Questo scorcio di stagione ha una sua particolare bellezza, dovuta in buona parte ai paesaggi innevati, che trasfigurano l’ambiente e un po’ anche noi (nel comportamento). Ma non è solo il candore dello scenario in cui viviamo, urbano e naturale insieme, che ci dovrebbe meravigliare. La Natura ci insegna che la vita è fatta di ritorni, e un grande esempio sono le stagioni, che sempre si scambiano i ruoli, in una giostra senza sosta che ci ricorda i grandi movimenti del cosmo di cui facciamo parte.
Lo sappiamo, eppure ci sorprendiamo ad ogni mutamento. La dimensione terrestre ci attrae con la sua particolare forza di gravità e ci ammaestra proprio con i ritorni ciclici della storia del pianeta. Con qualche sorpresa.

Lo dico perché a Mestre una tradizione veneta secolare – un “ritorno” da calendario – è stata sottoposta quest’anno a un esperimento innovativo. Si tratta del rito del fuoco detto del Panevin o brusa-la-vecia: la tradizione vuole che si costruisca una grande pira di legna da incendiare nella notte dell’Epifania: una pira ardente le cui volute di fumo portate via dal vento interpretabili dai saggi del paese come vaticini per l’anno nuovo. Qualcuno ci crede, qualcuno ci spera.
Ma questa volta la tradizione non è stata rispettata, nel senso che l’associazione culturale Viva Piraghetto ha costruito una pira tecnologica, che ha “funzionato” senza però lanciare nuvole di fumi e ceneri inquinanti: dunque, un Panevin ecologico realizzato con fantasia e tecnica, che ha dato spettacolo con effetti speciali e musiche. Festa popolare al parco, che ha illuminato la notte come da tradizione, come eredità interpretata alla luce di una cultura e sensibilità fondate sul rispetto per l’ambiente.
Un esperimento anche coraggioso se pensiamo alle radici profonde delle usanze provenienti dalla cosiddetta civiltà contadina che si innestava sulla religiosità più antica e arcaica.
Un saluto al passato

Ormai si sa, migliaia di italiani soffrono i limiti della democrazia e si sentono orfani del cosiddetto duce che per due decenni li ha guidati come fa il pastore con il gregge. Sono tanti giovani che non hanno vissuto “il ventennio” ma lo evocano come fosse stato un periodo favoloso (con una guerra terribile e la lotta armata alle dittature fascista e nazista…) e a Roma ogni anno si adunano per rendere omaggio a tre ragazzi come loro uccisi, quarantasei anni fa, da terroristi rimasti ignoti. Quello che distingue questi nostalgici di una storia che non hanno vissuto non è la pietas ma lo schieramento militaresco a falange e il cosiddetto saluto romano proprio del “regime nero”: braccio destro teso in alto, un rituale replicato senza pudore.
Che dire: quel saluto al passato non è dato – umanamente – a tre giovani vite spezzate, ma a una ideologia totalitaria sconfitta dalla storia. Chiamare camerati le tre vittime, e urlare “presente” all’appello è una tragica messinscena. E poi, i morti di sinistra si dovrebbero forse chiamare non per nome e cognome ma solo compagni? E quelli di centro, amici? E i democristiani, fratelli?
Citazione d’autore

Frase trovata in Jules Verne, Ventimila leghe sotto i mari (1870): “… in questi tempi sciagurati, in cui l’uomo fa di tutto per potenziare gli ordigni bellici…” Parole che ci suonano chiare e, ahimè, attuali visto che conviviamo con due guerre parallele e ugualmente mostruose. Erano state scritte in un romanzo (che diventerà famoso), e in un secolo sotto pressione tecnologica (pensiamo solo ai motori a vapore…) com’è il nostro.
Viene da dire, e non banalmente, che i “tempi sciagurati” ci sono sempre e purtroppo: sciagure e disastri naturali sommati a quelli artificiali cioè umani, accompagnano l’umanità come l’ombra segue i corpi.
Domanda: ma noi, oggi, siamo consapevoli di cosa sia il “nostro” tempo?
Lo sanno le radici

(poesia)
Da ieri il sonno della terra
si è fatto più leggero – si era
addormentata, in autunno,
dopo lo stress del parto estivo.
I miei vecchi tutto sapevano
del suolo, del riposo dei campi:
ogni zolla con il suo segreto.
Ma anche le radici sanno:
nel morbido terreno profondo
già sognano il Risveglio.
E sarà ancora Primavera
(anche per noi, si spera…)
Anonimo ‘24








































































Mi viene spontanea una riflessione su quanto scrisse George Orwell nel 1946 e chiedo agli amici lettori se pensiamo davvero che si debba eliminare tutto ciò che inquina ( anche a costo di cancellare le tradizioni secolari) per preparare un mondo asettico, ma senza radici , senza ricordi , freddo , informale , anonimo ? Io temo che , piano piano , si stia avverando ciò che Orwell scriveva e mi reputo fortunata per avere quasi novant’anni.