Ho sentito alla radio che più di novant’anni fa, uno scienziato e un medico europei, famosissimi, scambiarono una lettera a tema. Erano Albert Einstein e Sigmund Freud, e il tema è ancor oggi brutalmente attuale, la guerra. L’onda nera nazista era partita, e avrebbe cambiato molti destini. Era il 1932, Einstein scriveva da Berlino prima di rifugiarsi in America, Freud da Vienna prima di emigrare a Londra.
Incuriosito dal programma Rai, ho cercato quelle lettere e vi ho trovato subito un collegamento con il nostro presente. Infatti, Einstein scrive “nella presente condizione del mondo”, e chiede a Freud: “C’è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra?” Da parte sua lo scienziato si scusa perché “il mio pensiero non m’aiuta a discernere gli oscuri recessi della volontà e del sentimento umano” per cui si rivolge a chi si avvale di una “vasta conoscenza della vita istintiva umana per fare qualche luce sul problema”.

Einstein suggerisce una “maniera semplice” di affrontare l’aspetto esteriore del problema guerra: gli Stati creino un’autorità legislativa e giudiziaria col mandato di comporre tutti i conflitti che sorgano fra loro”. E’ la sua personale utopia, cosparsa di difficoltà, che lui elenca e che trova d’accordo il suo illustre corrispondente il quale (pensando alla Società delle Nazioni che ha suggerito l’incontro epistolare….) aggiunge un’osservazione, cioè che quella vagheggiata “Corte suprema” destinata a liberare l’umanità dal flagello guerra non può funzionare se non sa “assicurarsi il potere che le abbisogna”.
La guerra esiste, si sfoga Einstein, anche grazie allo “smodato desiderio di potere politico” e ai fabbricanti di armi. Senza ignorare il fatto, poi rimarcato da Freud, che “l’uomo ha dentro di sé il piacere di odiare e di distruggere…”, una passione che è “abbastanza facile attizzare e portarla alle altezze di una psicosi collettiva”. Non sentite un’eco risaputa in queste parole?
Freud, da psicologo, ripercorre in pagine affascinanti la storia del fenomeno umanissimo della guerra fra diritto e forza, fra pulsioni e incivilimento a cominciare dai tempi più remoti quando, “nelle piccole orde umane si affermava la forza muscolare poi sostituita dalle armi” che sono state usate in “una serie ininterrotta di conflitti … decisi quasi sempre mediante la prova di forza della guerra”. Il medico viennese sviluppa il proprio pensiero, “da psicologo”, in pagine note ai suoi seguaci; ma d’improvviso, come pentito di avere scritto tanto di sé, scrive: “Forse Lei ha l’impressione che le nostre teorie siano una specie di mitologia, in questo caso neppure festosa. Ma non approda forse ogni scienza naturale in una sorta di mitologia? Non è così oggi anche per lei, nel campo della fisica?”

Un dialogo ad alto livello da leggere e meditare, anche se, purtroppo, dice Freud, “non c’è speranza di sopprimere completamente l’aggressività umana”. D’altronde, aggiunge, come lo stesso Einstein osserva, “si può cercare di deviarla al punto che non debba trovare espressione nella guerra”.
L’inventore della psicoanalisi è realistico: “La guerra, nella sua forma attuale, non dà più l’opportunità di attuare l’antico ideale eroico, e la guerra di domani [il nostro oggi] a causa del perfezionamento dei mezzi di distruzione, significherebbe lo sterminio di uno o forse di entrambi i contendenti”.
Nella presente condizione del mondo: due grandi ci parlano da lontano nel tempo, ci coinvolgono e ci emozionano profondamente.
“Omnia mea…”, come le chiocciole

Un uomo di età incerta spinge un vecchio carrello della spesa attraverso la piazza e poi imbocca il rettifilo che porta fuori città: il carrello è stracolmo di cose usate, si notano tante coperte, un materassino, vestiti spiegazzati, borse di plastica gonfie: un trasloco a misura di clochard. Cose di vita che forse potremmo definire stracci, ma lui va con passo sicuro e sembra orgoglioso di sé. Lo seguo a distanza, e d’improvviso mi balza in mente una frase del nostro primo latino, quando sotto la figura di una chiocciola c’era scritta la frase: Omnia mea mecum porto. Cioè porto con me tutto ciò che mi appartiene, che non sono tanto le cose ma – c’era sotto una morale! – ciò che nella vita è essenziale, e si annida nel tuo intimo.
Mentre quello sconosciuto spariva al primo incrocio, sono tornato sui miei passi, meditabondo: chi era quell’uomo, da dove era venuto lì, quale storia lo aveva intrigato, dove stava andando, dove avrebbe dormito quella notte? Domande senza risposta, come spesso ci succede. Intanto, lui portava lontano da me la sua povertà e il suo mistero.
Vita in un bicchiere

(poesia)
L’orchidea biancorosa caduta a terra
dal suo vaso è come un sogno
caduto dalla notte nel giorno:
uno choc, uno scherzo del destino.
Adesso è qui con me, e insieme
ascoltiamo le notizie del mattino:
lei in un bicchiere trasparente,
io con il computer sulla guerra.
Lei è viva, i suoi petali aperti
come le ali di una farfalla.
E noi? A volte, come fiori recisi
ascoltiamo il tam-tam del cuore.
Anonimo 2024








































































La guerra – un tema infinito, senza soluzioni, sempre così terribile e incomprensibile nel suo terrore e nella sua inutile cattiveria. Più vorrei capirne anche solo un pò, meno ci riesco. Com’è possibile distruggere e ammazzare chi vorrebbe “solo” vivere la sua vita in pace e semplicità? Non c’è senso, nessuno.
Per quanto riguarda le ultime righe sull’uomo clochard con i suoi piccoli averi, mi ero fatta, anni fa, proprio le medesime domande, come quelle espresse nei tuoi pensieri, quando ero in spiaggia al mare, e passavano dei piccoli e sorridenti cinesini con dei cestini con la loro povera merce offerta ai superficiali vacanzieri papparazzati al sole …
Bella , come sempre, la poesia anonima
Bella , come sempre, la poesia a unnonima