Dal libro “Il mondo in un sacchetto. Storia di una passione” (Antiga Edizioni) di Edoardo Pittalis che racconta l’avventura imprenditoriale di vita di Benito Selmin, pubblichiamo le pagine introduttive, per gentile concessione dell’editore.
“Oggi 29 settembre, giornale radio… Seduto a quel caffè, io non pensavo a te”. Non c’è italiano che non abbia cantato questa canzone. Anche se all’inizio, nel 1967, non tutto filò liscio. L’avevano scritta Mogol e Battisti, ma la casa discografica preferì affidarla all’Equipe 84 che era la band italiana che meglio aveva colto lo spirito musicale del momento. C’erano l’invenzione della voce dello speaker e la storia nascosta nel ritornello, forse un’allusione vaghissima alla droga e un riferimento esplicito a un tradimento consumato. Anche se poi “il sole ha cancellato tutto”.
Il 29 settembre è entrato nella nostra musica e nel nostro modo di dire. Come un giorno di festa fuori dalla festa. Il santo del calendario è l’arcangelo Michele, ma è anche il giorno degli altri arcangeli, Gabriele e Raffaele. Il primo è quello che grandi pittori e scultori hanno rappresentato mentre schiaccia la testa di Satana: c’è una grande tela di Guido Reni, c’è una potente scultura su Castel Sant’Angelo a Roma. Secondo la profezia, sarà Michele a far squillare la tromba del gran Giudizio finale. Ma forse tutti questi riferimenti nei versi di Mogol e Battisti non c’erano, in fondo sono solo canzonette, il giorno dopo è già il 30 settembre.

Eppure il 29 è anche storia. Cercate quella data e trovate subito qualche nome. Uno, per esempio, di un personaggio nato esattamente il 29 settembre 1936 a Milano, figlio di Luigi e di Rosa Berlusconi, un dirigente bancario e una casalinga. Lo chiamano Silvio, è destinato a fare irruzione nella nostra storia repubblicana, quattro volte presidente del Consiglio, uno degli uomini più ricchi d’Italia, l’uomo della televisione, creatore di nuovi partiti, di un linguaggio politico che ha fatto scuola. Personaggio discusso, inquisito molte volte, amato e odiato con la stessa intensità. E’ stato a lungo chiamato il Cavaliere. Ma questa è un’altra storia.
Immaginate lo stesso giorno, un martedì, lo stesso mese, lo stesso anno, il 1936, XIV dell’era fascista. A 240 chilometri da Milano, una distanza che oggi in auto si copre in meno di tre ore, tutta autostrada, allora di ore ce ne volevano tante di più. In treno ora sono sufficienti due ore e mezzo, allora il doppio non bastava. Siamo a Chiesanuova, quartiere di Padova, non lontano dal centro della città del Santo, sulla strada che va a Vicenza. Cinque frazioni: Ponte Rotto, Montà, Brusegana, Sarmeola, Caselle.

Campi pianeggianti delimitati da filari di alberi, siepi, fossi, stradine e quelli che pure qui chiamano “trozi”, sentieri tortuosi e forse anche un po’ misteriosi. Il poeta dialettale giuliano Silvio Domini ha intitolato una raccolta di versi “Discolz pa i trozi de l’anima”, scalzo per i sentieri dell’anima. E davvero, a volte perdersi tra quei trozi fragili e argini che in certe stagioni mutano ogni giorno, è quasi come smarrirsi dentro se stessi.
E poi quel ponte che supera il fiume Brentella che passa in fretta dagli stati di magra alla piena. Il crocevia di due importanti assi dello sviluppo del territorio, la strada per collegare Padova con Vicenza.
E’ nella campagna della periferia di Padova a Chiesanuova, in via della Biscia, chiamata così per le tante curve, che quel martedì di fine settembre del 1936 nasce Benito Selmin. Anche lui sarà Cavaliere, e sua è la storia che ci interessa.
Merito della nonna

Il nome lo deve alla nonna Amalia vedova della Grande Guerra. Il marito Pietro è morto dopo il congedo per le conseguenze delle ferite e delle malattie contratte al fronte; lei rimane con cinque figli ad affrontare una vita difficile. Soltanto nella primavera del ’36, dopo un’attesa di quasi vent’anni, le viene riconosciuta la pensione di guerra e decide che il primo nipote si sarebbe chiamato Benito, come il Duce al quale aveva scritto. Anche se nel registro della parrocchia di Chiesanuova, il bambino è battezzato col nome di Benedetto. Il parroco don Ettore Silvestri, non proprio simpatizzante del fascismo, si rifiuta di trascrivere il nome del dittatore. Del resto san Benito non esiste, è la trascrizione spagnola di san Benedetto.
Ma nonna Amalia lo aveva promesso e Benito fu.







































































