Amilcare aveva compiuto da poco diciotto anni, quando nel dicembre del 1943 era stato arruolato nella Flak, la temutissima contraerea tedesca con i suoi cannoni da 88 millimetri. Ma dire arruolato forse non chiarisce bene la situazione. Diciamo che era stato preso di peso dall’officina di Viterbo dove lavorava e costretto a servire i nazisti, come tanti altri ragazzi come lui. Se non lo avesse fatto, del resto, sapeva benissimo cosa lo aspettava: uno di quei treni coi vagoni piombati che passavano da Orte diretti in Germania, da dove non era ancora tornato nessuno. Perciò, per il momento, non si poteva lamentare. Intanto restava vicino casa, appena fuori Viterbo e poi i tedeschi, almeno quelli con cui aveva a che fare, non erano così esigenti come si diceva.
Amilcare a spianare le piazzole

Intanto non è che lo facessero nemmeno avvicinare ai cannoni, quei bestioni di cui andavano tanto orgogliosi. Lui, come gli altri, serviva a spianare le piazzole, portare via i sassi, caricare e scaricare i camion quando serviva. Tutti lavori di fatica, niente di più. E quando i cannoni sparavano era confinato ancora più lontano, perché i tedeschi non volevano gente intorno. Ma andava bene così, anche quello era un modo per sentirsi meno responsabili. Senza contare poi che c’era un’altra faccia della medaglia di cui tener conto: ogni giorno mangiava alla stessa mensa degli artiglieri, certo non proprio agli stessi tavoli e qualche pagnotta in più ogni tanto riusciva a rimediarla. Insomma, coi tempi che correvano poteva andare molto peggio, magari finire nell’esercito del fascio agli ordini di Graziani. A sparare questa volta italiani contro italiani.
Gli americani liberano Roma

Ai primi di giugno del ’44, però, le cose erano velocemente cambiate. Il 4, in un tripudio di gente che si accalcava intorno agi autocarri carichi di soldati, gli americani avevano finalmente cacciato da Roma i tedeschi. Sembrava che tutto dovesse finire in fretta, ma l’illusione era svanita presto. Gli uomini della croce uncinata, non avevano affatto gettato le armi e in perfetto ordine come sempre, avevano cominciato la lenta ritirata verso il Nord. Fra poco, questione di giorni, sarebbe toccato anche al suo reparto che aveva già revisionato i pesanti trattori da traino per i cannoni e lui, lo sapeva benissimo, sarebbe stato costretto a seguirlo.
Amilcare in fuga per la libertà

Di tutto quel tran tran, però, era stufo. Non ne poteva proprio più. E la mattina di un venerdì pieno di vento, s’era alzato presto per la corvée del latte, con un’idea fissa nella mente: fuggire, sparire a tutti i costi, come già avevano fatto in tanti. Così, era partito che era ancora buio verso la stalla di una grande tenuta pochi chilometri lontano. E una volta lì, con la scusa di una necessità improvvisa, era riuscito subito ad appartarsi senza dare nell’occhio. Poi, gli era stato facile scivolare via e dopo una lunga marcia a piedi tra i campi arrivare fino a Bagnaia, un paesino famoso per ospitare Villa Lante, con il suo splendido giardino. Aveva aspettato nei campi che tornasse buio, poi si era rifugiato di nascosto nella casa dove viveva la sorella Ilva, sfollata con un bambino. Lì poteva per il momento sentirsi al sicuro: i tedeschi avevano altro a cui pensare e i fascisti erano spariti. Del resto, non si trattava nemmeno di aspettare molto. Qualche giorno ancora, poi sarebbero arrivati gli americani con le loro scatolette di carne, le sigarette e finalmente la libertà.
Poco spazio ma era già una fortuna

Certo, in quell’appartamento, si fa per dire, si stava strettini: in tutto c’erano una stanza (che faceva insieme da ingresso, cucina con il forno a legna per il pane , camera da pranzo, salotto e adesso anche camera da letto provvisoria, grazie a un’ottomana sdrucita, dove lui si sdraiava di notte tutto vestito) e un ripostiglio aperto, con un lettino, dove dormivano la sorella e il nipotino di due anni. Il gabinetto, uno sgabuzzino di legno cadente senza acqua, era nello spiazzo di fronte alla casa. In tutto poco più di venti metri quadri, ma insomma, c’era chi stava peggio e avere un tetto sopra la testa in quei giorni era già una fortuna. L’importante, comunque, era non farsi vedere da nessuno. Almeno fino a quando i tedeschi non fossero sloggiati del tutto, perché allora gli spioni pullulavano come i topi.
Se si parla troppo

Il signor Tommaso, ottantadue anni e quattro denti rimasti in tutto, non era una spia, anzi era proprio un brav’uomo, ma abitava al piano di sopra. E anche se ci sentiva sempre meno non gli era sfuggito un andirivieni diverso dal solito sotto i piedi. Ne aveva fatto cenno alla vecchia Giacinta, la vicina che da anni ogni mattina veniva a rifargli il letto e a preparargli il pancotto, ma senza malanimo: “Si sa, aveva detto, quella donna è così giovane… Però c’è sempre il bambino e anche se è tanto piccolo potrebbe evitare certe visite”…
Amilcare trova rifugio in un piccolo forno di casa

Non aveva pronunciato nemmeno una parola di più, ma non ce n’era bisogno. Pochi giorni dopo, alle sette del mattino, avevano sentito bussare alla porta col calcio dei fucili e gridare in tedesco di aprire subito, se no la sfondavano. Lui e la sorella erano già in piedi. Sul tavolo della cucina c’era solo una scodella da latte vuota, perché non c’erano altre stoviglie e bisognava mangiare uno per volta. Un particolare insignificante come tanti altri, a cui di solito non si dà peso, ma che certe volte possono salvarti la vita. Come allora. Perché quella ragazza magra di ventitré anni con il bambino in braccio, s’era resa subito conto che il fratello stava rischiando la vita e aveva reagito d’istinto. Spalancato lo sportello del forno lo aveva spinto dentro senza una parola. Sempre con la mano destra, perché con la sinistra teneva stretto il figlio gli aveva indicato l’angolo morto dove sarebbe stato meno visibile e aveva richiuso tutto. Poi era andata ad aprire la porta, che a quel punto rischiava di cedere da un momento all’altro, mentre il bambino in tutto quel trambusto era esploso in singhiozzi.
I tedeschi cercano

Davanti s’era trovata due uomini in divisa che sembravano usciti da una cartolina: fibbie, cinturoni, stivaletti ed elmetto in testa. Tenevano il fucile a due mani, uno poteva avere trent’anni, l’altro era molto più giovane. Si erano precipitati dentro a colpo sicuro, come dei cacciatori che finalmente hanno snidato la preda. Ma quello che cercavano non c’era, di fronte s’erano trovati soltanto quella ragazza dal viso pieno di lacrime, con in braccio il figlio che urlava terrorizzato. Una fragile creatura, che con la forza della disperazione li affrontava però a muso duro: “Ma non avete anche voi delle madri, delle sorelle, delle mogli…non vi vergognate a spaventare così il bambino… non lo vedete che qui non c’è nessuno…ma non avete anche voi un Dio… volete lasciarci vivere in pace!”
Un miracolo per Amilcare

Non stava recitando, era veramente disperata. Ma urlando, apparentemente senza volere, era finita con le spalle all’apertura di quel forno. Ne aveva coperto tutta l’imboccatura e non si era più mossa di lì. Dicono che dietro ogni madre c’è Maria che veglia dall’alto. Anche in quel caso deve essere intervenuta lei, perché i due tedeschi dopo essersi guardati negli occhi, davanti a quel pianto, quella tazza di latte abbandonata, quella madre spaventata, s’erano vergognati. E questo sì che era un grande miracolo. Così, dopo aver rovistato con la canna dei fucili sul lettino nello sgabuzzino, erano andati via perfino senza sbattere la porta. Era andata bene, ma c’era voluto un mezzo miracolo e Amilcare, appena uscito da quel forno dove era entrato a stento e faticava a respirare, aveva già deciso: doveva sparire di nuovo, visto che adesso era in ballo la sicurezza non più solo sua.
Una storia raccontata da uno zio una sera di tanti anni fa

L’indomani, dopo una notte di cammino, era già a Montefiascone, un paese tutto in salita vicino al lago di Bolsena. Aveva trovato rifugio in un magazzino sotto terra, dove ogni sera la sua futura moglie gli avrebbe portato da mangiare. E siccome era figlia di contadini, all’arrivo degli americani era ingrassato di qualche chilo. Chi invece era rimasta pelle e ossa era la sorella. Aveva il marito lontano a far la guerra e i contadini a lei non regalavano niente. Ma era di una razza particolare. Sempre dolce e comprensiva, quando veniva toccata nell’intimo si trasformava e reagiva come una leonessa, capace con naturalezza di grandi cose a cui non dava poi peso. Come questa. Che mi ha raccontato mio zio, una sera di Natale di tanti anni fa. Lei, l’avrete già capito, era mia madre.

















































































