Terence Hill, pseudonimo di Mario Girotti (Venezia, 29 marzo 1939), è un popolarissimo attore e regista italiano naturalizzato statunitense e conosciuto in tutto il mondo. Ha iniziato a lavorare di undici anni; poi sempre come Mario Girotti è stato interprete di fotoromanzi e di pellicole cinematografiche lavorando spesso con registi come Luchino Visconti, Vittorio De Sica, Citto Maselli, Anton Giulio Majano. Dai “musicarelli”, come si usava allora, da “Guaglione” a “Lazzarella” e “Cerasella”, ai peplum che era la nuova frontiera del cinema popolare italiano: ed eccolo in “Cartagine in fiamme” e in “Annibale”. Ma anche ruoli e registi più impegnati, uno per tutti “Il Gattopardo” di Visconti del 1963.
Terence e Bud

Nella seconda metà degli anni sessanta, quando va di moda il western all’italiana che indica persino agli americani un modo nuovo di fare western, Girotti adotta lo pseudonimo di Terence Hill. Insieme a Bud Spencer, un altro attore italiano dallo pseudonimo anglofono (in realtà si chiama Carlo Pedersoli e ha un passato di campione di nuoto, primo italiano a fare i 100 sl in meno di un minuto), formano una coppia cinematografica diventata tra le più celebri della storia del cinema internazionale. Nel 2010 è stato assegnato ad entrambi il David di Donatello alla carriera. Terence Hill si è contraddistinto anche come interprete di fiction televisive: l’esperienza più significativa in questo ambito è quella nella longeva e ancora prodotta serie di “Don Matteo”. L’attore si dedica anche alla regia, seppur in misura minore rispetto all’attività di attore.
Il ritorno e il ricordo di Sergio Leone

A 86 anni compiuti l’attore torna sul set di un film d’azione. Con www.enordest.it ricorda gli inizi, l’infanzia a Roma. Parla della rinascita del genere sulle piattaforme streaming («Troppo brutali»). E di Sergio Leone: «Un amico che mi manca tanto. Era uomo brusco e disincantato, ma riusciva a commuoversi per lo slancio di libertà dei cowboy»
A Roma, la Terence Zone è in pieno centro

Tra Piazza della Minerva e il Pantheon. Non solo perché Terence Hill ha casa da queste parti e bazzica spesso tra queste vie con zainetto e immancabile cappellino. Come un ragazzino. Ma perché tra i palazzi si respira western, se per western si intendono i grandi valori di libertà, tenacia, forza fisica e anche spirituale. Qui, per esempio, nel 1919 da una finestra dell’Albergo Santa Chiara che s’affaccia su Piazza della Minerva don Luigi Sturzo pronunciò l’Appello ai Liberi e Forti all’origine del Partito Popolare, pochi anni prima che il fascismo cancellasse ogni libertà. Un po’ del suo Don Matteo è sempre schierato dalla parte dei più deboli, specie quelli che non hanno voce per farsi rispettare nei loro diritti. E nella piazza del Pantheon, tempio della Roma antica, non era difficile anni fa incontrarlo all’Albergo del Senato con Sergio Leone e Bud Spencer. Una sorta di “Trinità” di un genere che riportò il cinema italiano nel mondo un quarto di secolo dopo il Neorealismo.
Insomma, per il veneziano Terence Hill tutto è iniziato a Roma?

«Eh sì, qui tutto è cominciato: avevo dieci anni. Roma è stata a lungo la mia città al ritorno dalla Germania bombardata con la mamma tedesca Hildegard Thieme (stesse iniziali ma invertite del suo pseudonimo, ndr). Non avevamo soldi ma mia madre insisteva che dovevo imparare a cavalcare e mi portava qui a Villa Borghese. La passione per i racconti di cowboy al cinema ha fatto il resto, ma non avrei mai pensato di diventare quel che sono».
Cos’è per lei il western?


«Un sinonimo della parola libertà. Che è poi anche la sensazione che emana dalle grandi pianure di quei film sul grande schermo. E poi nel western ci trovo un qualcosa di mistico. Mi tornano alla mente i giorni passati con Sergio Leone, un amico che mi manca tanto. Stavamo girando “Il mio nome è Nessuno”, e guardavamo in moviola la scena del mucchio selvaggio di cowboy che arrivava compatto a tutta velocità. Fu allora che mi prese per mano e andammo in una zona buia del set, dove riuscivo appena a scorgerne la faccia. Ruppe il silenzio e mi disse con volto serissimo su cui mi accorsi che scendevano le lacrime: “Questo è il western”. Vedere quel romanaccio di Leone, brusco, disincantato, che riusciva a commuoversi per lo slancio di libertà dei cowboy, dell’eroe del West, un personaggio più grande della vita stessa, mi fece capire che c’era qualcosa di soprannaturale, di mistico appunto in quella visione del mondo. Che da quel momento divenne anche la mia».
Crede che i ragazzi di oggi possano condividere i valori del western? E quali individua, oltre alla libertà?

«Penso di sì, ci sono valori in grado di attrarre i giovani. Oltre alla libertà assoluta c’è l’onestà, il senso del dovere e il rispetto per l’altro, per il nemico. Sono alla base di ogni uomo forte, vero, sincero e schietto. Non so dire se di questi valori ci sia bisogno nella società attuale, ma so che la società è tutt’altro che questo ormai. Nel 1967 mi misero un cappello in testa e debuttai al cinema. Un produttore disse al regista: “Ha gli occhi azzurri come Franco Nero, prendilo!”»
C’è una rinascita del genere western sulle piattaforme con le serie tv e al cinema…
«Sono contento di questa rinascita, anche se non sopporto la violenza, la vera e propria brutalità di serie come Yellowstone. Non l’avevo mai vista prima. Bud e io nei nostri film non abbiamo mai ucciso nessuno e stavamo lontani dalla brutalità. Ma forse io non faccio testo, non vado ascoltato perché sono stato influenzato da un incontro proprio all’inizio della mia carriera nel western. Non volevo più girare un western. Pensavo fosse inutile. di aver già fatto tutto».
È stato quel libro a farla rimontare in sella? O è stato l’affetto del pubblico?

«Un giorno per strada mi vennero incontro una madre con le sue due bellissime bambine. Quella donna mi disse “Ah, lei è Terence Hill. La apprezzo, ma mi prometta che continuerà a fare film così, divertenti e senza violenza in modo che io possa continuare a portare al cinema le mie bambine”. Da allora ho come una spada di Damocle sulla testa, che mi ha fatto rifiutare tanto cinema western che mi proponevano in America. Anche First Blood, il titolo del film che in Italia divenne Rambo e inaugurò tutta la serie con Stallone».
Per il suo western senza violenza gratuita ha pagato dei prezzi. E anche oggi non ha intenzione di piegarsi, sembra
«Al western violento no, ma al ritorno del western sono pronto a partecipare. E tutta questa ripresa di interesse, che in America c’è da un po’ e in Italia sta arrivando ora, mi piace molto».
Terence, sta per darci una notizia?


«Il ritorno del mio Trinità. Il nuovo film “Trinità, la suora e la pistola” ha iniziato le riprese in Abruzzo proprio qualche mese fa. Dico la verità: non volevo più girare un western. Pensavo fosse inutile, di aver già fatto tutto e che non avrei potuto fare di meglio. Poi però ho trovato un libro con la storia vera di una suora italiana che è emigrata a fine Ottocento in America dall’entroterra ligure con la sua famiglia contadina e poverissima. Da Cincinnati, sola, ha deciso di andare nel West».
E Trinità come entra in questa vicenda?

«Il film si apre così: si vede Trinità sulla sua famosa “lettiga” e poi lei, la suora, circondata da tre minacciosi cow boy. Lui capisce che è in pericolo e la salva da quei tre. Da qui comincia la storia che si intitola Trinità, la suora e la Pistola. Dove la Pistola è Billy the Kid perché lei nella sua vita incontrò davvero Billy the Kid. Abbiamo lavorato alla sceneggiatura per quasi due anni, tra varie difficoltà come è normale. Ma ora siamo partiti, finiamo di girare in Abruzzo. Faccio anche la regia di questo mio spaghetti western di Trinità che si intreccia con i personaggi veri del West come Billy the Kid. La suora nel film si chiama Blandina, il vero nome era Rosa Maria Segale».
Terence, a questo punto possiamo dire che Trinità è il film a cui è più affezionato?
«Senza dubbio è il mio preferito. Enzo Barboni, che era un fotografo di scena, me ne parlava tutto il giorno di quella storia mentre giravo “Preparati la bara”, uno dei miei film minori: una testa così mi faceva. Finché trovò un produttore che si fidò a mettere in mano un film a un semplice fotografo di scena. Che però aveva scritto una bellissima storia e diventò regista (con lo pseudonimo di E. B. Clucher; ndr)».
Era il 1970, Terence Hill esisteva giù da qualche anno

«Dal 1967. Stavo partecipando a un film tedesco sui Nibelunghi, avevo una parte minore e giravamo in Jugoslavia, c’erano anche altri attori italiani. Un romanaccio in particolare, alla Mario Brega, a un certo punto disse: “Non sapete che sta succedendo a Roma, stanno girando un western pieno di attori, sono tutti impazziti”. E io mi sono subito detto: “Sto perdendo l’autobus del western, devo essere lì”. Qui a Roma ho avuto la fortuna di conoscere Giuseppe Colizzi, che era anche uno scrittore e aveva scritto la storia di un film sulla falsariga de Il buono, il brutto è il cattivo: si chiamava Il cane, il gatto e la volpe. Giravano già da una settimana in Spagna, ad Almeria, ma l’attore che faceva il gatto aveva litigato con la fidanzata e si era pure rotto un piede. Chiamò me a fare la parte del Gatto: ancora il destino che arriva e ci mette del suo. Il produttore era il fratello del regista Mauro Bolognini e io uno degli attori della sua casa di produzione. C’era anche Mauro, il regista. Quando arrivò Colizzi, il produttore gli disse: “E prendi lui! Non lo vedi? Ha gli occhi azzurri, gli metti un cappello in testa ed è come Franco Nero!”».
Poi il film avrebbe cambiato il titolo in Dio perdona…Io no!
«Fu proprio Bolognini il regista a dire che era bellissimo e meglio de Il cane, il gatto e la volpe».
Forse aveva ragione. Ed è su quel set ad Almeria che trova Bud Spencer: 18 film assieme, inseparabili.
«Lo ricordo quando da ragazzino facevo nuoto e con gli amici andavamo sugli spalti della piscina ad aspettare il grande campione italiano Carlo Pedersoli che si allenava. Lo guardavo arrivare, sigaretta in bocca, a bordo piscina. La mollava a un amico e entrava in vasca tra mille spruzzi. Ci chiedevamo quante ne avrebbe fatte, noi che ogni giorno ne facevamo tantissime. Fa una vasca, 50 metri; torna indietro e quindi ne fa un’altra. Poi esce. Non ne aveva bisogno con la forza naturale che aveva. E poi… il suo carattere non prevedeva l’allenamento. Se solo si fosse allenato con regolarità sarebbe diventato campione del mondo. Ma era così: tutta forza, tutto istinto. E quella forza la trasmetteva a tutti dal grande schermo. Con Bud c’era un rapporto perfetto. Mai litigato. Eravamo diversi però. Lui forza e istinto, io preciso, sempre in anticipo sul set. Per dire: io, un po’ “tedesco” mi portavo una coach per parlare in inglese americano. Lui mi diceva che non ci pensava proprio. Si limitava a muovere la bocca in un certo modo così sembrava che stesse parlando inglese».
Il doppiaggio salvava la situazione. E mangiava molto?
«In un film in Sudamerica – nella foresta, un caldo bestiale – fece arrivare un piccolo van con due lettini dove mangiavamo riparati dal caldo e poi dormivamo al pomeriggio. Che pranzi! Mandava la sua assistente Ida a prendere qualsiasi cosa. Dopo pranzo regolarmente arrivavamo in ritardo sul set. Il produttore veniva a cercarci ma aveva una discreta paura di lui. Che gli diceva “piano, piano, arriviamo”. E io che ero abituato a essere sempre in anticipo».
Dicono che anche lei sapeva come imporsi a produttori e registi
«Forse potrò apparire presuntuoso ma ricordo che volli dire la mia sulle nostre famose scazzottate. Nei film con Bud dovevano durare 3 minuti. Perché costavano parecchio, ci volevano una ventina di stuntman. Solo che al cinema avevo visto “Sette spose per sette fratelli” e mi entusiasmai. Lì la scena della scazzottata durava 7 minuti e mezzo, la cronometrai. Allora vado dal regista per convincerlo a fare una scazzottata di 10 minuti, più lunga ancora. Regista e produttore prima dissero no, poi cominciarono a pensarci. Alla fine vinsi. Abbiamo fatto una scazzottata di 10 minuti, gli unici nella storia del cinema. Anche un grande regista come John Ford ne girò una bella lunga e piena di gente, di quelle come piacevano a me. Ma no, a 10 minuti non arrivò mai».


















































































