Pochissimi in Italia sanno di musica, canzoni, cantanti, band, concerti e festival quanto Giò Alajmo. In mezzo secolo di carriera giornalistica ha seguito tremila concerti in giro per il mondo, raccontato una quarantina di Festival di Sanremo e decine di Festivalbar, intervistato centinaia di rockstar e anche di giovani promesse destinate al successo, spesso scovate con intuito da talent scout. Non c’è qualcuno che sia diventato famoso che Giò non abbia intervistato; di molti è diventato amico. Adesso ha deciso di raccontare la sua vita tra i musicisti in un libro intitolato “Vampirock: parlami di musica, un viaggio da Elvis ai Maneskin” (Media&Books/ Callive) scritto con Savina Confaloni che intervista l’autore e ne raccoglie ricordi, aneddoti, piccole e grandi storie, momenti felici e anche ombre. Quel titolo, “Vampirock”, serve a far capire che Alajmo ha succhiato da bambino il sangue del rock e della canzone.
La mia amicizia con Alajmo

Conosco Giò da tanti anni, quando sono arrivato al Gazzettino lui c’era già. Eravamo giovani cronisti, lui era nella redazione Spettacoli sempre pronto a partire per un concerto o per Sanremo. La sua scrivania era inconfondibile, la sola in tutto il giornale che avesse un grande giradischi e montagne di 45 giri e Lp, la macchina per scrivere, che era una grossa Olivetti 98, nemmeno si vedeva. I computer dovevano ancora arrivare. Lui stava seduto, la cuffia sulle orecchie, gli occhi socchiusi, muoveva le labbra e le dita. Sembrava si estraniasse da tutto, scuotendo la testa, per poi cambiare il disco sul piatto a una velocità impressionante.
Poi sono arrivati i Cd. Al Gazzettino venivano cantanti e manager, organizzatori come Vittorio Salvetti che aveva inventato il Festivalbar e arrivava con montagne di dischi senza copertina, di quelli pronti per i juke-box. Negli anni Giò ha portato al giornale Morandi e la Vanoni, Baglioni e Venditti, sono i primi nomi che mi vengono in mente. Nessuno famoso pronto per il concerto in Piazza San Marco o all’Arena di Verona o in uno stadio poteva passare senza fare prima una tappa da Alajmo al Gazzettino. A un certo punto si era sparsa la voce, ogni sabato pomeriggio c’era una star: ho consegnato con Giò decine di targhe del Gazzettino in argento con incisa la prima pagina del primo numero. Da qualche parte deve esserci una montagna di fotografie.
Per Alajmo non solo un lavoro ma una passione

Per non pochi giornalisti i critici musicali – e non solo quelli di quotidiani, settimanali e riviste -, sono fortunati che lavorano poco, fanno quello che amano, una specie di bella vita e autorizzano i colleghi a dire che, in fondo, si tratta di una categoria privilegiata. Diceria diffusa, ma non rispondente al vero. C’è fatica in ogni mestiere e diventare bravi nel proprio richiede esperienza, cultura, anni di studio, giorni fuori casa, bocconi amari da ingoiare, illusioni destinate a spegnersi. E anche contro questa diceria che Alajmo ha scritto il libro mettendo assieme serate strepitose e altre confuse, persino cariche della polizia come quella al movimentato concerto dei Led Zeppelin.
Con Giò abbiamo collaborato anche ad alcune pubblicazioni del Gazzettino in vari anni, da quella che racchiudeva un secolo di Nordest, a quella che ha raccontato 40 anni di Festival di Sanremo,da Nilla Pizzi e Claudio Villa a Domenico Modugno e Riccardo Cocciante che quell’anno mise in fila Renato Zero e Marco Masini. Alajmo sapeva tutto di ogni festival, soprattutto conosceva i segreti dei cantanti e dei presentatori. Straordinari i suoi racconti su Mike Bongiorno e su Pippo Baudo; del Pippo nazionale seguì come inviato anche il matrimonio a Militello con Katia Ricciarelli.
Abbiamo pure giocato a calcio assieme, nella squadra dei giornalisti; lui era il portiere e se la cavava con dignità, anche quella volta che i Carabinieri, tutti più giovani e allenati di noi, ce ne diedero tre o quattro in notturna sul campo di Mira. Finì con una cena nell’albergo di Nino Carraro al Burchiello, poi Giò si mise al pianoforte mostrando non soltanto di sapere di musica ma anche di saperla suonare e bene.
Il libro e i suoi racconti

Nel libro trovate Frank Zappa, i Rolling Stones e Paul Mc Cartney, i Pink Floyd a Venezia e anche davanti al Muro di Berlino, Michael Jackson a Praga, Chuck Berry che non saliva sul palco se prima non aveva incassato tutto l’onorario. Un Sinatra ottantenne che all’Arena canta sotto il diluvio per rispetto del pubblico e non sbaglia una nota. E ancora Sinatra che torna in Italia con Liza Minelli e Sammy Davis jr. Ancora: Tina Turner, i Vanilla Fudge. La volta che accompagna una novantenne Fernanda Pivano al concerto di Dylan al Forum Assago. E quando a Venezia in Piazza San Marco parla a lungo con Paul dei Beatles in un concerto promosso dall’Unesco e nel quale fanno l’esordio i primi laser. Sino al concerto dei Pink Floyd a Venezia del 1989, quello che è costato alla città la rinuncia all’Expo.
Le passioni


Dice Alajmo che senza i Beatles, che hanno rivoluzionato la musica del loro tempo, probabilmente i Rolling Stones non sarebbero esistiti; e senza Bob Dylan la canzone sarebbe rimasta canzonetta. Che il vero “Festival di tutti” è stato quello in cui Fabio Fazio ha invitato a Sanremo il ledaer sovietico Gorbaciov; e che i Maneskin sono stati i perfetti figli del nuovo millennio. Tra i concerti che gli sono rimasti dentro: Patty Smith a Bologna nell’89, i Rolling Stones a Norimberga, i Jethro Tull a Treviso, Fabrizio De Andrè con la PFM a Bologna, Bruce Springsteen a Milano, Leonard Cohen a Venezia nel 2009, poi Madonna e Lady Gaga.

Per uno che ha incominciato a lavorare nel 1975, che ha visto i capricci di molte star e la sfortuna anche di grandi interpreti, scrivere un libro è stato come rovesciare i ricordi in un vecchio Lp in vinile, di quelli mai passati di moda. E l’attenzione per i veneti della canzone: da Pino Donaggio a Patty Pravo, dalle Orme ai Pitura Freska, a Tolo Marton il chitarrista che va negli Usa e vince il premio in memoria di Jimi Hendrix. Sino alla Cinquetti, a Dino, alla Rettore, Red Canzian e i Pooh, Lucio Quarantotto, Ferruccio Sartori l’autore del fortunatissimo “Con te partirò”.
Alajmo e l’amicizia con Toffoletti

Senza dimenticare l’amicizia che lo ha legato a Guido Toffoletti, chitarrista e suonatore d’armonica, che amava Elvis e il blues e lo ha introdotto nel mondo londinese e gli ha fatto conoscere alcuni tra i più grandi musicisti del rock. Lo sfortunato Toffoletti sparito di notte in bicicletta in una strada bassa del Polesine, sull’argine di un canale, travolto da un automobilista distratto che ha spento tutti i suoi sogni e zittito l’armonica.
L’aneddoto
E per chiudere con un sorriso una confidenza fattagli da Vittorio Salvetti. Era il tempo dei concorsi per nuovi cantanti, un giorno al Pedrocchi di Padova si presentò un artista entusiasta che si esibiva nel repertorio di Charles Trenet, gloria francese. Arrivò su una Giulietta rosso aragosta con autista. Utilizzò il nome di Silvio Glori, usando il cognome della moglie. Non se ne fece niente. Il signor Glori era in realtà il giovane Silvio Berlusconi. Non entrò nella storia del rock, ma nella nostra storia è entrato ugualmente e non solo con una canzone.







































































