A oltre 30 anni dalla scomparsa credevamo di aver scandagliato ogni aspetto del più grande giornalista sportivo italiano, il Poeta degli Stadi (copyright Giorgio Lago): invece Gianni Brera ci sorprende ancora. Lo fa grazie al suo allievo più attento e profondo, quel Claudio Rinaldi che – appena 16enne col sogno di fare il giornalista – gli chiese “udienza” e andò a conoscerlo a Monterosso, nel buen retiro delle Cinque Terre (correva l’anno 1985) per poi diventare autore di biografie e libri sul Gran Padano oltre che curatore della voce “Brera” per la Treccani.
Cosa è riuscito a fare il buon Rinaldi (oggi direttore della Gazzetta di Parma)?

Ha raccolto, ordinato e presentato a un editore I reportage che – esattamente 70 anni fa – Brera scrisseper il Tempo, L’Illustrazione Italiana e L’Equipenei tre mesi trascorsi a girare in lungo e in largo gli Stati Uniti per conoscere il mondo dello sport americano (a 10 anni dalla fine della guerra, ma già evoluto e di qualche decennio avanti a tutti), ma non solo quello. Conoscere le varie discipline e il loro ambiente per raccontarle a 360 gradi come lui ha sempre fatto per ogni tema in cui ha scelto di cimentarsi. Ne esce uno straordinario quadro storico-sportivo, ma anche sociale con tanto di giallo tuttora irrisolto: perchè dopo quel viaggio e nonostante decine di occasioni e impegni professionali Brera si sia sempre rifiutato di tornare negli States.
Il Brera americano

L’editore Aragno ha appena pubblicato questo sorprendente “Viaggio in America” (164 pagg, 22 euro) che regala quindi un Brera giovane, ma sempre magistrale nella scrittura seppur in certi aspetti ancora acerbo: aveva 35 anni ed era senza lavoro. Da poche settimane si era dimesso da direttore della Gazzetta dello Sport – fu il più giovane della storia anche se la Rosea si è dimenticata anche stavolta di citarlo nel celebrare i 130 anni di pubblicazioni appena festeggiati – per diversità di vedute con l’editore: primo caso nel giornalismo di un direttore che si “autolicenzia” peraltro con la ridicola accusa di essere una spia dell’Urss per aver dato spazio all’impresa del mezzofondista societico Vladimir Kuts.
Quel viaggio in America fu un’occasione per staccare dall’Italia, aumentare le sue conoscenze e cercare nuove strade col problema però dello stipendio di cui parla con preoccupazione nelle tante lettere spedite alla moglie Rina rimasta a Milano con i 3 figli maschi Carlo, che aveva 9 anni e a cui scrive spesso, e i piccoli Paolo (6 anni) e Franco (4).
La sfida di Brera all’America

Poiché il talento e la fantasia certo non gli mancano lancia questa sfida a se stesso in un Paese che “nega ogni possibilità di comunione umana – scrive alla moglie – Ed io non conosco neppure l’inglese. Sono un vecchio cane in trasferta che non avverte la zaffata delle femmine e non può nemmeno distrarsi conversando di letteratura”. Nel libro ci sono dunque i 9 reportage che Brera dedicò all’America: si va dall’atletica all’ippica, dal golf al football, dal mondo del pugilato (descritto con una dovizia di particolari eccezionale senza tralasciare gli affari di Little Italy) a quello dell’automobilismo, non dimenticando le note di costume e l’attenta osservazione dello sviluppo sociale nelle grandi città anche se “l’America è troppo grande perchè abbia a consentire una sintesi purchessia – scrive – meglio dunque parlare di sport”.
L’intervista a Avery Brundage

Ma da cronista di razza realizza vari scoop a partire dalla lunga intervista a Avery Brundage, all’epoca presidente del CIO, pubblicata in prima pagina da L’Equipe, con l’anticipazione sulle Olimpiadi di Roma (che ospiterà nel 1960), ma anche il brillante racconto sui Duchi di Windsor, spettatori a una gara ad Indianapolis, con tanto di zoom sugli “svaghi” della duchessa.
Ma perchè non tornò più negli States?

Secondo alcuni Brera non amava quegli spazi immensi e per molti versi anonimi, lui figlio della Bassa Padana amante di osterie e trattorie di campagna. Secondo altri, invece, era per motivi meno nobili. Lui stesso accreditò questa seconda tesi, dicendo che durante quel viaggio aveva ricevuto minacce da un gangster geloso delle attenzioni che il avrebbe riservato alla sua donna. Ma fors’anche minacce per aver scoperchiato alcuni scandali legati a business e scommesse in troppi settori dello sport professionistico a stelle e strisce. Fatto sta che disse no anche a un ordine di Scalfari nel 1984 ai tempi di Repubblica scrivendogli testualmente: “L’idea di trasferirmi a Los Angeles mi atterrisce. Ne sono tornato anni fa con odio profondo per Cristoforo Colombo, noto disoccupato di Saronno (paradosso storico più volte “sparato” da Brera, ndr), che mai avrebbe scoperto l’America se avesse avuto una benché minima idea di cosa fosse il mare”.
Brera e “Sport giallo”

Rientrato in Italia Brera fonda il settimanale sportivo “Sport giallo”, edito dalla Start: il primo numero esce l’11 ottobre del 1955, ma le pubblicazioni cessano dopo appena sei mesi, appena prima che si concretizzi la grande occasione: nasce il quotidiano milanese Il Giorno e Brera diventa capo della redazione sportiva piena di talenti (con tra gli altri Mario Fossati, Pilade Del Buono, Gianni Clerici, Gianmario Maletto, Giulio Signori).
Da quel momento per lui sarà un’ascesa di popolarità non solo sportiva, ma anche come scrittore: nel 1959 esce infatti “Il sesso degli Ercoli” dedicato agli eroi del calcio e del ciclismo, l’anno dopo “Io Coppi” quindi è la volta de “la Pacciada” (autentica Bibbia dell’enogastronomia scritta a 4 mani con Gino Veronelli) e poi ancora la “Storia critica del calcio italiano”, Coppi e il diavolo, Il corpo della ragassa, Naso bugiardo, il mio vescovo e le animalesse oltre alle traduzione di 3 capolavori di Moliere grazie alla sua perfetta conoscenza del francese.
L’attualità del messaggio di Brera

Questo “Viaggio in America” – cesellato da Rinaldi grazie al suo sterminato archivio e a quello della Fondazione Mondadori – ci permette di assaporare il primo straordinario Brera piacevolissimo anche per chi non è appassionato di sport e pure per chi conosce bene lo stile e le opere del Gioann: è uno spaccato degli Stati Uniti Anni ‘50 che per tanti aspetti è ancora attuale così pervasi da contraddizioni, personaggi improbabili e “americanate” inscenate in ogni occasione a cui peraltro anche oggi assistiamo e non in ambito sportivo. E alla vigilia dei Mondiali di calcio – orfani ahinoi degli Azzurri – il libro riveste davvero un carattere di doveroso approfondimento culturale e un “must” per le biblioteche di ogni addetto ai lavori. Un’opera da degustare come un grande vino da meditazione, magari un Montebuono o un Barbacarlo dell’Oltrepo pavese tanto cari a Brera e al suo amato “Magalino”.









































































Evviva bellissimo, una sorpresa. Un grazie anche a Gg