Continua su http://www.enordest.it la nuova rubrica dal titolo “Itinerari”. Ogni domenica sarò felice di presentarvi voci e storie tra Nordest e Sardegna, terre straordinarie tra cui vivo e lavoro. Vi accompagnerò lungo itinerari culturali, turistici ed imprenditoriali ricchi di fascino e creatività, che conto sapranno informare ed emozionare chi vorrà farci compagnia. Oggi con “Itinerari” vi porto a conoscere Carla Mura e la sua abilità nell’uso dei fili di cotone.
I fili di Carla Mura. L’arte della “leggerezza” che salva dall’abisso

Carla Mura nasce a Cagliari nel 1973. Dal 2014 vive a Padova insieme alla figlia Stella, nata nel 2017. “La mia opera d’arte più bella e a lungo desiderata”, racconta l’artista sarda, nota per la tecnica di lavorazione con i fili di cotone: i suoi inconfondibili quadri hanno migliaia di stratificazioni o passaggi di fili in architetture rigorose o in texture casuali. Carla intreccia nelle sue opere i fili di cotone come nella vita si intrecciano sogni, paure, desideri. Per gli animi più sensibili, la vita è una discesa nel mistero e negli abissi dell’esistenza. Il dolore è inevitabile. Il filo, nell’arte di Carla Mura, simboleggia il bisogno di “leggerezza”, quello di chi vede e sente troppo e deve compensare tanta profondità aggrappandosi alla bellezza, ad una salvifica leggerezza dell’essere.
La spiegazione di Carla

“Il filo l’ho scelto perché avevo bisogno di assoluta leggerezza – spiega Carla Mura – Credo sia uno dei materiali più leggeri che esistano da lavorare. La sua duttilità, e nello stesso tempo la sua resistenza, mi permettono di delineare architetture, landscape, intrecci e stratificazioni come nessun altro materiale. Il mio filo è pura metafora di vita. Sono incontri, cammino, difficoltà, silenzi, reazioni, gioie e fondamentalmente intensità. Tutto per me è intenso. La vita e’ intensa. La vivo così da sempre.
Può essere un pregio o un difetto, ma questo è il mio vivere. Altri artisti in Italia e nel mondo usano il filo: la grande artista sarda Maria Lai l’ha usato, o l’artista di fama internazionale Sheila Hicks, ma la tecnica di astrattismo geometrico con questo materiale l’ho inventata io e sviluppata e portata avanti fino ad oggi. Non mi sono ispirata a nessuno. Sono autodidatta, libera da espressioni altrui. Racconto il percorso che porta alla Verità. Quello che ognuno di noi dovrebbe compiere per essere se stesso, in totale armonia con gli altri e con la natura. Una forma di libertà faticosa da raggiungere, immergendosi totalmente nel proprio io. Nessuno ne è estraneo. E’ quella ricerca di equilibrio fondamentale per vivere nel nostro mondo”.
Da quando era bambina, Carla Mura manifesta una grande attitudine all’arte. Disegna, dipinge, studia musica per 12 anni.
Come è iniziato il suo percorso artistico?

“A 26 anni dipinsi il mio primo quadro. Fu una liberazione fisica e mentale, di cui avevo esasperato bisogno, data la mia natura anticonformista, anche se molto educata da sempre. Vivere in questo stato di esternazione e di introspezione è peculiare del fare arte, come ritrovarsi in un atto creativo/umano profondo e appassionato. E’ difficile farne a meno, perché è un ascolto di se stessi inaspettato, sorprendente e veramente intimo. Dopo due anni, avendo dipinto tanti quadri, feci la mia prima mostra a Cagliari e da lì iniziai una collaborazione con Wanda Nazzari della Galleria Man Ray. In quel momento era la galleria più importante a Cagliari: mi introdusse come artista e da lì a seguire in varie esposizioni a tema, come una sulla Catarsi, la rinascita e altre”.
Da una prima fase materica, è passata ad utilizzare il filo di cotone. Come ha avuto questa intuizione?

“Con il filo c’è stato un colpo di fulmine, come in amore (ride). Tutto è nato in un mercato antico a Ponte Milvio a Roma. Comprai una rocca da 500 grammi ed iniziai a sovrapporre i fili ai miei quadri materici che realizzavo con acrilici e sabbia. Successivamente mi sono dedicata solo all’utilizzo di questo materiale cosi leggero: anch’io avevo sicuramente bisogno di leggerezza, questo da sempre”.
Come crea le sue opere con i fili di cotone?

“La scelta del mio materiale attuale, dal 2004 ad oggi, il filo di cotone o elastico, è importante perché ho tra le mani un materiale leggero, quasi impalpabile, che scorre dettato da me, e che ancora oggi decido di non chiudere sotto colle o resine, perché perderebbe la sua essenza, il suo colore, la sua delicatezza. E’ un materiale che mi aiuta a trovare rigore e disciplina e credo sia questa la chiave. Io sono un’anima un po’ irrequieta, ansiosa a volte. Il filo mi costringe ad occuparmi di lui, devo concentrarmi molto. I passaggi sulla tela sono migliaia e il materiale è molto fine. Allinearli quasi alla perfezione è un lavoro certosino che richiede molta pazienza, costanza, tecnica e passione. E’ così che ho fatto di questi fili la mia cifra stilistica”.
Cosa vuole trasmettere con i suoi quadri?

“Vorrei trasmettere quello che serve alla gente per stare meglio, per riflettere sulle cose importanti della vita. Non voglio essere retorica parlando di valori e bei sentimenti, ma se qualcuno riesce a capire attraverso le mie opere qualcosa in più di se stesso o del mondo, che possa essergli utile per stare meglio, sono contenta così. L’arte mi ha salvata in alcuni momenti molto complicati. Era l’unica valvola di salvezza. Era l’unico vero dialogo che potevo avere.
Sono una persona che ha aspettato a lungo tante cose: che ci fossero dei cambiamenti nella mia vita in vari periodi. L’arte mi ha accompagnato in questi momenti, un po’ veramente come Penelope che aspettava il suo Ulisse. Non parlo solo di questioni amorose, ma di crescita personale e di risoluzione di tensioni accumulate nella mia infanzia, dalle quali volevo e dovevo liberarmi. Ad oggi non so se ci sono riuscita totalmente, perché le nostre cellule sono delle spugne e non si liberano mai del tutto del vissuto, ma ho fatto un bel cammino”.
Chi sono i suoi artisti preferiti?

“Mi permetto di fare un breve elenco senza specificare troppo il lavoro degli altri, anche perché sono tutti noti a livello internazionale. Innanzitutto voglio dedicare il primo posto in lista per una questione di conterraneità alla grande donna e artista Maria Lai, anche lei sarda e con una testa e delle visioni molto moderne e contemporanee. Maria Lai è stata a volte anche anticipatrice dei tempi, soprattutto per la dimensione in cui viveva ai primi del Novecento nell’entroterra sardo. Una saggezza incredibile con una semplicità disarmante. Un’altra donna che ammiro da sempre è Georgia O’Keeffe, e poi Louise Bourgeois, Frida Kahlo, Tamara De Lempicka, Artemisia Gentileschi, Kiki Smith, Ruth Asawa, Tracey Emin, Sarah Morris, Cecile Brown, Paola Pivi.
Ma sono troppo poche le donne che sono passate alla ribalta, spesso con storie personali molto toccanti, con passati stupri, incidenti stradali debilitanti, limitazioni fisiche, tradimenti amorosi. La disparità con gli uomini è ancora troppo evidente. In questo spazio mi limito a citare solo loro. Lo meritano. Le donne, per una questione genetica e di intelligenza differente a livello biologico dagli uomini, creano spunti di riflessione diversi. Non dico per forza migliori, ma diversi, e quindi utili alla società per poter scoprire, analizzare o conoscere appieno i vari stadi e strati mentali dell’essere. Una grande opportunità per la collettività potersi avvalere degli artisti per scovare gli spazi più reconditi della psiche umana”.
Roma è la città del suo cuore. Ci parli dei suoi anni romani…

“Roma è una città meravigliosa. E’ una città che non giudica, una città veramente aperta a tutti. Una città che non chiede niente, ma che dà una quantità di bellezza inimitabile e unica al mondo. C’è la storia dei popoli, degli scambi, della crescita commerciale, dello sviluppo, la nascita degli incontri, della politica, delle decisioni, degli amori passionali e degli artisti più eccessivi e umorali che abbiamo avuto in Italia. C’è eleganza, estremo sfarzo, ma anche semplicità. Si respira in ogni angolo, ovviamente soprattutto nel centro storico, una storia epocale, in un continuo rinnovo delle parti, ma sempre con la stessa statuaria presenza.
E’ la mia città del cuore, sì. C’ho vissuto per dieci anni, dai trenta ai quaranta: ho riempito i miei occhi di bellezza, ho vissuto in maniera libera per otto anni quando presi una casa, un loft a 100 metri dal Pantheon. Ho visto e frequentato studi d’artista, la casa di Alighiero Boetti, di Enzo Cucchi e tanti altri. Ho avuto scambi culturali che mi mancano come l’aria. Sono stata fortunata ad aver potuto vivere quel periodo. Come tutte le cose belle, manca molto. Mi piacerebbe tornare a quegli anni. Ero veramente in grande forma e ho prodotto centinaia di opere”.
Ha fatto anche parte per lunghi anni della scuderia di Achille Bonito Oliva, ci racconti

“Sì, ed è stata un’esperienza straordinaria, vissuta sempre nei miei anni a Roma. Grazie a Bonito Oliva ho conosciuto e frequentato il mondo dell’arte romano, in grande fermento in quegli anni. Ho incontrato artisti del calibro di Giosetta Fioroni, Enzo Cucchi, Piero Pizzi Cannella, Luigi Ontani, Felice Levini, ma anche Vittorio Sgarbi, Philippe Daverio e tanti curatori, galleristi, critici d’arte, attori, fotografi, personaggi dello spettacolo, poeti, intellettuali, registi e filosofi, partecipando a numerose mostre collettive e personali insieme a nomi noti del panorama artistico Italiano, alcuni dei quali hanno mie opera d’arte a casa. Emozioni indimenticabili”.
Carla Mura, cosa ha capito del mondo dell’arte da allora a oggi?

“Il mondo dell’arte negli anni è cambiato molto. Credo fosse molto meglio negli anni ’50, ’60, 70 e ’80, diciamo fino al 2015. C’era una vicinanza maggiore tra curatori, artisti e galleristi. Si credeva negli artisti e nella vera arte. Adesso, probabilmente anche a causa della quantità cresciuta esponenzialmente negli ultimi anni sia di artisti, di gallerie, di esposizioni, di fondazioni, ha fatto sì che tutto sia peggiorato. Sia dal punto di vista della qualità, sia dell’attenzione al dialogo, ai progetti dei singoli artisti, ma anche alla mancanza di patriottismo di cui soffre l’Italia, anche nell’ambito artistico. Pochi artisti italiani vengono valorizzati, troppo pochi.
Quasi sconosciuti alla massa e quindi anche alle nuove generazioni, grande errore. Dovrebbe esistere un sistema come quello delle case discografiche. Andrebbe tutto molto meglio per gli artisti italiani che non dovrebbero essere costretti a chiudere gli studi, ed in tutti questi anni ne ho visto tantissimi cambiare lavoro con l’amaro in bocca. L’Italia ha una grande e vasta storia dell’arte ed una importante lista di artisti validi come Alighiero Boetti, Mario Schifano, Castellani, Bonalumi, Dorazio, Merz ecc. Anche la mia generazione, per non parlare dei giovanissimi, dovrebbe avere un’elevazione di conoscenza e merito. Spero per il futuro che l’arte smetta di essere troppo legata ai brand e al commerciale, e che ricominci a riappropriarsi della Verità”.
Si è occupata per lunghi anni di comunicazione pubblicitaria e di marketing…

“La pubblicità è entrata nella mia vita quando ero giovanissima, dopo la scuola. Mi è piaciuto molto lavorare in quel settore, è molto stimolante e creativo. Conosci veramente tantissima gente e quando sei giovane impari ad interfacciarti con tanti caratteri umani e umori, cosa che diventa molto utile per capire la società e riuscire a vivere nella realtà nel migliore dei modi. Ho avuto anche grandi responsabilità di budget importanti per aziende leader, ed essere un riferimento fa molto piacere. Quando poi ho lavorato per un’agenzia romana (abitavo ancora a Cagliari), ho avuto modo di viaggiare per lavoro, anche in Canada. Tutto era veramente appagante. Mi ha dato molto quel mondo. Adesso non sarei più adatta a vendere neanche una mela” (ride).
In Sardegna ha lavorato con Nicola Grauso, pioniere di internet e della free press. Che esperienza è stata?

“Nichi ho avuto modo di conoscerlo quando ero veramente molto giovane. Avevo iniziato a vendere spazi pubblicitari per l’Unione Sarda, il primo quotidiano sardo. Grazie alla genialità di Grauso, L’Unione Sarda divenne il primo quotidiano in Europa consultabile online, secondo nel mondo dopo The Boston Globe. Abbiamo collaborato per tanti anni. Lui era un uomo molto carismatico, come ce ne sono pochi. Il suo ufficio era in un piano rialzato all’ingresso della struttura dove c’era la redazione sia giornalistica che pubblicitaria.
Lui era in un ufficio-nuvola, vedeva ogni singolo movimento e monitorava con grande attenzione tutto. Era una persona irrequieta, con un temperamento grintoso, ma anche molto dolce e attento, era geniale. Successivamente ho lavorato per lui a Roma nella redazione del giornale free press aperto in tutta Italia, come responsabile dell’impaginazione del giornale. Abbiamo avuto più che una simpatia… C’era una profonda stima, un carattere molto simile ed un grande feeling. E’ mancato da poco e manca molto. Un imprenditore indefesso e una persona molto umana”.
Nel 2017 è nata sua figlia Stella, tanto desiderata…

“Sì, mia figlia Stella è la mia luce. Sono molto fortunata. E’ una bambina di 8 anni molto sensibile e questa è per me una grande conquista. Non faccio programmi, seguirà la sua indole e i suoi desideri. Sono una mamma molto attenta e affettuosa”.
Carla, lei è nata a Cagliari ma vive con sua figlia a Padova. Come si trova in questa città?

“Padova è una bella città. La Cappella degli Scrovegni di Giotto vale la visita e l’orto botanico è veramente meraviglioso, come la Chiesa di Sant’Antonio, il Battistero, la Specola, Prato della Valle e le Piazze nel centro. Purtroppo il lavoro artistico non ha spazio, se non in due situazioni di livello. E’ più una città per studenti universitari di ottima qualità.
La sanità è gestita molto bene così come aziende imprenditoriali di varia natura, per non dimenticare il prosecco! Non è la mia città ideale, ma per ora va bene cosi. Della Sardegna mi manca mia madre, qualche parente stretto che vedo poco, e il mare, i profumi, i colori, l’habitat selvaggio ed il cibo, buonissimo, sia la carne che il pesce. Credo che per i miei desideri trascorsi in campo artistico ho fatto bene a fare tutto quello che ho fatto e lo rifarei. Ho bisogno di respiro, di andare”.
Cosa sogna per il suo futuro artistico?

“Sogno una mia mostra personale in una galleria rinomata, che segue l’artista in maniera professionale e gli dà la possibilità di partecipare alle fiere d’arte. Sogno un nuovo catalogo con i miei quadri degli ultimi dieci anni, perché non ho avuto ancora possibilità di farlo. Sogno una mostra anche a due, con un altro artista simbiotico a me, un dialogo su argomenti importanti e rari. Sogno di poter continuare a lavorare”.











































































