Recita un antico proverbio veneto, caro a Franco Rocchetta: si nasce tutti belli, ci si sposa tutti signori, si muore tutti santi! (scusa la traduzione in italiano Franco). Ma oggi che si celebrano di funerali di Umberto Bossi, fondatore della Lega Nord, il Senatur è stato santificato, o quasi, da tutta la stampa. Mattarella compreso.
Il commento di Cacciari

Forse le cose migliori le ha scritte il filosofo Massimo Cacciari, che non fu certo un leghista della prima ora. “Bossi come politico ha avuto intuizioni positive come il federalismo e le autonomie regionali, contro le retoriche patriottiche dell’unità d’Italia, perché in effetti nord e sud erano abbastanza divisi in tutto e negli anni Novanta sarebbe stata necessaria una riforma radicale delle nostre istituzioni, ma con la secessione e il mito del dio Po, ha rovinato tutto. La stagione di Bossi finisce ingloriosamente, appunto oltre 30 anni fa, cadendo nel patetico. Politicamente pagò la rottura incomprensibile con il primo governo Berlusconi”.
E qui Franco Rocchetta ha qualcosa da dire. Lui può

Diciamo che con il Senatur (ma anche con Salvini…) non c’è stato un grande feeling. Alla fine la Lega Lombarda e la Lega Nord, hanno scippato il Veneto, dove sono nati i primi e veri leghisti
Il racconto di Rocchetta

“Avrei tante cose da raccontare – dice oggi Franco Rocchetta, prossimo ai 79 anni, che vive a Conegliano con Marilena Marin, ex europarlamentare della Lega Nord – leggete pure l’Huffington Post che non è certo un giornale allineato o ideologico. Bossi è morto il sogno dell’autonomia no”.
Il fondatore della Liga Veneta, sorta nel 1968, avrebbe molte cose da precisare, sulla nascita di Pontida, sul filosofo Miglio, su Berlusconi

“Noi predicavano un federalismo armonioso fra i popoli, senza differenze tra nord e sud, parlavamo delle minoranze linguistiche in tutta Europa. Nel 1968 la Liga Veneta era presente a Danzica, nella Polonia comunista, a parlare con le minoranze che parlavano tedesco… Avevamo cominciato con Spazio Veneto. Grazie a Radio Venezia International di Massimo Rossi, in calle Racchetta. Parlavamo di autonomia e federalismo. Poi altre radio locali a Marostica, Verona, Udine, ci diedero ampi spazi. Ricordo Alberto Sensini, pioniere delle radio libere. Nel 1976 nacque a Venezia la Società filologica veneta, con il centro Bertrand Russel dei fratelli Gardin, organizzavamo i corsi in dialetto. Nel 1978 facevamo lezioni di storia veneta all’Associazione Settemari, la remiera di Alfredo Borsato. L’anno successivo a Recoaro, Vicenza, facciamo il primo congresso della Liga veneta. Era pieno di gente e venne issata la bandiera del leone d’oro di San Marco. Parlavamo delle minoranze linguistiche, dalla valle dei Mocheni in Trentino, agli albanesi in Basilicata e Calabria. Le figure chiave erano Giuseppe Segato, Flaminio De Poli, Ettore Beggiato oltre al sottoscritto”.
E i primi rapporti con Umberto Bossi?


“Ho conosciuto Bossi per la prima volta a Brescia nel 1981. Non parlava né di autonomia, né di federalismo. La Lega Lombarda, poi Lega Nord, aveva preso il sopravvento. Nel congresso federale della Lega Nord, a Bologna, Umberto Bossi, si presentò con la scorta di polizia e le guardie del corpo. I tempi erano cambiati. Lui si era già accordato con Silvio Berlusconi, che lo sosteneva anche finanziariamente e si era spostato a centro-destra. Noi restavamo fedeli alle nostre origini, radicalmente federalisti e indipendentisti. Inoltre arrivò il politologo Gianfranco Miglio, molto legato a Licio Gelli e ad ambienti a noi estranei…”.
Sarebbe da scrivere un libro?
“Uno é già stato scritto nel 2009: “Dalla Liga alla Lega”, ma é meglio non parlarne. Analisi e critiche storiche totalmente sbagliate. L’anima veneta e delle nostre tradizioni è stata totalmente ingannata dai poteri forti, diciamo milanesi e romani”.







































































