Joe Jordan, meglio conosciuto come “Lo squalo” lo paragonava al jolly o “Joker” fondamentale nel gioco delle carte. Pietro Fanna, ala destra molto tecnica, sosteneva che in campo riusciva a ricoprire cinque/sei ruoli. Firme storiche del giornalismo sportivo italiano scrivevano nelle loro cronache che a parte il portiere ed il centravanti era in grado di ricoprire qualsiasi ruolo. Di Volpati, o “Volpe”, così lo chiamavano i compagni, forse non si è scritto abbastanza. Lui era uno di quei giocatori, che, a dirla come il grande Sandro Ciotti, “svolgeva in campo un lavoro oscuro, ma prezioso”, anzi preziosissimo. Visto che ha marcato Michel Platini per tredici volte, il Pibe de Oro Maradona, Zico. Ma a farlo soffrire un po’ di più dice lui stesso “è stato l’attaccante austriaco Walter Schachner”.
Domenico Volpati classe 1951 è nato a Novara

Consegue la maturità scientifica all’Istituto salesiano San Lorenzo. E’ proprio dall’oratorio dei Padri salesiani che inizia a giocare a pallone, durante le pause concesse dai rigidi regolamenti dei collegi di allora. Si iscrive alla Facoltà di Medicina dell’Università di Pavia. Ma ama giocare a calcio. Inizio al Borgomanero, salto in serie C alla Soilbiatese nel 1970. “Fino al terzo anno di Università ero in regola con gli esami, poi…”. Si è laureato dopo e per trent’anni è stato il dottor Volpati professione dentista.
Cosa accade?

“Già nella Reggiana in serie B era dura, l’impegno più pesante. Riuscivo a sostenere un esame all’anno, a volte saltavo. L’anno dello scudetto con il Verona non sostenni alcun esame. Non pensavo di arrivare in alto nel calcio, lo vedevo un po’ come lavoro precario e provvisorio. Dicevo: prima o poi deve finire, i soldi oggi ci sono, domani non ci sono più. Mi sono comunque laureato a 39 anni, pochi anni dopo aver chiuso con il calcio”.
Como, Monza, quindi la serie A, Torino sponda granata.

“La prima serie A nel Toro dove militavano sei nazionali, il capitano era Claudio Sala. Purtroppo abbiamo perso due finali consecutive di Coppa Italia, ma lì presi confidenza con un calcio professionistico che non conoscevo. Sono sempre stato titolare ma non mi sentivo completo. Soffrivo un po’ la categoria”.
Volpati, un altro anno in serie B a Brescia e poi …Verona. E qui la storia cambia: sei anni da incorniciare, dalla serie B alla partecipazione alle competizioni europee fino alla conquista dello scudetto nel campionato 1984/85.
“Un gruppo fantastico con un allenatore Osvaldo Bagnoli che ha avuto la possibilità di scegliersi giocatori che a lui davano fiducia. Faccio l’esempio di Mario Guidetti e Silvano Fontolan erano ragazzi che lui già aveva allenato e ben conosceva. Non avevamo Maradona, Platini, Zico o Falcao. C’era però un gruppo, non so quale chimica c’è stata , ma l’allenatore sapeva scegliere le persone giuste. Qualcuno ha scritto che quel Verona era fatto con gli “scarti” delle grandi squadre: sono accuse gratuite, la verità è che quei giovani – Piero Fanna, Beppe Galderisi e Roberto Tricellla – venivano da grandi società e, come accade oggi, facevano panchina. Io sì ero uno “scarto” avevo 31 anni. Lo hanno definito anche un “miracolo” quel Verona tricolore. Lì c’era una logica e ogni domenica giocavamo ad alto livello dal 1982. L’anno dello scudetto poi sono arrivati due giocatori fisici e perseveranti come il danese Praeben Elkjaer Larsen e il tedesco Hans-Peter Briegel”
Qual’era la forza di quel gruppo?

“Non avevamo il più forte. Non c’era il fuoriclasse. L’individuo era esaltato dai compagni di reparto. C’era serenità in spogliatoio, la città viveva con noi, oggi le città sono quasi estranee. I fuoriclasse li avevano gli altri. Prendevamo pochissimi gol, Garellik il nostro portiere ci salvò in tre partite. Tutti abbiamo avuto un momento di gloria. Ci sentiamo e ci vediamo ancora. Elkiaer e Briegel quando vengono sul Lago di Garda ci telefonano. Io sono stato in Danimarca. Abbiamo una chat e ci sentiamo tutti. E’ quasi una fiaba ma ci può stare”.
Volpati, Verona in Coppa Campioni come si chiamava all’epoca. Al secondo turno vi tocca la Juve campione d’Europa in carica. All’andata 0-0 allo stadio Bentegodi. Al ritorno il putiferio….
“Vorrei tanto ripetere quella partita, si giocava a porte chiuse sembrava di stare sulla luna. Un arbitraggio, il francese Robert Wurtz che ci ha diciamo limitato, ha condizionato una partita. Mi fermo qui, quella ferita forse resta ancora aperta”.
Volpati oggi
Per trent’anni il dottor Volpati ha svolto la professione di dentista, da sette è in pensione, gioca a calcetto e ama andare a raccogliere funghi. Le figlie non hanno voluto seguire la professione del papà. Vive in Val di Fiemme, a Castello di Fiemme paese di Franco Nones campione ex fondista olimpionico.































