Gianni Berengo Gardin, che ci ha lasciato in questa torrida estate, metteva sempre in guardia allievi ed estimatori: «Le belle foto, anche se ben composte, spesso non dicono nulla. – sosteneva – Sono le buone quelle che contano; quelle che, al netto di qualche sbavatura, hanno qualcosa da raccontare». La precisazione vale anche per William Klein, un assoluto protagonista della fotografia novecentesca. Nella sua multiforme, originale carriera, in cui ha coniugato arte figurativa, fotografia, grafica e cinema, si è sempre considerato un outsider. La sua opera trasforma profondamente la concezione dello scatto fotografico, ne sovverte canoni e sovrastrutture ormai consolidati.
Klein e la sperimentazione

Nel periodo in cui lo sguardo equilibrato ed armonico di Henri Cartier- Bresson andava per la maggiore, Klein ha preferito dedicarsi ad una sperimentazione formale e contenutistica che trascurava qualsiasi regola di composizione, così come la messa a fuoco e ogni altra tecnica. «Mi piacciono le foto di Cartier-Bresson, ma non mi piace il suo insieme di regole, – sosteneva – così le ho invertite». E pensare che Klein scattò molte delle sue foto proprio con una macchina che aveva comprato dal francese …
Le sue immagini non sono quasi mai pulite ed ordinate: anzi, appaiono fuori fuoco, mal composte, tagliate. Eppure si tratta di prove dotate di una carica e di una vitalità eccezionali, capaci di sconvolgere un’intera generazione di fotografi. Tutto ciò che gli altri consideravano “errore”, William Klein riusciva a trasformarlo in un nuovo metodo espressivo. «Per me – puntualizzava – fare una fotografia era fare un’anti-fotografia».
Chi era Klein

Nato a New York nel 1926 (ma aveva il vezzo di calarsi un paio d’anni, dichiarando 1928), fin da giovanissimo si dimostra estremamente autonomo negli interessi e nelle scelte: già dai dodici anni è un assiduo frequentatore del MoMa; si iscrive a quattordici (tre anni prima della norma) al City College per studiare sociologia. A diciotto si arruola nell’esercito americano dove presta la sua opera come radio operatore, prima di concludere gli studi.
La grande avventura del multiforme Klein sta per iniziare: nel 1948 si iscrive alla Sorbona, a Parigi, e qui ha la possibilità di studiare con André Lhote e Fernand Léger; nel 1952 lo ritroviamo a Milano, dove dirige due spettacoli teatrali al Piccolo e inizia a scrivere per la rivista di architettura “Domus”. Ispirandosi a Moholy-Nagy e Kepes, mescola pittura astratta e fotografia. Tuttavia, sarà il ritorno nella Grande Mela e l’incontro con Alex Liberman (l’editore di Vogue America) a costituire per Klein la svolta autentica.
Il lancio

È Liberman a finanziarlo quando Klein gli confida il progetto di fotografare New York secondo il proprio gusto, è sempre Liberman ad offrirgli un contratto come fotografo di moda per Vogue. Sarà una rivoluzione. La bellezza di una foto per William Klein non dipende dal filtro o dalla lente giusta: «Ho avuto una sola fotocamera per iniziare – racconterà in un’intervista – Di seconda mano con due lenti e senzaIl nessun filtro. Quello che m’interessava era fissare qualcosa sulla pellicola, per poi passarla sotto il mio ingranditore, magari per ottenere un altro quadro». Un atteggiamento innovatore che mette in campo anche nei suoi scatti per Vogue, introducendo l’uso del grandangolo, l’esposizione multipla e l’uso congiunto di lunghe esposizioni e flash. Così la fashion photography si trasforma in un’area di sperimentazione continua.
Un fotografo di strada

Tuttavia, ciò che realmente rende il lavoro di William Klein unico e irripetibile è soprattutto la sua produzione di fotografo di strada: reportage sensazionali, da New York (con il patrocinio di Liberman) a Tokyo, da Roma a Mosca. Il primo, Life is Good and Good for You in New York ottiene il Premio Nadar nel 1957 ed è considerato a ragione l’opera fondativa della street photography: nessuna visione patinata, immagini che – senza compromessi – presentano la vita quotidiana di una città trascurata, sporca, abitata da persone umili, comunque autentiche. Le foto sono crude, spesso fuori fuoco, talvolta volgari.
Klein e i reportage

Nascono così i reportage che porteranno Klein in diverse metropoli del mondo, sempre alla ricerca di verità. Tra tutti, Roma+Klein, pubblicato nel 1959 da Feltrinelli, che il fotografo dedica alla Città Eterna, all’epoca del boom economico e del grande cinema. La via d’accesso è quella più esclusiva: William arriva a Roma invitato da Federico Fellini che lo vuole come aiuto regista ne Le notti di Cabiria; ha la possibilità di visitare la Capitale con personaggi come Pasolini, Flaiano, Moravia, e ne ricava un magnifico affresco, dal centro alle periferie. «Un ideogramma dell’inedito, l’opera di Klein»: così Živa Kraus, artista, gallerista, fondatrice della prestigiosa Ikona Gallery di Venezia, definisce con fenomenale intuizione i lavori del Maestro statunitense.
La mostra

L’occasione è delle più ghiotte per il pubblico: proprio Ikona Gallery, in campo del Ghetto Novo a Venezia, propone fino al 30 novembre di quest’anno la mostra William Klein – encore. still. ancora, una personale dedicata al fotografo a quarantasei anni esatti dall’apertura della galleria. Già presente in Ikona nel 1981, Klein (che è mancato nel 2022) viene ora riproposto con una selezione di sedici stampe originali in bianco e nero, provenienti dallo Studio Klein di Parigi. Le immagini scelte da Živa Kraus (dedicate ai temi delle città e della Grande Moda) raccontano di una fotografia d’avanguardia, complessa, sicuramente contraddittoria. Tra continuità (la resa oggettiva) e cambiamento (tutto ciò che va oltre l’oggettività, la visione individuale): è questa la chiave fondamentale per proporre nuove letture della realtà. Magari sfilacciate, forse rudi oppure – come testimonia lo splendido scatto scelto per la locandina – animate dall’imprevisto dissacrante: uno scooter che rompe gli equilibri della perfetta sfilata di moda in Piazza di Spagna. Scene che appartengono ad un’altra epoca, ma ci appaiono più che mai, proprio per l’appartenenza all’umano, vicine e condivisibili, persino attuali.
L’ironia

In più, a contraddistinguere l’opera di Klein concorre un ulteriore, basilare elemento: l’incredibile vena ironica ed autoironica; lo si comprende anche solo dal breve spezzone del suo film sul mondo della Moda Qui êtes-vous, Polly Maggoo che Kraus ha – non a caso – inserito in mostra, con quelle inquadrature rivelatrici, assolutamente realistiche. Per il resto «se si guarda attentamente la vita – sosteneva Klein – si vede sfocato … la sfocatura è una parte dell’esistenza. Se le foto sono mosse, con grana e patina, tanto meglio! Più la foto è libera, anche dalla tecnica e dalle regole, più sa trasmettere libertà, vivacità e autenticità»
Klein e il ritorno a Venezia

Tornare alla fotografia per parlare della vita, significa inoltre affermare, attraverso le immagini, che ha ancora un senso realizzare foto ed esporle al pubblico. Ikona lo fa da quasi cinquant’anni in laguna, dalla sua prima sede presso il ponte di San Moisè a quella attuale in Ghetto Novo. Nelle sue sale ha visto passare, stagione dopo stagione, i più grandi rappresentanti della fotografia mondiale, da Berenice Abbott a Gabriele Basilico, da Robert Doisneau a Gianni Berengo Gardin, da Ferdinando Scianna a Helmut Newton, e l’elenco potrebbe essere molto più lungo. Ogni mostra, un nuovo inizio. Come con William Klein, encore. still. ancóra.
WILLIAM KLEIN – encore. still. ancóra
Fino al 30 novembre 2025
IKONA GALLERY
Campo di Ghetto Novo, Cannaregio 2909, 30121 Venezia
Aperto dalle 11 alle 19 – chiuso il sabato
T. +39 041 5289387
www. ikonavenezia.com







































































