Siamo dunque fuori dal Mondiale di calcio per la terza volta nelle ultime tre edizioni: Russia 2018, Qatar 2022 e Nord America 2026. La tremenda botta dello spareggio perso contro la Bosnia a Zenica ha portato alle dimissioni del presidente federale Gravina, dell’allenatore Gattuso e del capo delegazione Buffon.
Sono loro i principali colpevoli dell’ennesimo fallimento? Certamente no, anche se si sta esagerando nel cantare peana in loro favore, soprattutto del primo, Gabriele Gravina, artefice di ben due delle tre debacle mondiali, la prima era farina del duo Tavecchio-Ventura. Per lui, in carica dal 2018, c’è sì l’Europeo del 2021 vinto a Londra, ma anche e soprattutto le umiliazioni dei playoff con Macedonia del Nord (il ct era Mancini) e Bosnia con il subentrato Ringhio che ha guidato gli Azzurri solo per 8 partite ereditando una pessima Nazionale dal predecessore Luciano Spalletti.
Anche Spalletti ha le sue colpe
Anche l’uomo di Certaldo ha le proprie colpe, passate però quasi sotto silenzio: è stato per 18 mesi sulla panchina azzurra, ovvero per 23 gare con un bilancio finale che non serve commentare: 11 successi, ben 6 sconfitte e altrettanti pareggi. Un primo girone europeo da detentori del titolo superato solo grazie a un gol al 93’ di Zaccagni e poi un ko indegno con la Svizzera (0-2) per non parlare dello 0-3 incassato a Oslo dalla Norvegia nelle qualificazioni mondiali. Nel flop azzurro c’è anche la sua mano, eccome.
Il toto-allenatori segnale di inaccettabile continuità

Come era facilmente prevedibile si è già scatenato il toto-allenatori e proprio questa è la conferma di come il “sistema calcio” non abbia (ancora) capito che il problema non è chi farà le convocazioni, ma tutto quello che ci sta dietro a cominciare ovviamente dai vertici federali. Fino al 22 giugno resterà peraltro in sella proprio Gravina che fu eletto la prima volta col 90% e confermato poi addirittura con il 98% dei voti in consiglio federale. Potrebbero bastare questi numeri per resettare tutto e cominciare da zero.
Senza Mondiale serve una nuova guida

Per la nuova guida della Figc si ripropone Giancarlo Abete (e questo sarebbe il nuovo che avanza?) o di Giovanni Malagò la cui competenza calcistica è inesistente, ma… serve un manager che rilanci tutto il sistema, dicono. Balle! Serve soprattutto competenza e un presidente che sappia circondarsi delle persone giuste, affidare ruoli chiave a esperti, mettere le società davanti alle proprie responsabilità con obblighi di utilizzo di giovani e giocatori di passaporto italiano (una quota minima va introdotta), riduzione delle squadre di serie A, gli stadi di proprietà, la riforma del sistema arbitrale e via di questo passo fino alla scelta del ct. Compito difficile, certo, ma fra gli ex calciatori diventati dirigenti non c’è nessuno che lo possa ricoprire?
Certo che c’è: si è già proposto Gianni Rivera che però farà 83 anni in agosto, si è fatto avanti Roby Baggio (che ha poca esperienza dirigenziale), ma ci sono anche ex campioni come Paolo Maldini, Alex Del Piero e, perché no, Damiano Tommasi. Boniperti è stato un grande dirigente, Mazzola e Facchetti anche, Totti sembra orientato a quella carriera, fors’anche Billy Costacurta, la stanno facendo Javier Zanetti e Giorgio Chiellini. Insomma i nomi non mancano per scegliere un presidente che conosca il calcio per averlo giocato prima ancora che un manager.
Nomi per la panchina: Conte in pole position, ma…

Ovvio che – da ultimo – va scelto un selezionatore adeguato, attenzione al termine: selezionatore. Per fare davvero l’allenatore della Nazionale occorrerebbe che gli azzurrabili potessero seguire degli stage, trovarsi più spesso appunto per allenarsi e non solo un paio di giorni prima delle partite. Finchè rimarrà questo sistema “ibrido” serve un selezionatore e il nome più gettonato è di Conte, che rientrerebbe in Azzurro dopo i due anni già vissuti dal 2014 al 2016 prima di accettare la corte del Chelsea e volare in Premier.
Non pare una grande idea se si vuole davvero riformare il sistema, anche perché il “buon” Antonio ha sempre dimostrato di preferire il campo e una preparazione maniacale delle sue squadre, da ultimo il Napoli con cui ha vinto l’ultimo scudetto, ma soltanto per un autentico harakiri dell’Inter di Inzaghi. Quest’anno in Europa è stato a dir poco insufficiente con l’alibi dei tanti infortuni, certo, ma anche con un nervosismo mai sopito che spesso trasmette ai giocatori.
Senza Mondiale ma con una carta da giocare interna

Sarà utopistico, ma se davvero si volesse fare qualcosa di nuovo perché non cercare un innovatore come Pep Guardiola (in uscita dal City) che conosce bene il calcio italiano e porterebbe senz’altro idee e personalità. Oppure una scelta davvero rivoluzionaria sarebbe promuovere Silvio Baldini, l’attuale ct dell’Under 21. Ha 66 anni e allena da oltre 30 (anche Chievo e Vicenza, ma con scarsa fortuna): non è mai stato in un top club, è vero, ma conosce bene i giovani e li fa giocare in modo aggressivo e moderno.
A proposito, la Federazione ha appena deciso che sarà proprio il tecnico dell’Under 21 a guidare l’Italia nelle amichevoli di giugno contro il Lussemburgo e contro la Grecia. Il tecnico si siederà sulla panchina della nazionale mercoledì 3 giugno alle 20.45 allo Stade de Luxemburg e domenica 7 giugno alle 20.45 al Pankritio Stadium di Candia, sull’isola di Creta, per l’amichevole con la Gercia. Questo garantirà il tempo per le decisioni del futuro senza pressioni. E la Nazionale potrà fare esperienze utili per disegnare la squadra del futuro.
Senza Mondiale punteremo sui giovani?

Quale altra strada ci rimane per rifondare il calcio italiano se non puntare sui giovani? Ci sono 4 anni di tempo per sperare di riportare la Nazionale a giocare un Mondiale, sembrano tanti, ma se non si parte subito con il nuovo corso si resterà allo status quo attorcigliandosi su se stessi. Ovvero con la mediocrità in cui è piombato lo sport più popolare del Belpaese.








































































