A Mestre, da quattordici anni, in settembre, si svolge il Festival della politica, che quest’anno aveva come titolo: “Nascere al mondo. Futuro e demografia”. Uno degli aspetti (e delle riflessioni che ne sono seguite) emersi nel corso di diversi incontri, dibattiti e presentazioni di libri è stato questo: siamo tutti infelici, stanchi, arrabbiati. Il nuovo libro di Giulia Blasi, La felicità è un atto politico. Stare bene (insieme) come forma di resistenza (Milano, Rizzoli, 2025), un testo che si muove tra saggistica, narrativa e autobiografia, sembra proprio partire da questo sentimento diffuso per analizzarlo cercando di capire come invertire la rotta, per dare senso politico al desiderio di cambiamento che molti di noi nutrono senza però sapere come realizzarlo.
Perchè la felicità può essere un atto politico
L’autrice, che scrive in prima persona con una verve narrativa trascinante a sostegno di una profonda analisi della nostra società contemporanea, ci dimostra come il capitalismo e il liberismo in cui siamo immersi ci vuole tristi, performanti e soli. Di conseguenza scegliere di perseguire la felicità può davvero essere considerato un gesto radicale e dunque politico. Perché la felicità non è un premio da conquistare da soli, come vorrebbe farci credere chi sta al potere. La felicità va cercata tutti insieme ed è una forma di resistenza collettiva perché è nemica del sistema capitalistico che ha tutto l’interesse a negarla in ogni modo illudendoci però di poterla raggiungere attraverso metodi, rimedi, pratiche e soprattutto acquisti da fare.
Come Giulia Biasi struttura il libro

La struttura del libro è divisa in cinque parti. Dopo una breve introduzione che si propone di definire cosa sia la felicità (cosa non facile se pensiamo, ad esempio, che in friulano – e l’autrice è di Pordenone – la parola nemmeno esiste), l’analisi si articola in queste tematiche: 1) potere; 2) anima; 3) corpo; 4) fare (e non fare); 5) partecipare, che contiene anche le conclusioni.
Giulia Blasi parte da una serie di riflessioni personali da attivista abbattuta per decostruire la narrazione dell’isolamento e mettersi alla ricerca di un’alternativa concreta al senso di impotenza che attraversa il nostro tempo. Il libro non fornisce soluzioni facili per problemi complessi, naturalmente, ma prova a disegnare una mappa per orientarsi in un momento di grande difficoltà collettiva, cercando una via d’uscita dal “Tapinocene”, l’era dell’infelicità: un termine che nei ringraziamenti viene accreditato al suggerimento di una studiosa, scrittrice e blogger che vive e lavora dalle nostre parti, a Spinea, Mariangela Galatea Vaglio. Il termine deriva da una parola del greco antico: ταπείνωσις (tapeínosis), che significa depressione in senso figurato (p. 36).
La felicità come politica
«Il nostro malessere non è un incidente, non è figlio del momento e non è colpa nostra. Il sistema socioeconomico messo in piedi con la fine della Seconda Guerra Mondiale, presentato come l’unica ricetta possibile per il perseguimento della felicità, sta in piedi solo se siamo perennemente incazzati e con il portafoglio aperto.». Se siamo tristi, ci affidiamo allo shopping: il nostro sconforto serve a far girare l’economia. La felicità però non ha bisogno di “cose”, c’è qualcosa di molto più profondo da ricercare.
Il “Tapinocene” è l’epoca che ci vede schiacciati da bisogni che non riusciamo a soddisfare, da una vita che ci sembra di non vivere e da una collettività globalizzata e sempre connessa in cui ci sentiamo soli e incompresi. E questa insoddisfazione porta all’abulia, all’idea che non ci sia niente da poter fare, ma anche alla convinzione che l’unica strada per ricercare la felicità sia quella individuale.
Un libro “femminista” che analizza anche la crisi del maschio

L’autrice, tracciando una breve storia dell’Italia dal 1945 a oggi, dimostra come gli oggetti abbiano assunto una sempre maggiore importanza e come questo aspetto sia stato convogliato nella nuova mistica attribuita al ruolo della “casalinga” dalla femminilità patriarcale. Perché questo è anche un libro profondamente femminista e progressista. I temi sviluppati sono tantissimi e cercano di rispondere a molte domande: perché le persone difendono il diritto dei ricchi a diventare ricchissimi sulla loro pelle? Perché votano a destra fidandosi di ciò che urla il leader di turno che non farà mai i loro interessi? La maggioranza degli intellettuali sta più o meno a sinistra? Perché le donne vengono incolpate di aver causato la solitudine e l’infelicità degli uomini?
Fenomeni politici e sociali trovano molto spazio nell’analisi di Giulia Blasi che dimostra, ad esempio, come la “crisi del maschio” non sia affatto un fenomeno recente, ma si possa far risalire a due secoli fa, ai tempi delle prime suffragiste, o addirittura alle riflessioni e agli studi di Mary Wollestonecraft in quanto «la violenza contro le donne e le categorie marginalizzate è un mezzo di controllo sociale che fa bene al patriarcato capitalista: il nostro sistema socioeconomico si regge sullo sfruttamento, sul lavoro di cura gratuito e sui margini di profitto generati dalla possibilità di pagare poco e male persone che si trovano in uno stato di bisogno.». (p. 108).
Un’analisi perfetta della società moderna e la voglia di trasformare la felicità in un atto politico
I temi trattati da Blasi sono molti e il libro si presenta denso di spunti di riflessione: la body positivity trasformata in un veicolo per vendere abiti, cosmetici, app per la dieta, (p. 141), il rifiuto della fisicità e il rifugio nella realtà virtuale, la rivendicazione del piacere come atto di ribellione in un mondo dove la femminilità è spesso associata a un grado, anche minimo, di sofferenza, la riduzione degli spazi di aggregazione, la difficoltà a diventare adulti in un «mondo che sta attraversando una forma visibile e dannosa di regressione infantile» (p. 178 e segg.). A ciò, in particolare, si aggiungono un certo analfabetismo di ritorno a causa del quale una buona parte di Italiani non è in grado di comprendere un testo scritto, l’aumento della precarietà sul lavoro, la retorica del dovere.
Ribellarsi al lasciarsi andare
La risposta a tutto questo, ci dice Blasi, sta nel partecipare, fare squadra, contrastare la tentazione di lasciarsi andare convinti che nulla possa cambiare. Ascoltare anche chi non la pensa come noi. Aprirsi al dialogo, e ricordarsi sempre che «la felicità dovrebbe essere un tema essenziale per chi si colloca dalla parte del cambiamento» (p. 272). Perché la gioia e il benessere non sono mai un traguardo individuale, da raggiungere in solitudine e competizione, ma un bene comune da costruire insieme.
Per l’autrice, solo la felicità collettiva è autentica. Va liberata dalle logiche di isolamento e dalle insicurezze indotte da un sistema che si nutre del nostro malessere. Stare bene insieme, come recita il sottotitolo del libro, diventa dunque un atto politico, una forma di resistenza e uno strumento per riconquistare la libertà. La vera felicità va quindi cercata e realizzata tutti insieme, nessuno escluso. Non può esserci una società felice dove c’è chi soffre, o vive il disagio dell’esclusione, dello sfruttamento, della sottomissione. Il benessere è un diritto universale.
Chi è l’autrice

Giulia Blasi è una scrittrice e formatrice, autrice di diversi romanzi e saggi: Manuale per ragazze rivoluzionarie, Rivoluzione Z, Brutta. Storia di un corpo come tanti, editi da Rizzoli. Scintilla nel buio è uscito il 7 marzo 2023 per Il Battello a Vapore. Ha all’attivo diverse campagne di sensibilizzazione su temi legati alla discriminazione delle donne, fra le quali #quellavoltache, antesignana di #metoo in Italia. Il suo ultimo romanzo è Cose mai successe, (Rizzoli, 2024), la mia recensione qui: https://www.enordest.it/2024/05/05/dove-lulu-cinque-amiche-e-un-mistero-nel-cuore-del-friuli/ .
Giulia Blasi, La felicità è un atto politico. Stare bene (insieme) come forma di resistenza, Milano, Rizzoli, 2025.

















































































