George Steiner definiva Alberto Giacometti e Samuel Beckett i “due virtuosi dell’astinenza”, sottolineando come entrambi seppero portare “le loro opere quasi fino al punto zero, dove la sostanza si fa ombra […] e il linguaggio passa per modulazioni successive dall’espressione articolata al grido spoglio, e dal grido spoglio al silenzio”. Non ci è dato sapere quale alchimia si sarebbe scatenata se Beckett, drammaturgo irlandese che tanto ha ispirato la ricerca visiva, avesse incontrato Claudio Adami (Città di Castello, 1951).
L’artista, che firma i suoi lavori come claudioadami, evidenzia con questa scelta l’impossibilità di interrompere il filo nero che corre e si dipana sulla superficie bianca, giorno dopo giorno, minuto dopo minuto. “Una ciclicità continua nella quale non si sa bene qual è il motivo per farlo, o non farlo, ma va fatto. Ho messo questo aspettare in quello che ritengo sia la stessa problematica: Beckett la sviluppa con le parole. Io in termini di segni”, ha raccontato l’artista.
Un’antologica al MO.CA per Adami


A questa pratica segnica e radicale è dedicata la mostra antologica aperta il 4 settembre negli spazi del primo piano del MO.CA – Centro per le nuove culture di Brescia. Un progetto prezioso e attentamente calibrato, che raccoglie oltre venti opere dagli anni Novanta al nuovo Millennio, rese possibili grazie al sostegno della Galleria E3 Arte Contemporanea di Brescia, che rappresenta l’artista. I lavori, spesso monumentali e installativi, si stagliano tra il pieno e il vuoto delle sale, chiedendo al visitatore uno sguardo lento, contemplativo. Dalle carte alle tele, dalle installazioni ai grandi cicli, Adami porta la scrittura nella zona d’ombra che non nega il senso, ma ne illumina la sua oscura complessità.
Dal gruppo della Nuova Pittura al segno assoluto


Nato a Città di Castello, patria di Alberto Burri, Adami ne eredita la radicalità: se per Burri la materia racconta il dramma del vivere quotidiano, per Adami il segno si ripete fino a negare il senso. Dopo gli studi romani e l’adesione negli anni Settanta alla corrente della Nuova Pittura, con le sue tensioni concettuali e analitiche, l’artista sperimenta anche la fotografia, reiterando lo scatto fino a dissolverne l’immagine. Negli anni Ottanta approda al linguaggio che lo caratterizza ancora oggi: la parola scritta trascritta fino a perdere significato, trasformata in puro segno nero che si accumula e si stratifica sulla superficie. Pennini, interlinee, pause: ogni elemento diventa parte di una scrittura aniconica che si trasforma in pittura.
La scrittura che diventa segno

In questo processo la parola non è più leggibile, ma si offre come immagine pura, campitura nera che vibra tra densità e rarefazione. È una “trascrizione mandalica”, un gesto ripetuto ossessivamente, che risponde al bisogno ancestrale di lasciare traccia del proprio passaggio.
“Mentre trascrivo – oramai certe pagine le conosco a memoria – la testa riesce a dissociarsi”, ha dichiarato Adami, rivelando come in questa pratica di trascrizione si apra uno spazio sospeso, quasi meditativo. In un’epoca in cui il linguaggio stesso viene elaborato dalle intelligenze artificiali, la sua opera assume un valore nuovo e sorprendente: mostra il segno nella sua nudità, nell’enigma che tiene insieme senso e assenza, parola e silenzio.







































































