Il barone Nils Liedholm lo definì come “Un terzino talmente veloce da risultare impossibile sfondare dalla sua parte”. Il suo primo contratto lo firmerà a 14 anni, conseguita la licenza media, con una fabbrica di lampadari. Il papà stava morendo e mandava avanti un’impresa edile in Svizzera, alla mamma amputarono una gamba e c’era anche una sorellina di cinque anni. Dino Galparoli, nato a Tradate (Varese) da papà lumbard e mamma trevigiana ben presto si trasferirà ad Albaredo di Vedelago dove tutt’ora risiede. I suoi genitori si sono conosciuti in Svizzera meta di molti italiani in cerca di lavoro a partire soprattutto dagli anni ‘50.
A soli tre anni con la famiglia si trasferisce nella Marca Trevigiana. “Il papà lo vedevo poche volte l’anno. Vivevo con la mamma e i nonni” racconta.

Va a lavorare a Piombino Dese a bordo del suo motorino Garelli. Ad Albaredo finita la messa tutti in patronato a giocare a calcio su concessione del parroco dell’epoca, don Giovanni. Non i campetti di oggi che sembrano tavoli da biliardo, si gioca sulla ghiaia con le porte disegnate sul muro. Loro si scatenano, il calcio rappresentava un momento di liberazione dalla noia, dalla fatica e dai pensieri. Dino ama il calcio e gioca con la squadra Juniores del Giorgione, realtà che ha prodotto più di qualche buon giocatore. Va a fare alcuni provini a Napoli, Torino e a Milano con l’Inter. Raoul Pietribiasi dirigente del Giorgione e l’allenatore Toni Guarise credono nelle potenzialità del ragazzo. E non hanno torto. La chiamata arriva da Reggio Emilia. Tre anni alla Reggiana con tanto di debutto in serie B a 18 anni. Nel frattempo prima convocazione con la nazionale di serie C. Dino è un solido e coriaceo difensore laterale di destra, quelli che si chiamavano terzini. Dopo tre anni in terra emiliana la chiamata a Brescia.
“Mi volle Gigi Simoni. A Brescia arrivai in novembre. Titolare senza saltare una partita. Anno dopo: vittoria campionato e approdo in serie A campionato. Simoni mi propose di seguirlo a Genova in B. Mi disse “rischi di retrocedere. Ma ti capisco”.
La profezia di Simoni si concretizzò….
“Nel 1980-81 infatti siamo retrocessi male per un punto all’ultima giornata … il gol di Manuel Gerolin al 90′ contro il Napoli ci condannò. A proposito il “Gero” poi me lo ritroverò a Udine”.
Si resta a Nord. Ma si cambia regione, Friuli Venezia Giulia, dove resterà nove anni.

“Campionato 1981-82 inizio a Brescia. L’Udinese era penultima nella massima serie e mi cercavano. Ci andai in novembre nel mercato di riparazione, mi hanno voluto sia Enzo Ferrari sia Franco Dal Cin. Ferrari non era solo un allenatore ma un fratello maggiore. Anche nelle incazzature con lui si rideva, sapeva sdrammatizzare, ti dava tranquillità e serenità”.
Ma corrisponde al vero quello che di lei diceva il grande Liedholm?
“Si, me lo confermò anche Sebino Nela quando ci siamo ritrovati con la nazionale Over 35. Lo stesso Bruno Conti mi disse: “Eri un rompiballe, non mi facevi respirare un attimo”. Il presidente Silvio Berlusconi a San Siro si volle complimentare con noi dopo una gara amichevole, ero il capitano. Gli risposi: “gioco all’Udinese…ma se vuole”. Lui replicò “ma anche qui ne ho di forti”. Come dargli torto? Franco Baresi, Paolo Maldini…..”
Galparoli di Gigi Simoni che ricordi ha? Sembra sia stato fondamentale nella sua carriera.

“Andiamo per gradi, solo così lo si può capire. A Reggio Emilia avevo la fidanzata. La prima morosa seria. Mi trasferisco a Brescia. Ci fu un distacco e ci si vedeva una volta alla settimana. Si faceva allenamento mercoledì mattina. E finito l’allenamento andavo dalla ragazza. Poi tornavo il giovedì, così per tutto l’anno. Arriva la cena di fine anno e vengo premiato con la Rondinella d’oro, miglior giocatore. Siamo sul palco con Simoni e mi dice “il prossimo anno dobbiamo vincere il campionato, quest’anno ti sei divertito. Ogni mercoledì andavi a Reggio e ti fermavi lì a dormire. Guarda che sapevo tutto e non ti posso dire niente, sei sempre stato bravo agli allenamenti e nel rendimento. Il prossimo anno dobbiamo vincere il campionato e le cose cambiano”. Questo era Gigi. Lui giudicava il calciatore. Ho partecipato a 250 partite di file senza mai saltarne una”.
Lei ha avuto anche altre proposte da società titolate.
“Ho rifiutato la Roma, perché a Udine avevo determinate garanzie, sapevo che giocare nella capitale sarebbe stata dura. A me piace giocare, stavo male il giorno che si saltava l’allenamento. La Juve è saltata a causa di Luciano Favero…all’epoca non c’erano i procuratori. A Napoli non andai a causa di Andrea Carnevale. Ma nove anni in Friuli sono stati meravigliosi”.
Galparoli, i più forti che ha marcato? Eviti per favore Maradona, ormai è diventata una risposta scontata.

“Allora vi dico Marco Van Basten. Kalle Rummenigge che è stato marcato dai più forti di tutti i tempi, nel corso di un’intervista disse che lo avevo fatto soffrire. Sono piccole soddisfazioni…Paolo Rossi era scaltro e rapido aveva sempre il guizzo, Gianluca Vialli, Roberto Mancini e Bruno Giordano uno dei più grandi. Maurizio Iorio, Spillo Altobelli forte di testa molto agile, intelligente. Duri da marcare Aldo Serena e Pietro Fanna sulla fascia con lui una battaglia. Come non citare Ciccio Graziani, Paolino Pulici? A Reggio Emilia ero giovanissimo e marcai Anastasi durante una amichevole. Quindi Bonimba forte ed esperto. Careca e il velocissimo Juary. A questo proposito sul brasiliano vi devo raccontare un episodio che vi piacerà”
La ascoltiamo…

“Trasferta ad Avellino l’8 febbraio 1982. Un campo terribile, la legge del “Partenio” era dura anche per le grandi. Mi tocca marcare proprio Juary. Il barone Causio mi disse: “quello stadio è una bolgia. Galpa sono cazzi tuoi lo stadio viene giù ogni volta che il brasiliano tocca palla”. Ferrari, invece mi caricò: “con te nemmeno tocca palla”. Marcai Juary e vincemmo 1-0, segnai il gol della vittoria. Non feci toccare palla nemmeno a Franco Selvaggi che era già in Nazionale. Me lo ritrovai a Udine e mi disse “meno male che gioco con te”.”
Ha giocato anche con il portiere Astutillo Malgioglio. Il 13 novembre 2021 è stato insignito motu proprio dal presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, del titolo di Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, «per il suo costante e coraggioso impegno a favore dell’assistenza e dell’integrazione dei bambini affetti da distrofia»

“Persona meravigliosa. Un anticonformista, se ne frega dei soldi e se può far del bene lo fa. Sempre una parola buona, mai sentito insultare un compagno”.
Oltre a Simoni e Ferrari cosa ricorda dei suoi allenatori?
“Allenatori? Mai avuto grandi problemi con loro. E’ il mister che decide, devi stare alle regole. Ho sempre giocato quindi è tutto più facile. Ma se giochi vuol dire che hai anche un merito. Ho sempre cercato di mettere in difficoltà l’allenatore attraverso un comportamento corretto, rispetto delle regole, impegno e serietà” ….
Galparoli, mai nessuna difficoltà con loro?
“A Udine, dopo Nedo Sonetti arrivò Bruno Mazzia, eravamo tornati in serie A. Mazzia giocava a zona. Avevano preso Oddi. Dall’inizio non giocavo e andavo anche in tribuna. Mai ho fatto polemiche. Ernesto Galli veniva ad incoraggiarmi. Un giorno dissi all’allenatore “lei non mangia il panettone. Le impongono i giocatori. Io sono pronto per l’Udinese darei tutto”. Arriva la cena di Natale io ero considerato il capitano. Dovevamo dare il regalo a Mazzia. Gli avevamo preso un Buddha d’argento che porta bene. “Mister non so se le porterà fortuna”. Due giorni dopo viene esonerato Mazzia. Arrivò Rino Marchesi che mi chiede “Galparoli perché non giocavi?” Mister giudichi lei e giocai tutte le partite. Marchesi eccezionale schietto e chiaro. Mi confidò che era stato lui a volermi portare a Napoli”.

Galparoli dopo aver appeso le scarpe al chiodo ha giocato a Vedelago a 41 anni in Prima categoria e allenato nelle scuole calcio e settori giovanili fino a due anni fa. Adesso fa il pensionato e con la moglie organizza viaggi.







































































