Aveva ragione il Papa, e oggi l’ottavo Report della Caritas conferma con terribili numeri la sua denuncia: che siamo dentro la terza guerra mondiale “a pezzi”. È plurale, dunque, l’orribile parola divoratrice di umanità: guerra. Le guerre, che infettano il mondo, il solo che abbiamo dove vivere, e ne macellano i popoli.

Ma è ancora un vivere la nostra presenza in questo limbo quotidiano quando abbiamo alle porte tanti piccoli e grandi inferni intorno? La Caritas ne considera cinquantasei, il che ha fatto dire al presidente Mattarella che “siamo circondati dalle guerre”, cioè dai fuochi dell’odio e della prepotenza armata.
Dirai: perché solo il Papa ha parlato e parla di una guerra in espansione, supplicando le Potenze della Terra perché fermino l’ondata di sangue innocente? Provo a rispondere. Perché è uno che non conquista territori altrui, casualmente ricchi di miniere strategiche per l’economia; uno che non assoggetta un popolo in nome della razza di appartenenza; uno che non massacra gli altri uomini in nome di un dio conquistatore; un uomo nella sua disarmata nudità…

Mai nella storia il tessuto umano è stato così lacerato contemporaneamente sull’intero pianeta. “Ma oggi abbiamo la tecnologia” si dirà. Eh già!, anche per ammazzare ci vuole tecnologia, e oggi siamo nell’età d’oro della Tecnica , dove l’industria bellica – chissà perché è sempre più perfezionata – fiorisce in un mondo che ha sempre meno confini, facilmente superabili da nuvole di missili e droni, che sono la Morte volante.
Oggi tutti possono trafficare con qualsiasi merce, e la più pericolosa è quella che riempie la pancia del Moloch corazzato che non ha una sola bandiera, ma, purtroppo, tante. Che tristezza trovarsi a parlare di conflitti sanguinosi nei giorni che ci portano al Natale. Siamo davvero circondati dal male. La consapevolezza delle sofferenze seminate ogni giorno sulla Terra e della nostra impotenza davanti ai genocidi ci porta a dire a voce alta almeno questo: impotenti non significa indifferenti.
Incontri ravvicinati (uno strano presepio)
L’altra mattina, verso mezzogiorno, mentre percorrevo un vicolo della mia città, dietro il convento dei Cappuccini ho visto una giovane elegante, con un bel cane nero al guinzaglio varcare il cancello che immette allo spazio che io chiamo il cortile della fraternità: in altre parole la mensa dei poveri che qui ogni giorno vengono a prendere un pasto caldo.

La scena era quanto meno curiosa, nel senso che quella donna non era come gli altri: elegante, dicevo, con un cane ben nutrito e pulito, non aveva nulla che la equiparasse agli ultimi, punta di iceberg del disagio sociale in cui si mescolano senza tetto, i derelitti “nostri” e non, qualche badante e migranti senza meta: una rappresentanza dell’umanità sofferente.
Ho smesso di fare illazioni, una delle quali era che la sconosciuta fosse una volontaria della parrocchia, ma il pensiero è continuato sul rapporto cane-padrone che incontriamo anche fra i questuanti all’angolo di una strada, dove “l’animale impietosisce a volte più dell’umano” come ho sentito dire. A me, quel cane e la sua padrona hanno finito per fare parte di un presepio senza religione.
Una vecchia foto

(poesia)
Oggi quel sorriso di ragazzo
che sfidava il fotografo
è diventato il ricordo
di un’alba che annunciava
una storia nel suo farsi.
Lui era lontano, da militare,
e il suo volto di ventenne
lanciava messaggi in libertà
alla vita e richiami d’amore
all’universo femminile.
Quel sorriso di ieri, rubato
per gioco fra commilitoni,
splende nella trama del tempo
dove Lei è come stella fissa.
Anonimo ‘24







































































