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Home Cronache dal NordEst Primo Piano

Wilier Triestina, la storia tutta veneta del grande ciclismo

Di Damiana Schirru, Giornalista e Consulente in Comunicazione. Vive tra Veneto e Sardegna e ama raccontare luoghi e volti dei suoi due “bellissimi mondi”.

di Redazione
Aprile 19, 2026
in Primo Piano
1
Wilier Triestina, la storia tutta veneta del grande ciclismo
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Continua su http://www.enordest.it la nuova rubrica dal titolo “Itinerari”. Ogni domenica sarò felice di presentarvi voci e storie tra Nordest e Sardegna, terre straordinarie tra cui vivo e lavoro. Vi accompagnerò lungo itinerari culturali, turistici ed imprenditoriali ricchi di fascino e creatività, che conto sapranno informare ed emozionare chi vorrà farci compagnia. Oggi “Itinerari” ci porta in Veneto a conoscere una storia imprenditoriale che merita di essere raccontata. Amo imbattermi in storie aziendali avvincenti, soprattutto quando riguardano passaggi generazionali che profumano di coraggio, di operosità. Di visioni trasformate in azioni, quando nonni e padri coraggiosi hanno gettato fondamenta di idee pionieristiche raccolte e sviluppate poi da figli e nipoti. La storia in questione vede come protagonista un’azienda leader a livello mondiale nel settore delle biciclette sportive. Uno dei pochissimi marchi storici delle due ruote rimasto di proprietà italiana: la Wilier Triestina di Rossano Veneto (Vicenza). Un vero orgoglio tricolore, laddove quasi tutti i brand italiani che hanno fatto la storia del ciclismo mondiale sono in mano a fondi stranieri. Non Wilier Triestina, il cui nome è esso stesso simbolo di orgoglio nazionale, in quanto acronimo di “W l’Italia libera e redenta”.

Wilier Triestina, la velocità come cultura. Dal Veneto al mondo su due ruote

L’azienda venne fondata nel 1906 a Bassano del Grappa da Pietro Dal Molin, che acquisì il marchio inglese Wilier e iniziò a produrre biciclette di sicurezza. La prima guerra mondiale incombeva. L’indicazione “Triestina” venne aggiunta nel secondo dopoguerra, quando Trieste divenne terra di scontro con la Jugoslavia di Tito. Nel 1946 Trieste era ancora un territorio conteso. In quegli anni il ciclismo era ampiamente lo sport nazionale e il marchio raddoppiò con “Triestina” sul petto di Fiorenzo Magni, l’unico atleta che al tempo poteva competere con Fausto Coppi e Gino Bartali. Nel frattempo le automobili conquistavano il mercato della mobilità e le abitudini degli italiani. Nonostante tutto, c’era chi ancora credeva nella bellezza e nel potenziale delle biciclette. Fu Giovanni Gastaldello – che possedeva già un negozio di bici a Rossano Veneto – a rilevare all’asta nel 1969 il marchio Wilier e a rilanciare la produzione, portando l’azienda a divenire, nell’arco di pochi anni, uno dei nomi che hanno fatto grande l’Italia del ciclismo eroico. L’attività passò poi al figlio Lino, che proseguì il processo di industrializzazione delle due ruote di alta gamma.

Wilier alla terza generazione

Si arriva così alla terza generazione con i tre figli di Lino, i fratelli Andrea, Enrico e Michele Gastaldello, uniti dalla sconfinata passione di famiglia per le biciclette e capaci di gestire l’azienda ognuno ricoprendo al meglio il proprio ruolo:  Andrea è Ceo, presidente e direttore amministrativo; Enrico è Ceo e responsabile commerciale; Michele è Ceo e responsabile produzione e R&S. Insieme, con tenacia e con lo sguardo rivolto al futuro, hanno saputo trasformare la Wilier Triestina in un brand internazionale da 80 milioni di fatturato, con l’80% di export. Molto più di un marchio d’eccellenza per gli amanti delle due ruote.

Stiamo parlando di una “bicicletta dei record”

Velocissima e super performante. Il 3 luglio 2024, al Tour de France sul traguardo di Saint-Vulbas, il ciclista inglese Mark Cavendish, a 39 anni, frantuma il record (fino ad allora imbattuto) di 34 vittorie conquistate dal belga Eddy Merckx, il più vincente ciclista di sempre. Lo fa in sella ad una bicicletta firmata Wilier Triestina, ottenendo 35 vittorie al Tour de France!

C’è un modo di intendere la velocità che non ha a che fare solo con i numeri

È fatto di gesti, di sensibilità e visione. Nel caso di Wilier Triestina, questa idea prende forma da oltre un secolo tra le colline venete, trasformandosi nel tempo in una vera e propria cultura d’impresa. Oggi l’azienda ha ancora sede a Rossano Veneto, un territorio che continua a rappresentare il cuore della sua identità produttiva e culturale. Una cultura che continua ad evolvere sotto la guida dei tre fratelli Gastaldello, che hanno saputo portare l’azienda in una dimensione internazionale, mantenendo però saldo il legame con il territorio. E con la storia di famiglia. Ho visto, tra tante bellissime foto, alcuni scatti “privati” dove si vedono i fratelli Gastaldello da bambini, in sella ognuno alla propria bici rossa fiammante firmata Wilier Triestina.

Wilier, un marchio di grande qualità

Un marchio inscritto nel codice genetico dei tre futuri amministratori delegati del brand. Così, mentre il ciclismo cambia pelle – diventando sempre più linguaggio, esperienza e racconto – Wilier continua a muoversi lungo una traiettoria precisa: innovare senza perdere identità. Progettare performance senza dimenticare le persone. Lo spiegano insieme i tre fratelli Gastaldello, rispondendo ad una serie di domande sull’azienda e sulle prospettive future del brand.

Wilier Triestina nasce nel 1906 in Veneto e ancora oggi ha sede a Rossano Veneto. Quanto conta il territorio nella vostra visione globale?

“Il Veneto non è solo il luogo in cui siamo nati: è parte integrante del nostro modo di pensare e di lavorare. Qui si è costruita una cultura industriale fatta di precisione, competenza tecnica e attenzione al dettaglio. Anche oggi che siamo presenti in oltre 40 Paesi, questo legame rimane fortissimo. Il territorio è la nostra base, ma anche il punto di partenza per dialogare con il mondo”.

Wilier è anche una storia imprenditoriale familiare. Che ruolo ha oggi la famiglia Gastaldello nello sviluppo dell’azienda?

“La dimensione familiare è un elemento centrale della nostra identità. Noi fratelli condividiamo non solo la gestione dell’azienda, ma soprattutto una visione comune. Questo ci permette di lavorare con grande coerenza e con una prospettiva di lungo periodo, fondamentale in un settore come il nostro”.

Parlate spesso di “Cultura della Velocità”. Cosa significa davvero per voi?

“Per noi la velocità non è semplicemente una prestazione da misurare. È un linguaggio, un modo di interpretare il ciclismo e il nostro lavoro. Nasce dai dati e dalla ricerca, ma prende forma solo quando incontra chi pedala. È una costruzione consapevole, un equilibrio tra ingegneria, sensibilità e visione. Non ci interessa inseguire la velocità in modo astratto, ma darle un significato, trasformarla in esperienza”.

Oggi il ciclismo sembra sempre meno definibile in categorie rigide. Come sta cambiando il modo di vivere la bici?

“Stiamo assistendo ad una trasformazione molto interessante. Il ciclismo non è più solo una disciplina, ma un modo di esprimersi. C’è chi cerca la performance, chi la scoperta, chi la dimensione estetica o il racconto. Strada, gravel, trail: i confini si stanno progressivamente dissolvendo. Il nostro compito è progettare biciclette capaci di accompagnare questa evoluzione, senza imporre un’unica idea di ciclismo”.

In questo scenario, che ruolo gioca l’innovazione?

“Per noi è un processo continuo, che riguarda tanto la tecnologia quanto l’esperienza d’uso. Lavoriamo sull’aerodinamica, sui materiali, sull’integrazione dei sistemi, ma sempre con un obiettivo preciso: migliorare la relazione tra bici e ciclista. I dati sono fondamentali, ma non sono mai un punto di arrivo: ogni scelta tecnica deve tradursi in una sensazione concreta, in un beneficio reale per chi pedala”.

Come si resta competitivi a livello globale mantenendo una forte identità italiana?

“Crediamo che oggi l’identità sia un valore competitivo. Progettare e sviluppare i nostri prodotti in Italia ci consente di mantenere un controllo diretto sulla qualità e sull’evoluzione tecnica. Allo stesso tempo, il confronto con team e atleti internazionali ci permette di rimanere aperti, dinamici, in ascolto. È un equilibrio tra radici e visione globale, tra tradizione manifatturiera e innovazione continua”.

Il ciclismo è ancora cultura, oltre che sport?

“Sì, e forse oggi lo è più che mai. Il ciclismo mantiene un legame fortissimo con il territorio, con il paesaggio, con le persone. Le grandi imprese sportive fanno parte della nostra storia, ma la stessa cultura vive anche in ogni ciclista che pedala per passione. È in questo spazio – tra performance ed esperienza – che si costruisce il significato più profondo del nostro lavoro”.

Guardando al futuro, dove sta andando il ciclismo? E dove vuole arrivare Wilier?

“Il ciclismo sta diventando sempre più trasversale: tecnologico, ma anche esperienziale e culturale. Noi vogliamo continuare a lavorare su entrambi questi livelli, sviluppando prodotti sempre più evoluti, ma capaci di mantenere un’anima. In fondo, è quello che facciamo da oltre un secolo, come azienda e come famiglia: creare il mezzo per permettere a ciascuno di diventare la versione più veloce di sé stesso”.

Damiana Schirru
Redazione

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I più commentati 1

  1. Paola Elena Peruzzo says:
    2 mesi fa

    Un esempio scuola per l’imprenditoria famigliare. Una marchio/azienda di eccellenza che mantiene e continua ad evolvere il suo valore e il suo fascino.

    Rispondi

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