Il 21 luglio del 1976, giusto cinquant’anni fa, il veneziano Fabio Dal Zotto, vinse la medaglia d’oro ai giochi olimpici di Montreal nel fioretto. Una medaglia che arrivò per l’Italia a distanza di quarant’anni quando alle olimpiadi di Berlino del 1936 ad imporsi fu Giulio Gaudini. Tra l’altro la medaglia di Dal Zotto ricoprì un “peso” importante in quanto in quella olimpiade l’Italia ne vinse soltanto due del metallo più prezioso ovvero la sua e quella di Klaus Dibiasi nei tuffi dalla piattaforma alla sua terza vittoria consecutiva.
Dal Zotto, una giovane sorpresa

Lo schermidore veneziano fu una vera e propria sorpresa, all’epoca aveva soltanto diciannove anni, fresco di maturità liceale, anche se a dir la verità nonostante la giovane età aveva già nel suo palmares cinque titoli italiani vinti in diverse categorie. Figlio di Elsa Borella che negli anni alla fine degli anni Quaranta fu un’ottima fiorettista, e cugino di Andrea Borella, che otto anni più tardi vincerà la medaglia d’oro a squadre a Los Angeles nell’olimpiade dove trionfò l’altro veneziano Mauro Numa. Dal Zotto, come tutti i più forti schermidori mestrini faceva parte del gruppo allenato dal grande e indimenticato maestro Livio Di Rosa, deus ex machina della Circolo scherma Mestre.
Arrivò in Canada e subito si fece notare per il suo carattere guascone annunciando sin dall’inizio che avrebbe vinto la medaglia d’oro. Forse un modo per allontanare la paura dovendo affrontare una serie di avversari molto più esperti e quotati di lui. Però fin dai primi turni di gara, non si fece intimidire, portando in pedana una scherma nuova e assolutamente imprevedibile, fatta di colpi rapidissimi alternati ad autentiche stoccate pesanti come macigni.
Quasi “arte pop” il suo modo innovativo d’impugnare il fioretto in grado di disorientare qualsiasi avversario

Non era propenso agli allenamenti, ma si esaltava in gara mettendo in evidenza tutta la sua “genialità”. Nel girone iniziale, a dire la verità, non partì molto bene rimediando tre sconfitte e due vittore, però riuscì a superare sia il secondo che il terzo turno a gironi entrando nel tabellone previsto per l’eliminazione diretta. Inizia la grande scalata verso la medaglia d’oro. Prima vince contro lo statunitense Donofrio e successivamente, al termine di un’autentica battaglia, la spunta sul tedesco Hein con il punteggio di 10 a 9, entrando così unico italiano nella finale a sei, traguardo che pareva già una sorta di miracolo, visto la sua giovane età.
Inizia battendo l’australiano Benko, poi i russi Romankov (una sorta di monumento del fioretto) e Stankovic e subito dopo il francese Pietruszka. Perde con l’altro francese Talvard, un risultato che lo porterà a dover disputare un altro incontro (il barrage) per poter conquistare la medaglia d’oro. Di fronte in pedana si troverà per la seconda volta il russo mancino Romankov.
L’oro di Dal Zotto

Dal Zotto si presenta con la sua consueta spavalderia e vincerà lo spareggio nettamente per 5 a 1, conquistando la medaglia d’oro. Poi assieme ai compagni Carlo Montano, Stefano Simoncelli, Giambattista Coletti e Attilio Calatroni conquisterà anche l’argento a squadre perdendo in finale contro la Germania Ovest per 9 a 6.
Una meteora

Dopo quell’incredibile 1976 la sua carriera si smarrì, non prese parte ai giochi di Mosca del 1980, pare per aver litigato con un maestro (non Di Rosa) ed entrando in conflitto con la Federazione e nel 1981 fu escluso anche dal campionato del mondo, forse a causa del suo carattere molto aperto e deciso che ha sempre dimostrato anche durante la sua attività agonistica. Tra il 1977 e il 1981 vinse anche tre medaglie d’argento mondiali a squadre e un oro agli europei.
Sceso definitivamente dalla pedana si laureò in scienze politiche e ha insegnato materie giuridiche in diversi istituti di scuola superiore. Tra le curiosità ai tempi d’oro spesso si poteva vederlo sfrecciare nel centro di Mestre a bordo della sua sfavillante Kawasaki z1300.










































































