Nelle ultime settimane in seguito a fatti di cronaca importanti, il dibattito pubblico è tornato a concentrarsi sul fenomeno delle cosiddette “baby gang”, espressione che, pur efficace sul piano mediatico, rischia di semplificare e deformare una realtà molto più ampia e complessa. Non è una novità, sono anni che purtroppo tra i più giovani la violenza di gruppo è diventato un fenomeno non circoscritto ad una specifica fascia d’età ad un genere o a contesti urbani degradati. È una dinamica trasversale che coinvolge grandi città, ma anche piccoli centri urbani, contesti residenziali che sono sempre stati “sicuri”, con le villette e le case adornate di fiori.
Come agiscono le Baby Gang

Nei giardinetti, si consumano faide e pestaggi, a danno di chi è più debole, o di chi si è permesso di guardare una ragazza, quando non se lo poteva concedere. E queste azioni, che fino alla maggiore età non sono considerati dei reati, ma nella fattispecie lo sono pienamente, vede coinvolti ragazzini a partire dai 12, 13 anni, ergersi a capetti di “bande in bicicletta”, che girano per le viuzze con i suv dei genitori parcheggiati, pronti a seminare il terrore e a cambiare paesello e raggiungere il malcapitato, con 10’ di corsa per pestarlo tutti insieme.
Un fenomeno sempre più esteso. E se minorenni pagano mamma e papà

Questi sono fatti che accadono spesso, non solo a Milano, che tanto ora è considerata particolarmente pericolosa, ma anche in piccoli innocenti paeselli, che ripropongono la stessa modalità, con soggetti poco più che bambini, che anziché trascorrere il pomeriggio a studiare o fare attività, lo passano nel loro quartier generale ad aspettare che arrivi qualcosa da fare per cui non annoiarsi. E se poi combinano dei guai ci pensano papà e mamma, magari chiedendo scusa loro, alla famiglia del malcapitato, quando le cose non sono particolarmente gravi o i taluni casi invece intervengono anche le forze dell’ordine. Ecco che Il fenomeno che coinvolge adolescenti sempre più giovano, ma anche giovani adulti, si manifesta in ambienti sociali eterogenei, spesso lontani dagli stereotipi con cui viene raccontato.
La forza delle Baby Gang sta nel gruppo

La forza del gruppo rappresenta da sempre un potente moltiplicatore di comportamenti devianti. Agire insieme ovviamente porta ad abbassare la percezione del rischio, diluisce la responsabilità individuale e di trasforma l’atto violento in una prova di appartenenza, dal branco ci si sente protetti, poiché ciascuno ha il suo ruolo e può contare sulla presenza degli altri. In molti casi la violenza non nasce da un progetto criminale strutturato, non esiste una premeditazione fatta di piani, ma dall’esigenza di affermarsi, di essere riconosciuti, di sentirsi visibili e forti in un contesto che, al contrario, viene percepito come indifferente o ostile. Il branco diventa così un’identità sostitutiva, un rifugio emotivo prima ancora che un mezzo per delinquere. Un luogo in cui molti giovani adolescenti rintracciano la loro identità, in cui esprimono le loro necessità, il loro bisogno di essere visti, ma anche tutta la loro insicurezza.
A questo si aggiunge una fragilità educativa sempre più evidente

Elemento determinante sono proprio le famiglie, spesso assenti o deleganti, istituzioni scolastiche sovraccariche di funzioni che non riescono più a esercitare fino in fondo, servizi sociali spesso sotto organico e chiamati a intervenire solo quando il disagio è ormai esploso. In questo vuoto socio-educativo si inserisce una normalizzazione della violenza che passa anche attraverso i social network, dove risse, aggressioni e umiliazioni vengono addirittura filmate e condivise, trasformando il reato in contenuto e la vittima in spettacolo da esibire, un trofeo da mettere in piazza, il messaggio che “se non stai buono può capitare anche te”. Il confine tra gioco, sfida e crimine si assottiglia fino quasi a scomparire.
Cosa fare?

Dal punto di vista giuridico, l’ordinamento italiano non conosce un reato specifico di “baby gang”. Esistono però norme chiare che puniscono i comportamenti violenti, indipendentemente dall’età di chi li commette. La responsabilità penale scatta pienamente dai diciotto anni, mentre tra i quattordici e i diciotto è subordinata alla capacità di intendere e di volere, valutata caso per caso. Al di sotto dei quattordici anni non è prevista imputabilità penale, ma ciò non significa assenza di intervento: entrano in gioco misure civili, educative e di tutela, attivata dai Comuni, in collaborazione con centri preposti.
I reati contestati

I reati più frequentemente contestati nei casi di violenza di gruppo vanno dalle lesioni personali alla rapina, dalle minacce all’estorsione, dal danneggiamento allo spaccio, fino all’associazione per delinquere quando il gruppo assume una struttura stabile e consolidata nel tempo e pertanto difficile da demolire. Il concorso di persone costituisce spesso un’aggravante, perché l’azione collettiva aumenta la pericolosità e la gravità del fatto e il danno per le vittime. Per i minorenni, il sistema della giustizia minorile privilegia strumenti come la messa alla prova, i percorsi di responsabilizzazione e il coinvolgimento dei servizi sociali, con l’obiettivo dichiarato di recuperare il ragazzo al fine di interrompere precocemente una possibile carriera criminale. Nei casi più gravi, tuttavia, non sono escluse misure restrittive, compreso il collocamento in comunità o, in extrema ratio, la detenzione in istituto penale minorile.
Quando nel gruppo sono presenti maggiorenni, il quadro cambia sensibilmente

Le pene diventano pienamente detentive e il rischio di trascinare i più giovani in dinamiche criminali più strutturate aumenta in modo significativo. È in questi contesti che il confine tra devianza episodica e criminalità organizzata comincia a sfumare, rendendo l’intervento ancora più complesso. Il nodo centrale resta però irrisolto: poiché si può dire che una risposta repressiva, da sola, non è sufficiente. Intervenire solo dopo il fatto, significa arrivare tardi, quando il disagio si è già trasformato in violenza e la fiducia nelle Istituzioni è spesso compromessa. Senza un investimento serio sulla prevenzione, sulla formazione, sull’educazione, sull’ascolto e sulla presenza capillare dello Stato nei territori, il rischio che si corre è quello di rincorrere l’emergenza senza mai affrontarne le cause profonde.
Baby Gang e la risonanza mediatica

Parlare di “baby gang” può essere utile a dare ai media un titolo immediato, ma non aiuta a comprenderne il fenomeno. La violenza di gruppo è lo specchio di una fragilità collettiva che riguarda il mondo adulto prima ancora di quello giovanile. Finché il problema verrà letto solo come una questione di ordine pubblico, e non come una frattura sociale ed educativa, ogni intervento resterà parziale. E la cronaca continuerà a raccontare episodi sempre nuovi di una storia che, in realtà, conosciamo da tempo ma che fatichiamo ancora ad affrontare fino in fondo.
A fare una mappatura della situazione in Italia è proprio il Ministero degli Interni (Fonte) che ne parla in questi termini
“Le bande giovanili, o baby gang, sono una realtà in aumento in Italia, originata prevalentemente da situazioni di disagio familiare o sociale e da mancata integrazione piuttosto che da legami con la criminalità, ma che si esprime con azioni violente e reati, spesso contro coetanei, che richiedono strategie di intervento basate su un’attenta analisi e comprensione del problema.
Lo studio

Da qui lo studio “Le gang giovanili in Italia”, una mappatura a livello nazionale del fenomeno elaborata da Transcrime, il centro di ricerca interuniversitario sulla criminalità transnazionale delle università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Alma Mater Studiorum di Bologna e dell’università degli Studi di Perugia.
Online sul sito del centro di ricerca, lo studio si basa su dati rilevati con il supporto del Servizio analisi criminale della direzione centrale della Polizia criminale del dipartimento della Pubblica Sicurezza del ministero dell’Interno – struttura interforze che, sintetizzando i contributi di Polizia di Stato, Arma dei carabinieri, Guardia di finanza e Polizia penitenziaria, esamina un orizzonte ampio di fenomeni contribuendo a comprenderne la complessità – e con il dipartimento di Giustizia minorile del ministero della Giustizia.
L’identikit delle Baby Gang

L’identikit delle baby gang restituisce in media la fotografia di gruppi diffusi in tutte le regioni, con una leggera prevalenza nel Centro-Nord. Composti da circa 10 ragazzi, tra i 15 e i 17 anni, spesso italiani, senza un’organizzazione strutturata né la distinzione di compiti all’interno, compiono azioni violente, spesso senza moventi specifici, espressioni di un disagio derivante il più delle volte da mancata inclusione o assenza di modelli di riferimento all’interno della famiglia, più che da una vera e propria volontà criminogena. Le vittime di aggressioni, lesioni, atti di bullismo, sono spesso coetanei, ma si parla anche di atti di vandalismo e disturbo della quiete pubblica, fino a reati più gravi come traffico di stupefacenti e rapine.
4 modelli

La mappatura di Transcrime individua 4 macro-modelli di banda giovanile, definiti anche in base all’attività sui social dei loro componenti, alle loro caratteristiche socio-anagrafiche e alla ripetitività dei reati commessi.
Il più diffuso sui territori è quello caratterizzato dalla mancanza di organizzazione verticistica, composto in maggioranza da ragazzi minorenni italiani tra i 15 e i 17 anni, che infieriscono su coetanei. Traffico di droga, estorsioni, rapine, in case o locali pubblici, sono invece reati, di altra gravità, commessi da un secondo tipo di gang, più diffusa nelle regioni del Sud Italia, che si ispira a o ha legami con organizzazioni criminali strutturate.
Più diffuso nel centro-Nord è invece un terzo tipo di banda giovanile che si ispira a gang criminali estere, composto prevalentemente da ragazzi stranieri, di prima o seconda generazione, non integrati a livello sociale. Il quarto e ultimo tipo di baby gang mappato è quello diffuso nelle aree urbane, caratterizzato da una struttura definita e dalla gravità dei reati commessi, pur non avendo legami con la criminalità.
Allo studio un rafforzamento contro le Baby Gang

È dell’inizio di quest’anno “il pacchetto sicurezza”, un decreto che prevede un potenziamento delle Forze di Polizia, l’estensione delle “zone rosse”, di telecamere, oltre alla priorità sul giro di vite sul porto d’armi da taglio, anche sulla tematica “baby gang”, una stretta non da poco, con ampliamento del catalogo dei reati, e al fine del rafforzamento dell’azione educativa, con le sanzioni economiche a carico dei genitori tenuti alla sorveglianza del figlio minore. Il pacchetto procede poi sulla tutela per agenti e cittadini, sul tema delle manifestazioni pubbliche, ma anche sul controllo dell’immigrazione ed infine altro tema quello delle convalide dei trattenimenti da parte dei giudici.
Una tematica difficile ed in continua crescita ed evoluzione, solo un lavoro corale, tra Istituzioni, Scuola, Famiglia e Forze dell’Ordine, potrebbe essere un modo per porre fine a questa piaga dilagante, che come abbiamo visto non fa differenze.















































































