Con la definizione della nuova Commissione Europea da parte della sua presidente Ursula Van der Layen, comincia a delinearsi il profilo della nuova Europa, quella che dovrà affrontare le sfide future che le consentiranno di assumere un nuovo ruolo mondiale oppure di essere marginalizzata pesantemente, associando al medesimo destino i paesi che ne fanno parte. I passaggi obbligati per la piena operatività della nuova squadra sono molti e politicamente complessi, e richiederanno qualche mese, dato che le audizioni dei candidati commissari davanti al parlamento europeo inizieranno a novembre; pertanto la nuova Commissione non sarà al lavoro prima dell’inizio del prossimo anno. Nei corridoi di Bruxelles e delle cancellerie nazionali, c’è insomma il tempo per digerire appieno gli stimoli di Mario Draghi. E per pensare se e come coglierli.
Il rapporto di Draghi

Mario Draghi infatti ha presentato recentemente il rapporto sulla competitività che gli era stato richiesto da Ursula Von der Layen qualche mese addietro, e le reazioni sono state subito numerose e varie.
Il rapporto sulla competitività europea era stato richiesto dalla presidente della Commissione Europea Ursula nel corso del suo primo mandato, proprio allo scopo di tracciare una rotta per far uscire l’Unione Europea, dal cono d’ombra nel quale si trova.
L’assunto di fondo del rapporto è quello della necessità che l’UE debba aumentare di molto e per molto tempo la sua competitività, attraverso lo sviluppo di alcuni settore strategici dell’economia e con massici investimenti a livello continentale.
L’aumento della competitività complessiva del vecchio continente è considerato l’elemento fondamentale del rilancio del sistema economico, e con esso del freno al depauperamento del sistema di coesione sociale e di stato sociale che l’Unione Europea attualmente conosce.
Gli investimenti necessari potranno essere assicurati solamente attraverso un deciso cambiamento del sistema finanziario e con un uso strutturale e deciso del risparmio privato, che dovrà affiancarsi agli investimenti pubblici.
Risparmio e competitività nel rapporto di Draghi

Il risparmio privato europeo è il più alto del mondo e raggiunge livelli molto più alti di quello degli Usa ed è una risorsa che dovrà essere convogliata, per una parte preponderante, al finanziamento dell’innovazione e dell’adeguamento del sistema produttivo ed industriale europeo, volano per il sostegno del reddito e della competitività internazionale del continente.
Gli investimenti si rendono necessari per il rilancio dell’economia europea, ed in essa di quella degli stati membri, che è attualmente in grave ritardo rispetto a quella statunitense, paese partner principale ma anche competitor sempre più performante ed elastico nell’utilizzo di strumenti concorrenziali, rispetto al precedente fair trade con i paesi amici e partner commerciali.
Alla disinvoltura americana si accompagna la consolidata prassi corsara di altri attori economici globali, in primis la Cina, che pone il proprio interesse economico e geo strategico a proprio faro esclusivo, creando un quadro complessivo di concorrenzialità crescente su base sempre meno regolamentata e sempre più pragmaticamente individualistica.
Lo studio di Draghi riguarda principalmente la competitività del sistema europeo, che viene analizzato in tutti i suoi aspetti ed in relazione al confronto internazionale nel quale, assieme ad un numero sempre più esiguo di paesi che condividono regole ed accordi commerciali, si accompagna l’aumento nel numero e nella forza di realtà economiche che si muovono in crescente dissenso e competitività rispetto al sistema occidentale, del quale l’Europa rischia di diventare solitario testimone.
Le dichiarazioni di Draghi

Per la prima volta dai tempi della Guerra Fredda, dobbiamo davvero temere per la nostra autoconservazione e la ragione per una risposta unitaria non è mai stata così convincente, ha dichiarato Draghi durante la conferenza stampa di presentazione a Bruxelles, proseguendo nel dire che il complesso degli investimenti necessari per non perdere il treno è stato calcolato in circa 750-800 miliardi di euro annui, (829-885 miliardi di dollari), pari a quasi il cinque per cento del prodotto interno lordo dell’UE.
Le proposte di Draghi sono articolate ed approfondite e si raggruppano in circa 170 proposte per una nuova strategia industriale che dovrà basarsi su un volume di investimenti enorme che comporterà un cambiamento radicale delle priorità economiche e delle politiche di bilancio dell’Unione e, in parte, degli stati membri.
Oltre 400 pagine

Il rapporto è di oltre 400 pagine e contiene 10 raccomandazioni per altrettanti specifici settori economici ed entra approfonditamente nei dettagli tecnici, indicando la necessità di risolvere problemi a lungo ignorati dalle politiche europee, in primis la mancanza di investimenti in innovazione, campo nel quale invece i competitors internazionali – Stati Uniti e Cina per primi – investono da molti anni in maniera decisa.
Molte di queste difficoltà sono legate alla frammentazione nazionale del mercato comunitario, separato dalle invisibili linee dei confini nazionali, mentre il confronto avviene con rivali, come Usa e Cina che si stanno progressivamente distanziando dal classico sentiero del libero commercio internazionale e dalle sue regole; in questo scenario l’UE sta lottando per trovare il proprio percorso per competere sull’ scenario globale.
Draghi chiarisce fin dall’inizio come vi sia la necessità di un enorme quantità di soldi in un tempo relativamente molto breve per finanziare la decarbonizzazione, l’innovazione digitale e le infrastrutture che servono per rimettere in piedi il sistema europeo.
Sottolinea che il risparmio privato può giocare un ruolo decisivo in questi investimenti, se opportunamente incanalato su titoli che servano al rilancio dell’economia europea, e non porti su altri mercati le riserve del continente.
Draghi e il ruolo della BCE

La banca europea degli investimenti sta già lavorando sull’individuazione degli strumenti finanziari più adatti che però dovranno essere gestiti da una forte governance, da un precisa strategia che incanali le scelte sugli investimenti strategici necessari a migliorare le performance del sistema europeo, probabilmente una scelta esistenziale per l’economia europea
Infatti gli economisti della BCE hanno stimato un gap di finanziamento pubblico di circa 900 miliardi di euro, per il periodo dal 2025 al 2031, cifra che spaventa ma che rappresenta appena il 3% del prodotto interno lordo annuo europeo.
Uno dei punti determinanti, da perseguire assieme a quello del progresso tecnologico che spingerà la produttività, è quello della decarbonizzazione, che dovrà essere fortemente finanziata e gestita con equità ed equilibrio
Il rapporto Draghi attribuisce parte rilevante del deficit di produttività europea alla mancanza di investimenti in innovazione, a fronte degli enormi investimenti di oltre oceano; carenza particolarmente importante per quanto riguarda il settore del Hi Tech e delle telecomunicazioni, sulle quali l’attenzione dell’UE è sempre stata carente, tanto che solo lo scorso anno sono state emanate alcune norme specifiche sul tema.
Draghi e l’aumento degli investimenti

Questo ritardo incide sulla realizzazione di una coerente politica strategica dell’energia; evidente l’importanza di prevedere un approccio complessivo e coerente ai due problemi che risultano strettamente collegati in quello che Draghi ha definito energy puzzle.
Il governatore sottolinea come l’aumento degli investimenti nel settore energetico possa portare consenso politico, dato che si tratta di ridurre i consumi delle industrie energy-intensive che incidono più gravemente sulla produzione dell’inquinamento, e ciò potrebbe essere una leva positiva per la sua adozione.
Uno dei possibili percorsi ipotizzati è quello di una possibile reintroduzione di alcune tariffe commerciali nel commercio con gli Usa e la Cina, utilizzando un approccio più protezionistico, similmente a quanto operato da anni da questi due attori internazionali; Draghi però, ben conscio delle implicazioni e delle propensioni politiche dei paesi Ue, ha sollevato dubbi sulla fattibilità di questa ipotesi.
Il rapporto delinea una strategia per diminuire la dipendenza attraverso accordi commerciali specifici, in particolare riguardo alle materie prime, per le quali è necessario focalizzarsi maggiormente sul mercato interno, dato che gli stati membri non si sono focalizzati abbastanza sul nostro mercato.
I valori europei

La svolta dovrà comunque fondarsi sui valori europei, in particolare l’equità, l’uguaglianza e la qualità dei servizi pubblici, per conservare il modello sociale europeo con i suoi elevati standard sociali che portano benessere alle imprese manifatturiere e benessere sociale.
Il presidente ha sostenuto anche che i governi non si sono focalizzati sufficientemente sul nostro mercato interno ed almeno l’80% degli investimenti dello scorso anno sono stati indirizzati al di fuori dell’Unione; ha proposto pertanto la creazione di una buy European clauses nelle regole di appalto.
L’ex banchiere centrale, ricordando come l’UE abbia saputo affrontare la straordinarietà del Covid anche attraverso la creazione del fondo di ripresa – strumento finanziario ed economico del tutto inedito nel panorama europeo – ritiene che questa via possa essere percorsa anche per il rilancio economico europeo, attraverso l’emissione di nuovi strumenti di debito comuni per finanziare progetti di investimento comuni che aumenteranno la competitività e la sicurezza dell’UE.
Draghi spiega come fare

L’importanza storica dello strumento finanziario utilizzato per uscire dalla pandemia, basato su un sistema di prestiti comuni per un valore di oltre 800 miliardi di euro che ha creato una nuova, efficace ed importante leva economico finanziaria, è consistita nel aver evidenziato ed utilizzato un sistema concreto di solidarietà tra stati membri senza precedenti; dimostrazione che, nelle giuste circostanze e con i giusti strumenti, si possono ottenere risultati politico-economici inaspettati, unendo in uno sforzo comune paesi e politiche del tutto lontane e inconciliabili.
Ora è necessario, per il futuro stesso dell’Europa, riuscire ad ottenere lo stesso risultato finalizzandolo però alla conservazione economica e produttiva del continente, creando una svolta indispensabile alla salvaguardia della vita economica europea quanto quella precedente lo è stata per la salvaguardia fisica dei suoi abitanti.
Similitudine e differenze che rendono difficile determinare nei dettagli lo strumento con il quale contrastare il declino e ripensare allo sviluppo economico; dato che la consapevolezza della profondità della crisi non è condivisa – continuano a contare le differenze di capacità economica produttiva, la struttura dell’occupazione, la dinamica internazionale del singolo paese, l’orientamento politico dei governi – e ci sono molti elementi che allontanano dall’obiettivo.
I principali sono legati alle incrostazioni storiche nelle relazioni tra gli Stati dell’Unione, la contrapposizione tra nord e sud Europa, tra Europa Continentale e Mediterranea, tra paesi frugali e indebitati, tra le coscienziose formiche nordiche e le spregiudicate cicale mediterranee.
Draghi e le difficoltà che l’Europa dovrà affrontare

L’algido ed istituzionale atteggiamento di Draghi non lascia trasparire le reali difficoltà insite nel suo piano, le complicazioni che rendono il pur notevolissimo impegno che gli è costato la sua elaborazione sono una spensierata scampagnata in confronto alla difficoltà della sua realizzabilità.
La gravità del compito che si è assunto Mario Draghi, risiede in una serie di questioni che il Governatore adombra con apparente noncuranza nel corso della sua presentazione, accennandole senza volerne evidenziare il peso politico, che sarà compito della nuova Commissione affrontare.
Far comprendere il senso ed il segno della esizialità della crisi e delle sue conseguenze sulle economie nazionali e sul complesso europeo, portando i governi e le istituzioni comunitarie ad assumere e condividere, con la necessaria volontà e coerenza, le conseguenti decisioni politiche, istituzionali ed amministrative.
Giungere ad una composizione, quanto più armoniosa e coerente, delle diverse e divergenti spinte politiche ed economiche che caratterizzano il mosaico della realtà continentale, e farlo nei termini di tempo e di risultato compatibile con un efficace gestione del piano proposto.
La roulette delle volontà politiche nazionali, troppo spesso legate a schemi nazionali ed interessi diretti ed immediati della politica domestica, costringono ad una mancanza di visione e di unitarietà che è una delle tare nello sviluppo dell’Unione, che può giocare un ruolo decisivo su questa partita.
I prestiti

Consapevole delle difficoltà della sua proposta, Draghi si è limitato ad affermare che i prestiti comuni saranno possibili solo se le condizioni politiche e istituzionali saranno soddisfatte e tra queste vi è la necessità di utilizzare il risparmio privato, indirizzandolo a scopi generali, ossia costituire titoli del debito pubblico a livello comunitario che siano attrattivi e concorrenziali con quelli americani, così da produrre meno tensione sui tassi e da costituire una riserva di capitale per gli investimenti necessari.
Ciò comporta necessariamente la modifica de l’unione dei mercati dei capitali, una delle grandi realtà incompiute nella costruzione dell’Europa e pertanto è continua e pressante la costatazione di Draghi sulla indispensabilità di una profonda revisione dei meccanismi e delle dinamiche economiche europee; ciò è necessario per la crescente concorrenza dall’estero, che si caratterizza per l’ormai consolidata tendenza alla disarmonia, con barriere commerciali, fattuali anche se non formali, che tendono ad impedire o frenare l’accesso al proprio mercato.
Tutto questo porta un crescente ampio divario dei livelli di crescita economica tra l’UE e gli USA, guidato principalmente da un rallentamento più pronunciato della crescita della produttività in Europa.
Draghi e la crescita lenta

Insomma l’Europa, pur essendo il più grande mercato del mondo con oltre 480 milioni di consumatori, cresce sempre di meno rispetto ai competitor internazionali; ma ciò che maggiormente preoccupa, e si deve velocemente contrastare, è il declino nello sviluppo delle tecnologie, la ricerca e l’innovazione.
La debolezza dell’UE nelle tecnologie emergenti che guideranno la crescita futura, con solo quattro aziende europee tra le prime 50 aziende tecnologiche del mondo fa dire a Draghi che l’Europa deve diventare un luogo in cui l’innovazione fiorisce, perché potremmo fare molto di più se tutte queste cose fossero fatte come se agissimo come una comunità, ma non ci concentriamo sulle priorità chiave. Non combiniamo le nostre risorse per generare scala. E non coordiniamo le politiche che contano.
Questo è il tema principale, che sottende tutto il rapporto, la indispensabilità di sentirsi ed agire come comunità e non più come somma dei singoli stati membri; la competizione internazionale attuale obbliga a pensare in modo sistemico, a tutti i livelli ed in particolare nella realtà economica.
Gli investimenti

L’Europa deve investire almeno il doppio di quanto ha fatto per la ricostruzione dopo la seconda guerra mondiale, per consentire alle imprese Hi Tech e delle telecomunicazioni di emergere sulla scienza internazionale, questo è l’annuncio volutamente scioccante che ha fatto Dragi.
È necessario investire almeno 800 miliardi di euro all’anno per portare l’Europa fuori dalla bassa produttività e dal flebile sviluppo che attualmente la relegano in coda a Stati Uniti e Cina.
Per quella che ha definito una sfida esistenziale Draghi esprime la consapevolezza che dovranno essere affrontati e sciolti molti nodi, uno dei maggiori è costituito dall’apporto fattivo che al suo piano deve essere dato dai 27 governi europei, laddove già si rincorrono le voci dell’impossibilità di un tale cambiamento.
In particolare in un momento come questo che vede, sul fronte interno, le due maggiori economie continentali, Germania e Francia, scosse da pesanti difficoltà, più economiche quelle tedesche e più politiche quelle francesi, ma entrambe potenzialmente venefiche per gli equilibri interni del paese e dell’UE nel suo complesso.
Draghi e una nuova strategia industriale

La nuova strategia industriale europea deve passare attraverso varie fasi, la prima della quali è la piena realizzazione del Single Market, che è importante per molti aspetti della strategia; per assicurare una scala per le imprese innovative e giovani e per le grandi imprese che competono sul mercato globale; per creare un mercato europeo dell’energia diversificato ed efficiente; per un mercato integrato e multimodale del trasporto con una forte domanda per la decarbonizzazione; per negoziare tariffe preferenziali che rafforzino le supply chains; per mobilitare maggiore volumi di investimento finanziario privato e, come risultato finale, per sbloccare maggiori investimenti e domanda interna.
Con le frizioni commerciali attuali l’UE sta lasciando il 10 % del potenziale Pil annuo sul terreno, ma per completare il mercato unico, o per meglio dire, ottenere il risultato di dare un futuro al mercato unico, come sostenuto dal rapporto Letta, risulta necessario costruire politiche industriali, della competitività e del commercio che interagiscano strettamente e siano convergenti nella costruzione di una strategia generale
Ci sono altri settori strategici, come ad esempio la difesa, nei quali i criteri della sicurezza e della resilienza debbono essere messi al centro di una strategia geopolitica futura, con pragmaticità e concretezza, che deve adattarsi alle esigenze ed alle opportunità di ciascun singolo settore.
Il finanziamento delle principali aree di azione, che richiede investimenti massicci, deve tendere a digitalizzare, decarbonizzare e migliorare le capacità di difesa europea, con l’utilizzo di investimenti annuali per circa il 5% del Pil comunitario.
Per dare una misura dello sforzo, si pensi che gli investimenti previsti dal Marshall Plan negli anni tra il 1948 e il ‘51 ammontavano a 1-2% del Pil annuo dei paesi fruitori.
Cosa mette in luce il rapporto di Draghi

Il rapporto, basandosi su dati e studi della Commissione Europea e del fondo monetario internazionale, ha verificato che risulta possibile creare la condizioni per realizzare questi massicci investimenti. Questo senza creare restrizioni economiche decise, basandosi strategicamente sull’utilizzo dei capitali privati.
Il settore privato potrebbe giocare la parte principale anche senza il supporto pubblico. Ma la crescita della produttività costituisce la chiave di volta per consentire che i bilanci pubblici partecipino a questo sforzo. Tanto che un aumento del 2% della produttività nell’arco decennale, sarebbe in grado di coprire un terzo della spesa pubblica necessaria.
Ci sono però due punti chiave. Il primo dei quali è l’integrazione del sistema dei capitali europeo al fine di meglio indirizzare il risparmio privato verso gli investimenti produttivi all’interno del territorio europeo. Il secondo elemento è una decisiva svolta europea verso un aumento della competitività che supporterà la possibilità di supporto pubblico agli investimenti produttivi.
Il passaggio fondamentale per tutto quanto sopra delineato è quello della volontà di riforma della governance europea. Che vada più in profondità nel coordinamento e riduca gli ostacoli regolatori.
Draghi spiega come non perdere l’ultimo treno

Dare avvio a questi cambiamenti non significa necessariamente impiegare tutte le energie ed attenzioni sull’orizzonte lungo delle modifiche dei Trattati. Ma concentrarsi sulle modifiche quotidiane che interverranno in corso d’opera ed i cui esiti si verificheranno operativamente, questa è l’indicazione del presidente Draghi.
Tutte si riassume però, in termini prettamente politici, sulla reale volontà dei governi nazionali di affrontare la sfida. Pagandone il peso politico immediato, in funzione di un rilancio europeo.
La palla ora passa alla Commissione. Alla sua capacità di far partecipazione attivamente gli stati membri alla realizzazione concreta della proposta, che assume il sapore di una sfida esistenziale per l’Europa. E che può essere colta solo con la consapevolezza comune della necessità di salire sull’ultimo treno.







































































