del Potere”.
Il Governatore Stefani potrebbe farsi promotore della sua iniziativa verso il Presidente Mattarella e il Pontefice? C’è il rischio che la sua proposta possa far pensare a un’idea dell’Italia come la Svizzera: ma forse bisognerebbe mettere mano alla Costituzione.

“Credo sia possibile, conosco ancora poco Stefani, ma l’impressione che mi ha fatto è quella di un uomo intelligente, preparato, più maturo della sua età eppure ancora sufficientemente giovane per aver la capacità e la voglia di sognare. Che non vuol dire perdersi in illusioni, ma significa avere il coraggio di osare. Inoltre mi pare una persona sensibile e per capire una proposta simile è proprio necessario avere una sensibilità che acuisca la capacità di lettura degli eventi già analizzati con freddo pragmatismo. Io spero che il Presidente Stefani sia libero da condizionamenti, perché nel suo partito ci sono anime molto diverse e c’è perfino chi, sempre di più, sta svoltando verso l’omologazione al “partito radicale di massa” previsto ancora da Augusto Del Noce sessant’anni fa, portando il voto degli elettori leghisti dalla matrice tradizionale verso l’ammasso del conformismo neoliberale. Poi, ripeto, spero nella sua libertà d’azione”.
Secondo lei nel caso dell’attacco al Venezuela, rispetto all’attacco della Russia sono stati usati due pesi e due misure da parte dell’opinione pubblica?

“L’opinione pubblica è un fenomeno di massa ed è strettamente correlata all’azione dei mass media. Solo chi ha gli strumenti e la formazione per formarsi un’opinione da solo può sfuggire a questa regola. Pertanto la domanda correttamente posta riguarderebbe l’atteggiamento dei mass media e, almeno da questo punto di vista, la risposta è chiaramente affermativa. E l’opinione pubblica si forma di conseguenza, secondo le ben consolidate tecniche della comunicazione sociale di massa finalizzata a orientare l’opinione pubblica. Anche il fatto di dare spazio a una voce controcorrente, lasciandola esprimere ma circoscrivendola, è una tecnica per dare l’illusione del pluralismo. È sempre la “prepotenza del Potere” di cui parlava Pasolini negli ultimi due anni della sua vita. Oggi il pensiero del cattolico Del Noce e del post marxista Pasolini è di un’attualità impressionante”.

















































































Bella intervista