Non è più solo un valore etico. È infrastruttura. Il Parco Scientifico Tecnologico VEGA di Marghera – sede di Confindustria – ha ospitato per una giornata di lavoro intenso, la 24ª edizione del Salone d’Impresa, diretta dal dottor Ferdinando Azzariti, Presidente di Salone d’Impresa. Titolo pieno, programmatico: “La fiducia come variabile strategica nell’attuale geopolitica globale. Il vero motore della società, dell’economia e della politica internazionale”. L’appuntamento – promosso in collaborazione con Confindustria Veneto Est – ha messo attorno allo stesso tavolo imprenditori familiari, manager, accademici e rappresentanti della Chiesa.
Il contesto: perché parlare di fiducia ora

Il programma apre con una diagnosi netta: viviamo trasformazioni tecnologiche, tensioni geopolitiche e ridefinizione dei modelli economici. In questo scenario “la fiducia non è più solo un valore etico o relazionale: è diventata una vera e propria infrastruttura invisibile che sostiene il funzionamento delle società, delle istituzioni, dei mercati e delle imprese”. Senza, i sistemi rallentano. Con la fiducia, si accelerano processi, si costruiscono partnership, si genera innovazione. L’obiettivo dichiarato: non limitarci a riflettere, ma capire “come praticarla, come costruirla e come difenderla”.
Dalla parola all’azione

Dopo l’introduzione di Azzariti e di Giampaolo Faggioli, direttore della sede di Venezia di Confindustria Veneto Est, sul tema “La Fiducia: dalla Parola all’Azione” hanno discusso: Alessio Cotugno, prorettore dell’Università Ca’ Foscari di Venezia; Francesco Moraglia, Patriarca di Venezia; Diletta Pasqualotto, membro di Economy of Francesco
Successivamente cambio di tema “Dalla Fiducia alla Geopolitica”

Ed ecco Marco Valigi che ha presentato il suo libro “Geopolitica per le Imprese. Ripensare il business nei mercati post-globali” (EGEA, 2025), intervistato da Luca Morassutto (Partner ERA Group) con Renato Chahinian, esperto di finanza sostenibile. Tesi centrale: l’approccio geopolitico non è più un rischio da gestire, ma un fattore generativo di valore, soprattutto per le PMI venete che operano in filiere interconnesse.
La chiusura della mattinata

Chiusura della mattinata con la tavola rotonda “Governare l’Incertezza: Fiducia, Resilienza e Competitività”, moderata da Carlo Foroni. Interventi di : Francesco De Bettin (presidente DBA Group); Paolo Menuzzo (presidente holding CAME Group); Silvano Nicolato (presidente Vitevis); Maurizio Sanvido (presidente Sanvido Srl);
Il pomeriggio – Complessità, famiglie e AI

Nella sessione “Fiducia e Capitalismo Familiare” Enrico Cerni ha presentato “Atlante della complessità” (Il Sole 24 Ore, 2025): viviamo in sistemi non lineari, e la fiducia “riduce la complessità, permette decisioni rapide e rende possibile la cooperazione”. Con lui, in dialogo, Katiuscia Bertelle (presidente AIDP Veneto-FVG), Silvia Cavallo (CFO Cabbia Group) e Michele Gorin (presidente AIF Veneto-FVG).

Si arriva poi al cuore nordestino dell’evento: “Il Capitalismo Familiare e la Fiducia”. Sul palco: Marco Palazzetti (AD Gruppo Palazzetti); Francesco Pettenon (AD Fila Solutions); Maria Cristina Piovesana (AD ALF Group). Intervistati da Morgan Moras.
Cinque chiavi emerse: fiducia come eredità invisibile, come governance oltre la famiglia, come vantaggio competitivo, come ponte tra generazioni e territori, e – novità 2026 – come interfaccia con l’intelligenza artificiale.

Il Salone non ha prodotto un manifesto, ma una convergenza rara nel Nord-est: l’impresa familiare – laboratorio naturale di relazioni dense e di lungo periodo – viene indicata come il luogo dove la fiducia si misura, si eredita e si innova. In un momento in cui la geopolitica ridefinisce rotte, dazi e catene del valore, il Veneto industriale sceglie di ripartire da un asset che non compare a bilancio ma che decide i bilanci: la fiducia praticata, non predicata.
Al professor Ferdinando Azzariti, presidente di Salone d’Impresa, abbiamo chiesto perché la scelta del tema sulla fiducia

“Nel contesto globale odierno, dominato da complessità, interdipendenza e rapide trasformazioni, la fiducia non è considerata un semplice valore etico, ma una variabile strategica e una risorsa economica misurabile che influisce direttamente sulla velocità dei processi e sui costi operativi. Nelle imprese si è assistito a una transizione in cui i modelli tradizionali e i sistemi di controllo lineare non sono più sufficienti; laddove le relazioni non funzionano o si basano solo sul sospetto e sulla paura, aumentano i costi invisibili, si blocca il talento e si rallentano le decisioni. Al contrario, un alto livello di fiducia riduce la complessità e genera un “dividendo”; in termini di rapidità ed efficienza”.
Lei dice che la fiducia è diventata “infrastruttura invisibile”: quanto costa oggi a un’impresa veneta la mancanza di fiducia in filiera?

“Quando la fiducia viene a mancare, la struttura relazionale subisce un aumento dei controlli e della burocrazia, con un conseguente incremento dei costi di contrattazione e transazione e un rallentamento o blocco dei processi decisionali ed economici. Come riassunto nel modello di Covey e confermato dal Patriarca Moraglia, la sfiducia produce oggettivamente lentezza e costi aggiuntivi materiali e immateriali”.
Parliamo di geopolitica e Nordest partendo dal libro di Valigi su “Geopolitica per le Imprese”?

“Il professor Valigi, nel suo bel libro, chiarisce molto bene che concetti come reshoring e nearshoring si sono rivelati in parte idee velleitarie e mode passeggere; in un mondo in cui le supply chain rimangono profondamente globalizzate. Di conseguenza, le imprese non potendo prevedere i singoli shock geopolitici, stanno ripensando il business attraverso una maggiore autocoscienza e stabilità delle fonti, strutturando piani di emergenza e diversificando i mercati (spostandosi ad esempio verso aree come il Medio Oriente, il Caucaso o il Nord Africa per compensare le perdite in altri mercati).
Fiducia verso chi, oggi: i fornitori cinesi, Bruxelles, le banche del territorio?
“Oggi la fiducia è diventata selettiva. C’è una forte carenza di fiducia verso le istituzioni (comprese quelle europee), il che sposta la responsabilità direttamente sulle imprese, chiamate a diventare punti di riferimento affidabili. La fiducia si gioca quindi soprattutto a livello interpersonale e di filiera: verso l’interno (collaboratori e soci, fondamentale nel settore agricolo/cooperativo) e verso l’esterno (i clienti, considerati il vero centro di gravità, e i partner strategici del territorio)”.
Parliamo di capitalismo familiare: è ancora un vantaggio competitivo oppure sta diventando un freno nel passaggio generazionale?






“Il capitalismo familiare rimane un modello resiliente e un vantaggio competitivo basato su un forte capitale invisibile, sull’etica e sulla parola data. Tuttavia, può diventare un limite se non evolve verso un capitalismo fiduciario, con strutture di governance flessibili. Il freno emerge quando si faticano ad allineare i linguaggi e le visioni tra la generazione fondatrice (spesso orientata alla stabilità) e le nuove generazioni (orientate a digitale e sostenibilità). Il patrimonio fiduciario e credenziale si trasmette mattoncino dopo mattoncino, mantenendo la coerenza tra dichiarazioni e azioni concrete, e rispettando i patti. L’ingresso di manager esterni e le nuove tecnologie come l’AI non devono sostituire il fattore umano, ma integrarsi in esso: la fiducia oggi si costruisce anche sulla trasparenza dei dati e sulla capacità di integrare le nuove competenze digitali e l’innovazione senza smarrire l’identità e i valori storici dell’azienda”.
Il Patriarca Moraglia ha portato la dimensione etica. Quanto pesa oggi, per un imprenditore, conciliare profitto e responsabilità?

“Per un imprenditore oggi l’etica e la responsabilità non sono un lusso o un elemento accessorio. Il profitto stesso viene diviso in due categorie: il profitto reale/tangibile che fa vivere l’azienda e il profitto sociale; (l’EBITDA intangibile), necessario per attrarre i migliori talenti e generare valore umano duraturo. Saper conciliare i due aspetti significa investire nel capitale relazionale, l’unico in grado di garantire la sostenibilità economica nel lungo termine”.









































































