Quella mattina, dopo le feste, mentre mi accompagnava a scuola in bicicletta, mia madre ha guardato in alto: il cielo era una cupola grigia uniforme che incombeva sul mio mondo, l’aria era meno gelida del giorno prima, lei ha detto come tra sé: ”Tu non sai, ma forse nevicherà prima di sera”. Non so se aspettasse da me una risposta, e ha continuato: ”è l’aria che ce lo dice, vedrai”. Più tardi, mentre nella grande aula stavamo ascoltando non so quale lezione, la maestra Alice si è interrotta, ha guardato alle finestre e, alzando la voce come quando ci sgridava, ha detto: “Zitti, fate silenzio, nevica!“ Si è alzata dalla cattedra e si è avvicinata a una delle finestre.
Nevica e tutto cambia

Quasi con dolcezza, insolita in lei, si è rivolta a noi con queste parole: ”Silenzio, venite a vedere”. E noi, come una mandria di puledri a quel punto siamo scattati in corsa, ma non in silenzio, pigiandoci contro le finestre. Abbiamo guardato la neve: era la prima di quell’inverno, una sorpresa, una meraviglia. Era la prima volta che una nevicata diventava una lezione. Io, orgoglioso, dicevo agli altri, specialmente alle femmine, che lo sapevo perché me l’aveva detto la mamma. Mi sentivo importante, in fondo mia madre aveva previsto, o meglio, sentito arrivare la neve. Quella mattina si è conclusa con una lezione improvvisata che ricordo ancora.
Nevica e inizia la magia

Tornati malvolentieri ai banchi, la nostra insegnante aveva cambiato espressione, la severa, anzi la temibile “Maestra ‘Lice” come comunemente la chiamavano in paese, ci appariva sotto una luce diversa. Forse la luce della neve, ai nostri occhi, aveva cambiato lo stato d’animo della nostra insegnante e anche il nostro. Infatti, la scolaresca ha seguito la lezione con particolare rispetto per il silenzio. Intanto si era alzato il vento e dietro le vetrate si vedeva la neve mulinare, i fiocchi giocosi che imbiancavano come per magia il nostro mondo infantile, nel quale la voce della maestra ci ricordava che la neve era tanto bella ma anche utile. Ha ricordato infatti il proverbio che dice: sotto la neve, pane, sotto la pioggia, fame.
Nevica e la terra aspetta la primavera

Tornando a casa in un paesaggio cambiato, le parole della mia amata maestra mi hanno accompagnato nella luce dei campi, più luminosi del cielo, che si era sgravato dal suo tesoro di farfalle di ghiaccio. Ho capito allora che sotto la soffice coperta la terra sognava primavere ancora lontane e là il frumento maturava: era il pane proverbiale, era il frutto di una storia favolosa che usciva dalla bocca di una donna che aveva per me l’aspetto di una nonna e invece era solo matura, con due figli e un marito che suonava la cornetta nella banda municipale. Il pensiero che la terra delle nostre campagne avesse una pancia piena di semi e quindi di vita, come una mamma quando aspetta un bambino, ha nutrito il mio rapporto con la natura e direi la solidarietà con quelle distese immacolate. Sotto quella neve, e le altre che sarebbero venute, i miei sogni sono diventati passione per la vita.
C’era una volta

In questo nostro tempo confuso c’è un fenomeno strisciante e negativo nella sua avanzata di cui dovremmo preoccuparci, mentre invece lo ignoriamo. Si tratta della perdita di abitudini e di parole che animano ogni società. Penso in particolare, a certe parole come ideale, slanci del cuore, rispetto, delicatezza, attenzione o il semplice saluto del buongiorno. Mi spiego con una scena girata da un giovane regista amante dell’eccesso immaginativo. In un suo film si vede una piazza devastata da un evento apocalittico.
Perdere la parola

Nella desolazione, un mendicante cieco, seduto fra le rovine, si rivolge ai passanti con una supplica incredibile. “Ti prego, chiunque tu sia, dammi qualche parola, anche una sola, qualche spicciolo della tua voce… le mie parole sono state bruciate. Ti prego, signora, condividi con me le tue parole, anche una sola”, e ancora: “Ti prego, signora o signore condividi qualche vecchia parola che ricordi, io le mie le ho perdute quasi tutte. Fammi la carità, dammi parole”.
Non solo fantascienza

Qualunque sia il significato di questa scena, cioè un mondo in cui l’umanità ha perduto il dono della parola, ricordiamo che si tratta di fantascienza, cioè letteratura, che tuttavia adombra una realtà possibile. La nostra esperienza ci ride in faccia dei problemi che punteggiano il vivere quotidiano, dove siamo noi quelli che perdono o uccidono certe parole.
Alcuni esempi

Per esempio, non si sente più la parola rettitudine, e ne scarseggiano altre come fiducia nel prossimo, condivisione, fratellanza, onestà. Ma in questi giorni anche il Diritto, di cui per tradizione siamo maestri e custodi, è diventato un nobile fantasma gettato nella discarica della Storia.
Bugia e verità

Un altro caso è rappresentato, secondo me, dalla bugia e dalle sue sorelle. Notiamo che non si scrive da nessuna parte, ma la si pratica con naturalezza in qualsiasi ambito pubblico o privato e perfino nelle relazioni internazionali. La bugia continua a diffondersi sotto l’etichetta, di nuova invenzione che si chiama “altra verità”, come se la povera Verità avesse due o più significati. Certo è che le diverse verità hanno padroni potenti.
Voli del cuore

(poesia)
I
Hanno radici nel tempo
i ricordi, tu dici, e sono
così profonde che incontrano
i ricordi altrui.
II
I ricordi, medita il saggio,
sono passioni (da cuore)
ricerca e ri-scoperta
di noi stessi.
III
I ricordi non li porta il vento,
hanno proprie ali (non angeliche)
e volano dal passato al presente
senza inciampi.
IV
I voli del nostro cuore
ci portano via da questi luoghi,
come antichi cercatori d’oro.
V
E qualche pagliuzza
Ci remunera dalla fatica
Che è l’avventura dell’umano.
Anonimo ‘26
















































































Sempre bellissimi spunti di riflessione. Grazie!
Io insegno in una scuola superiore e l’immagine dei bambini rapiti dalla visione della neve si è manifestata qualche giorno fa mentre ero in classe. I miei non sono proprio dei bambini però molti di loro non avevano mai visto la neve e ne erano affascinati. La perdita di alcune abitudini e dell’uso di alcune parole mi ha dato uno spunto per una riflessione che penso farò in classe. Leggo sempre volentieri queste riflessioni. Complimenti.