È un viaggio dentro un mito, un attraversamento dello sguardo e della memoria collettiva. La mostra “L’America non esiste, io lo so, ci sono stato”, inaugurata alla Black Light Gallery di Padova, raccoglie le fotografie realizzate da Massimo Sormonta nell’estate del 1981 tra New Orleans e New York, restituendo al pubblico il diario visivo di un giovane uomo che partì per inseguire un sogno e tornò con un mondo negli occhi.
Le sue immagini raccontano l’America prima di internet, prima dell’iconografia globale, quando il mito a stelle e strisce viveva ancora nell’immaginario collettivo come una promessa di libertà, contraddizione e sogno. Un’America che oggi non esiste più, ma che allora sembrava vera, perché – come scrive Sormonta – “tutto ciò che viene dall’America sembra reale, anche quando non è altro che una menzogna ben confezionata”.
Sormonta, un diario di viaggio, un laboratorio di vita

Il percorso espositivo si compone di dodici fotografie in grande formato, tratte dal suo archivio di oltre diecimila immagini. È un estratto di un progetto più ampio, che l’autore ha intitolato “Popolo in marcia”: un lavoro corale e visionario che abbraccia decenni di viaggi, dall’Asia alle Americhe, e che diventa metafora dell’umanità in cammino.
Nel suo obiettivo si muove un “esercito di corpi” – giovani e anziani, felici o stanchi, belli o anonimi – tutti accomunati dalla stessa condizione: l’essere in viaggio.
Sormonta li fotografa senza giudizio morale né estetico, ma con empatia e curiosità. Non è un cronista, né un antropologo. È piuttosto, come scrive nel testo che accompagna la mostra, “un uomo che condivide la passione, il dolore e la gioia di vivere di chi incontra”.
Il suo sguardo non è mai neutro, ma partecipe: il fotografo osserva il mondo come chi lo attraversa a piedi, sentendo il peso e il ritmo del cammino.
L’America come specchio e illusione


Il titolo della mostra “L’America non esiste, io lo so, ci sono stato”, che è in esposizione fino al 10 gennaio 2026, racchiude l’ironia e la consapevolezza di un’intera generazione cresciuta a “caffelatte e telefilm polizieschi americani”, come scrive lo stesso autore.
Nei ricordi del giovane Sormonta c’è “La città in controluce” (The Naked City), la serie televisiva in bianco e nero che lo fece innamorare delle strade americane, dei grattacieli e delle automobili scintillanti.
Ogni episodio si chiudeva con una frase che è rimasta nella sua memoria come una rivelazione:
“There are eight million stories in the naked city. This has been one of them.”
(Ci sono otto milioni di storie nella città nuda. Questa è una di quelle.)
Ed è come se le sue fotografie fossero la risposta, quarant’anni dopo, a quella promessa: una dei milioni di storie invisibili che popolano la città nuda del mondo.
La poetica dello sguardo


Nel lavoro di Sormonta convivono la precisione del reporter e la delicatezza del poeta.
La luce taglia i volti come una rivelazione, i corpi sembrano emergere da un tempo sospeso, mentre lo spazio urbano si trasforma in teatro di solitudini e incontri fugaci.
Ogni immagine restituisce una forma di spiritualità laica: la dignità della presenza umana, l’invisibile che si manifesta per un istante davanti all’obiettivo.
Sormonta, un autore in cammino

Nato nel 1951, Massimo Sormonta inizia a fotografare a sedici anni e trasforma presto la passione in mestiere. Viaggia a lungo tra Asia e Americhe, realizzando reportage pubblicati in Italia e all’estero.
Dopo un periodo a Caracas, dove si specializza in fotografia di architettura, rientra in Europa e prosegue come freelance, sviluppando una personale ricerca sulle città notturne e sulle tecniche di stampa alternative.
Le sue opere sono state esposte in gallerie e mostre in Italia e all’estero, sempre con una coerenza di fondo: l’umanità come soggetto, la luce come linguaggio.
Black Light Gallery: un faro sulla fotografia d’autore

Con questa mostra, la Black Light Gallery conferma la propria vocazione nel promuovere la fotografia come arte contemporanea, offrendo uno spazio di dialogo tra autori italiani e internazionali.
La galleria, diretta da Roberta Salmaso, si distingue per una programmazione che unisce ricerca e accessibilità, avvicinando il pubblico a linguaggi visivi che raccontano il mondo con autenticità.







































































