Nella mia casa di Via Premuda 3 a Mestre, dove sono vissuto dal 1939/40 fino all’aprile del 1944 (fu rasa al suolo da un bombardamento aereo il 20 aprile 1944) esistevano due pianoforti: uno verticale, forse Schweighofer, ed uno a coda Pleyel, recante la data del 1855 in cui la casa fabbricante venne premiata con una medaglia dell’”Esposizione Universale“ tenutasi in quell’anno a Bruxelles. Il fabbricante volle “consacrare” questa circostanza in una tavoletta d’avorio, con le parole “Medaille d’honneur Esp. Universelle 1855”, con cornice dorata, intarsiata nella parte interna del copritastiera.
Il pianoforte medaglia d’oro

Non ho ricordi anteriori al 1939/’40, essendo nato nell’aprile del 1935, nella casa di Via Giustizia, ubicata a fianco della, all’epoca, osteria “Dall’Amelia”. I miei primi ricordi, nella casa di Via Premuda, sono rimasti vaghi e indistinti. Solo nel 1942, con l’accesso alla prima elementare nella nuova scuola fatta costruire dal “duce” intitolata a Cesare Battisti, ho iniziato a prendere cognizione della mia nuova vita, cominciando col protestare – vivacemente – per la costrizione ad indossare, tutti i sabato e tutte le domeniche, la divisa di “Figlio della Lupa” imposta dal “duce”. La costrizione ad indossare le varie divise (come quelle di “Balilla” e di “Avanguardista”) è cessata solo il 25 luglio del 1943, con la caduta del “duce”, alla quale hanno fatto seguito la firma dell’armistizio a Cassibile con le forze anglo-americane sbarcate in Sicilia e, poco dopo (8 settembre 1943), l’arrivo delle truppe tedesche in Italia.
Due genitori amanti della musica

Mio padre era un cultore di musica classica (amava in particolare gli autori dell’Ottocento, ma anche, tra gli “antichi”, J. S. Bach, mentre mia madre non sopportava Brahms), ma a quell’epoca erano ben rare le occasioni per poter ascoltare la musica classica, in particolare non operistica: ricordo che si poteva ascoltare – alla radio – un concerto sinfonico messo in onda – all’epoca – il venerdì sera dall’EIAR (Ente Italiano Audizioni Radiofoniche). Era impensabile acquistare un fonografo, non solo per il costo, ma perché i dischi di allora (anche a tacere della qualità) permettevano l’ascolto di circa quattro minuti per facciata, assolutamente insufficienti per l’ascolto delle musiche sinfoniche.
Un pianoforte per le mie sorelle

E’ possibile sia stata questa una delle ragioni che hanno indotto mio padre ad avviare entrambe le figlie – la Delia Linda e la Tina – allo studio del pianoforte, incaricando a tal fine un’insegnante di impartire alle due ragazze diverse lezioni a domicilio. Prima insegnante fu la signorina Barinetti, poi la signorina Zanin. Io, invece, venni escluso, ma cercavo di applicarmi di nascosto alla tastiera, tentando di suonare “a orecchio” qualche accordo. Non ho mai saputo la precisa ragione della mia esclusione: forse la mia età (ero il più piccolo), contrariamente agli esempi forniti dalla Storia della Musica; o forse – probabilmente – il convincimento che la Musica non fosse cosa per i maschi, in aperta contraddizione con la passione di mio padre!
Come entrò il Pleyel in casa nostra

Tornando ora ai pianoforti, va detto che mentre il “verticale” è sempre stato presente nella casa dall’inizio dei miei ricordi, il Pleyel venne acquistato successivamente: era un pianoforte molto interessante, non solo per l’ottima fama della casa Pleyel, consacrata dalla medaglia d’oro alla Esposizione Universale del 1855, ma anche per la sua avanzata progettazione, rispetto alle altre marche dell’epoca, per l’originalità di alcune soluzioni tecniche, per la piacevolezza del suono (lievemente “chitarrino”) ed infine per l’ottimo stato di conservazione. Ricordo che tutto era – come ancora è – perfetto ed in particolare i tasti in avorio erano tutti integri.
Al riparo nella casa del prete

All’inizio del 1944, giunta notizia dei bombardamenti aerei nell’alta Italia, mio padre si preoccupò di mettere al sicuro almeno il Pleyel. A tal fine chiese al rettore della chiesa di Zelarino, una piccola frazione in mezzo alla campagna dipendente dalla Parrocchia di Mestre, se era disponibile ad ospitare, per il periodo bellico, il Pleyel in una saletta della casa canonica, senza assumere obblighi e responsabiltà di alcun genere. Avuto il consenso, mio padre andò alla ricerca di una persona, non identificata nel nome, ma divenuta ben nota alla popolazione essendosi in breve tempo arricchita eseguendo trasporti, a caro prezzo, mediante un carro trainato da un cavallo. Costui era coadiuvato da alcuni ragazzi – forse suoi figli – per il carico e scarico delle merci.
Fu così che il Pleyel, svitate facilmente le tre “gambe” e la “lira” reggente la pedaliera, fu caricato, a braccia, sul carro e trasportato nella casa del prete addetto alla chiesa di Zelarino.
Le vicende della mia famiglia durante il periodo bellico sono narrate in una mia memoria a ciò dedicata, nella quale si parla, tra l’altro, della distruzione della casa di Via Premuda – rasa al suolo da un bombardamento aereo – e, purtroppo, del pianoforte “verticale” che in essa era contenuto. Di quel pianoforte ci vennero recapitati due frammenti: un “martelletto” e un pannello di mogano di chiusura del mobile.
Il ritorno del Pleyel

Finita la guerra (25 aprile del ‘45) e iniziata la ricostruzione del Paese, la mia famiglia ha trovato dimora – dopo la parentesi in centro storico a Venezia nella casa dei nonni – in vari edifici semidistrutti, rabberciati alla buona dai proprietari utilizzando materiali recuperati tra le macerie di quelli distrutti. Finalmente in epoca imprecisata ma successiva al 1946, venne ricostruita, dalle fondamenta (la bomba aveva aperto una voragine), la casa di Via Premuda. E fu allora che mio padre, durante la ricostruzione della casa, cominciò a pensare al recupero del Pleyel dalla casa canonica di Zelarino.
La seconda volta di Pleyel

Era destino che il Pleyel trovasse rifugio in edifici religiosi: venne chiesto al Padre priore del Convento dei Cappuccini, il consenso ad ospitare il Pleyel; consenso che venne dato, ma a condizione che il pianoforte potesse essere usato da qualcuno per qualche concertino organizzato dai Frati per la popolazione che frequentava la messa celebrata nella chiesetta dei Frati stessi. Terminata la ricostruzione della casa, il Pleyel ha fatto ritorno in essa. Ma nessuno lo usava più: non la Linda divenuta insegnante di lettere nella scuola media; non la Tina, dapprima impegnata nel lavoro di aiuto del padre commercialista e poi andata sposa in Liguria; non io troppo impegnato con lo studio che si sarebbe concluso, nei tempi occorrenti, con la laurea in giurisprudenza e l’avvio della professione di avvocato. Qui ha inizio una seconda vita del Pleyel.
Un po’ anche la mia storia

Mio padre, gran lavoratore, capace, onesto e molto stimato, ha avuto successo e disponibilità economiche. Ma è mancato, nel 1966 e perciò all’età di 70 anni essendo nato nel 1896, quando io mi stavo affermando nella professione di avvocato. Ed è qui che, grazie al mio successo professionale e con l’apertura di un mutuo ipotecario, ho potuto acquistare un terreno in collina. E nello spazio di due anni (1971-’72) costruire una casa di vacanza.
All’età di 40 anni poiché continuavo a dolermi di essere stato escluso da bambino dalla conoscenza della musica, mia moglie mi suggerì – anzi mi impose – di smetterla e di iniziarne ora la conoscenza. Fu così che, sotto la guida di un giovane Maestro (rivelatosi poi come un valente studioso della musica e degli strumenti antichi), ho iniziato ad imparare la lettura della musica. A fare il solfeggio ed infine a suonare almeno il flauto. Non certo il più impegnativo strumento a tastiera quale poteva essere il Pleyel. Rimasto a Mestre (che le sorelle mi avevano suggerito di trasformare in un “mobile-bar”!)
Finalmente un maestro per imparare a suonare il Pleyel

Quando il mio maestro di flauto (Ilario Gregoletto, residente a Vittorio Veneto) venne a sapere che ero proprietario di un Pleyel del 1855, mi propose di trasportarlo nella mia casa di vacanza. Dove avrebbe potuto organizzare qualche “concertino” con la collaborazione di due musiciste. Ovvero le sorelle De Mirkovic valenti strumentiste e vocaliste. Destinate nel seguito ad una carriera professionale, come quella del mio Maestro (divenuto infine anche insegnante al Conservatorio di Udine). Sia per l’incoraggiamento datomi dal mio Maestro, ma anche per il mio timore che il Pleyel diventasse un “mobile-bar”, ho deciso di trasportare il Pleyel in collina. Mentre era ancora in corso la costruzione della casa (1971-’72).
Il Pleyel, dunque, fu “calato”, con la gru dell’impresa costruttrice della casa, all’interno di quest’ultima prima che venisse costruito il tetto. Il Pleyel, dunque, ancora una volta fu salvo. I nostri “concertini” hanno avuto grande successo con la partecipazione di numerosi ospiti. Ovvero amici miei e di mia moglie, tutti musicofili. Appositamente venuti da Venezia e da Mestre nella mia casa di vacanza per sentire i concertini organizzati dal menzionato “Trio”. Ma, secondo alcuni maligni, anche per godere dei ricchi “buffet” preparati nella cucina di campagna.
Dopo il successo dei concertini in collina

Cessati i “concertini” in collina, divenendo sempre più intensa ed impegnativa la mia vita professionale, ho pensato di ritrasferire il Pleyel nella mia casa di Mestre. Nel frattempo trasferita in un edificio storico addossato alla Torre Civica di Mestre (dove ho trasferito anche lo studio professionale). Ciò allo scopo di ricominciare una “stagione” di concertini con la partecipazione dello stesso Maestro Gregoletto. Ma anche di altri strumentisti o vocaliste (come Elisabeth Kirby e Cristina Miatello).
Il Pleyel restaurato…e i concertini riprendono…

Ma per far ciò, in modo che tutto fosse pienamente soddisfacente sotto il profilo musicale, il Maestro Gregoletto mi suggerì, o meglio mi impose, di far eseguire un restauro conservativo da due specialisti. Nel rispetto delle tecniche e dei materiali dell’epoca (1855). Ultimato il restauro (dopo innumerevoli sollecitazioni) ha avuto inizio la nuova “stagione” dei nostri concertini, con grande successo. I concertini sono proseguiti, sempre con grande successo. Fino a che l’avanzare della nostra età non ha ridotto, non certo il nostro entusiasmo e la nostra capacità organizzativa, bensì le forze fisiche . Necessarie per dare corso in concreto alla organizzazione.
Il Pleyel aspetta le dita giuste ora
Ora il Pleyel è lì, in attesa che qualcuno abbia voglia di suonare – alla sua tastiera- le musiche preferite. O, meglio, quelle degli autori francesi che le avevano composte su un Pleyel.



















































































Caro Renzo,
che bella testimonianza di storia e di vita…quanti bei ricordi!
Un caro abbraccio e visto che siamo nell’imminenza delle Feste di Natale un vivissimo augurio di serene festività a te e a Maria.
Con grande affetto
Ilario
Dott. Renzo Gambato ho letto con grande piacere il racconto del suo illustre pianoforte Pleyel. E’ scritto bene, scorre come una novella. Anch’io ho vissuto un’esperienza simile con i fortepiano e arpe Erard. Sono i grandi marchi del XIX secolo su cui hanno suonato i grandi musicisti. Mutatis mutandis anche il marchio Erard ha ottenuto riconoscimenti e successi nelle esposizioni universali di Londra, 1851; Londra – Esposizione universale del lavoro industriale di tutte le nazioni, poi a Parigi, 1855; Esposizione Universale , mentre nel 1867, Parigi – Esposizione Universale (1867) la famiglia Erard era membro della giuria nell’esposizione universale.
Lei ha fatto bene a proteggere e amare il suo strumento, gliene sono e saranno grati i suoi genitori e tutti gli amanti della musica. Complimenti e tanti auguri.