Il 12 giugno scorso ha spento 80 candeline. Di lui si sono ricordati Massimiliano Favo attuale Ct della nazionale Under 18, Alberto Urban, Franco Rocca e Antonio Schio. Anche Gianfranco Zola lo ha cercato, ma non lo ha trovato. “Mi vogliono ancora bene i miei ex ragazzi” si percepisce subito la gioia al telefono di Franco Liguori, un allenatore che per quindici anni ha allenato in diverse panchine. Un uomo che non ha avuto una carriera facile Francesco o Franco o meglio ancora “Whisky” (per via di quel cognome) Liguori nato a Napoli appena finito il secondo conflitto mondiale. Figlio di un ufficiale dell’Esercito ha girovagato per l’Italia: Merano, Bolzano, Verona proprio vicino allo Stadio Bentegodi, quindi Terni dove il padre sarà trasferito come comandante della Fabbrica d’Armi. Già nella città scaligera “Whisky” inizierà come raccattapalle al Bentegodi per giocare in un piccolo club di provincia una sorta di Chievo dell’epoca. Nella città umbra il ragazzo inizia la gavetta con squadre di prima categoria e promozione, la Virtus Terni. Un bel mediano dall’ottima visione di gioco tanto che a 16 anni la Ternana, che all’epoca covava grandi ambizioni, non se lo lascia sfuggire. Nella città delle acciaierie disputerà partendo dalla quarta serie tre campionati tra serie C e B.
Tra i protagonisti di quegli anni d’oro di quella Ternana senza dubbio l’allenatore Corrado Viciani maestro del “gioco corto” che praticamente voleva mandare in pensione il calcio all’italiana. Che ricordi conserva?
“Portò la Ternana in serie A. Era un innovatore, giocavamo molto stretti con inserimenti vari anche se ci faceva un mazzo non indifferente. Lui era stato in Olanda, dove già si praticava un calcio nuovo, con altri allenatori istruiti a Coverciano e a lui piacque quel gioco”.
Dopo l’Umbria va a Bologna. Un bel salto in serie A, la squadra felsinea aveva bei progetti in cantiere.

“Che “Odissea” per arrivare. Ero già stato venduto a Palermo, ma non avevano i soldi per pagare la fidejussione, io e Toschi fummo ricacciati indietro. Da Terni sembrava fatta per il Verona che però voleva Muiesan centravanti, la squadra gialloblu mi lasciò a Terni dove feci un altro anno. A fine campionato la squadra scaligera mi ha girato al Bologna, mi sono sposato e trasferito in Emilia Romagna”.
Liguori, come era quel Bologna?
“Vavassori in porta, Roversi, Cresci, Janich, Fedele, Gregori, Perani,Pace Savoldi, Bulgarelli: dimentico qualcuno? Una squadra che poteva benissimo lottare per vincere lo scudetto. L’allenatore “Mondino” Fabbri stravedeva per me. Ricordo anche come tecnico di livello Oronzo Pugliese e Pesaola “Petisso”, anche se più di tanto non mi vedeva”.
Anche il Ct della nazionale azzurra Ferruccio Valcareggi si accorse di lei e la chiamò per un’amichevole contro la Svizzera. Ma domenica 10 gennaio 1971 allo stadio di San Siro la sua vita cambiò, si giocava Milan-Bologna.

“Prima della trasferta a Milano avevamo giocato in casa contro il Verona, faceva freddo aveva nevicato. Un intervento duro dello stopper Mascalaito mi gonfiiò la caviglia. La società e i medici fecero di tutto per rimettermi in campo. Parlai con l’ex campione Pascutti che si interessava di polizze assicurative, (INA) ma all’epoca per questi infortuni non c’erano coperture. Andai a Milano senza alcuna copertura contro eventuali incidenti in campo, esistevano solo polizze sulla vita”.
A Milano cosa accadde?

“Romeo Benetti, all’epoca in casacca rossonera entrò in maniera molto decisa sul ginocchio e partirono tutti i legamenti. Mi portarono a Lione dal luminare dell’epoca, il professor Trillat, che mi rimise in sesto dal punto di vista fisico”.
Il ruvido centrocampista ex azzurro si scusò con lei?
“Non so come descriverlo. E’ stato un grande giocatore e mi fermo qui. Lo ha fatto apposta? Lui disse di no. Ci siamo poi incontrati in Coppa Italia ed io militavo nel Foggia, mi confermò che lui entrava così. Non voglio più sentire parlare di Benetti e non esprimo giudizi su di lui”.
La società rossonera come si comportò nei suoi confronti?

“A Lione vennero a trovarmi il capitano Gianni Rivera, un vero signore, il tecnico Nereo Rocco, il presidente di allora Franco Carraro. C’era anche Benetti che non fiatò, forse per lui era tutto normale: in molte altre occasioni è entrato così, solo che quando mi ha colpito eravamo a centrocampo io ho cercato di spostare il pallone e lui ha preso il mio ginocchio. Mi ha distrutto la vita. Riprendere anche mentalmente è stata durissima, ero in cielo e mi sono ritrovato all’inferno. C’è stato un periodo a Bologna in cui ho riunito i giornalisti e chiesto loro di non parlare più di quel fattaccio. Mi compresero altrimenti ero tutti i giorni sui quotidiani”.
Liguori, come è proseguita poi la sua carriera?

“Ho continuato a giocare e forzando qualche problema fisico emergeva, a trent’anni appesi le scarpe al chiodo. Rino Marchesi mi volle come osservatore per la Ternana. Andai a fare il supercorso a Coverciano e presi il patentino di prima categoria. Sono un allenatore da lotta non da zuccherini. Dopo aver allenato in giro per la Penisola dalla Promozione alla serie A, ho fatto per un decennio l’osservatore per la nazionale Under 21 con due tecnici favolosi come Claudio Gentile e Marco Tardelli. Un periodo ho lavorato anche con Giovanni Trapattoni”.
Ha anche allenato più di qualche campione..

“Un giovanissimo Roberto Mancini, Stefano Borgonovo persona dolcissima, Alberto Urban Alberto e Denis Bergamini. Mai potrò dimenticare la sua tragedia”.
E poi?

“Ho messo in piedi una scuola calcio, un centro sportivo con tre campi “Terni Est” in attività trecento ragazzi, una realtà molto casareccia divenuta poi Terni Football Club che l’hanno migliorata. Adesso sto in casa, fa troppo caldo. Porto fuori il cane a passeggio. Non guardo le partite, sono pesanti. Mi faccio vedere poco in città altrimenti se mi riconoscono mi parlano di Benetti….che palle!”.










































































