Venezia è Venezia, anche quando si vota. Fa notizia sempre. Non è mai una città qualsiasi. La più antica città del futuro, come è stata definita, è anche quella che ha più bisogno di altre proteggere il suo passato e di avere la speranza del domani ripopolata e libera dal pericolo di maree devastanti. Per questo quando si è votato per eleggere il nuovo sindaco Venezia non poteva non essere il palcoscenico principale, anche se si trattava di 200 mila elettori su una platea di 6 milioni. Erano amministrative, non avrebbero potuto incidere sul piano nazionale, ma per motivi opposti Destra e Sinistra ne avevano fatto il centro momentaneo del mondo e infatti degli altri 5.800.000 italiani quasi non si è parlato. È successo che il Centrosinistra convinto questa volta di vincere e di riprendere dopo 11 anni la guida della città (così avevano detto i sondaggi) è stato duramente sconfitto al primo turno e che un trentenne è diventato sindaco per il Centrodestra.
Cosa non si è percepito a Venezia

Qualcosa in casa del “campo largo” non ha evidentemente funzionato. Ci sono stati errori di valutazione, non si è capita la realtà di una città particolare con un centro storico che perde abitanti ogni giorno e rischia di soffocare per overtourism. Nemmeno la realtà di una terraferma che cerca un’identità dopo che Porto Marghera è stato ridimensionato e dove solo la Fincantieri dilata le assunzioni ricorrendo a immigrati regolari bengalesi che affollano interi quartieri mestrini e pongono problemi mai affrontati: dalla scuola, ai trasporti a una moschea. La terraferma – che porta alle urne 3 votanti su 4 – è passata da città operaia a porta turistica economica di Venezia: alberghi in serie e affitti brevi di ogni genere. È questo il mondo che è stato aggredito da una parte, sottovalutato da un’altra, spesso incompreso.
A Venezia si dovranno fare i conti

Ora si fanno i conti e certamente il “campo largo” deve domandarsi se i candidati erano quelli giusti, se non fosse il caso di presentare una lista del sindaco Martella che invece non c’è stata, se ha ascoltato bene i problemi. Certo, si può dire tutto, si può fare dall’esterno il profeta inascoltato. Compresi quelli che credevano che il referendum potesse ricalcare i voti a carta carbone anche sulle amministrative. Nel centrodestra penso che Venturini abbia vinto più della sua coalizione: FdI e Lega e FI non sono andati così bene, basta guardare i risultati; è andata invece benissimo alla lista del candidato sindaco. È la sola che può convogliare un certo scontento verso i partiti.
Bisogna guardare avanti. Comunque la si pensi, resta la fotografia di tre giovani al governo: Stefani alla Regione, Venturini al Comune, Sgarbi a Ca’ Foscari. Un bel segnale generazionale, era anche ora. Al governo non al potere: il primo è al servizio di tutti, chi ti ha votato e chi no; il potere è al servizio di pochi e degli altri non importa niente. Venezia, invece, ha bisogno di tutti.
Da Venezia a Parigi; se l’imbattibile è anche umano

Sinner è crollato, ha perso, si è svuotato al Roland Garros dopo crampi, vomito, le frasi ripetute. “Senza energie”, ha detto. E forse qualcosa di quei momenti non è rimasto nel ricordo. Anzi: “Non ricordo l’ultima volta in cui mi sono sentito così”. Le critiche sono piovute subito, spesso anche impietose, quasi che non pochi fossero contenti della caduta del mito. Critiche senza nemmeno aspettare i controlli necessari, senza neppure capire le ragioni della momentanea caduta. Tanto per essere precisi: Sinner stava vincendo nettamente su Cerundolo con due set secchi e il terzo a un passo dal chiudere la partita. C’era un caldo fortissimo, sembra strano e assurdo che un torneo così importante si debba disputare tra mezzogiorno e le due del pomeriggio nei giorni più caldi di un maggio così caldo che a Parigi non lo ricordano da moltissimi anni. Record meteo, ma agli organizzatori di uno dei tornei più importanti del mondo non ne tengono conto, costringono numeri uno e numeri cento a sfidarsi sulla terra rossa quando le condizioni climatiche richiederebbero scelte diverse. Se quando piove la gara si interrompe, perché quando il caldo è troppo non si ferma l’incontro?
Non si può essere un robot
Il problema è perché il tennis si stia riducendo così: tornei uno dietro l’altro, borse sempre più alte (ma forse non è così se i tennisti protestano), spazi sempre più brevi tra un torneo e l’altro, giusto il tempo di cambiare aereo, e subito sul campo. Nemmeno le macchine reggono tante differenze e anomalie del tempo, le fanno diverse se devono correre sotto la pioggia o la neve o nel deserto. Un’altra cosa è certa: Sinner non è un automa, è un atleta spesso imbattibile ma anche con una fragilità umana che era appena nascosta sotto il cappellino. Può perdere contro i propri limiti più che contro un avversario, può ammettere la debolezza e ricominciare daccapo. Bisogna saper cadere per rialzarsi più forti. È quando s’abbatte la presunzione e l’umiltà trova spazio che si capisce se hai davanti un vero uomo prima che un vero campione.
La scuola deve educare, non punire

Un professore di Parma accerchiato e aggredito da un gruppetto di alunni davanti alla scuola ha deciso di non denunciare i giovanissimi aggressori. Per lui “è molto più educativo non denunciare, sono ragazzi con le idee confuse, devono capire le conseguenze dei loro gesti”. Dice che la sua funzione è educare i ragazzi. Simile anche la reazione della professoressa aggredita a coltellate a Bergamo da un alunno di 13 anni e ferita gravemente. Dal letto d’ospedale ha scritto una lettera: “Questa ferita non deve diventare un muro, ma una porta verso una scuola più attenta, verso una comunità più unita”. Spiega meglio la docente: “Quello che mi ha colpita è che forse nel profondo non saprà neanche perché. Come non lo sapranno i suoi genitori”.
Valditara critica il professore

Se la lettera della professoressa non era stata proprio gradita dal ministro dell’Istruzione Valditara, la dichiarazione del professore è stata proprio criticata con parole dure: “Il professore che non denuncia sta di fatto dicendo ai ragazzi che non c’è differenza tra rispettare le regole e ignorarle”. Ci sono state proposte di legge per affrontare il problema della violenza nelle scuole: uso del metaldetector per scoprire armi, proibizione dei social, abbassamento dell’età punibile… Con qualche confusione perché Valditara dovrebbe sapere benissimo che quello che accade nella scuola è un problema della società di oggi, ma è compito della scuola affrontarlo e cercare di risolverlo.
Se la scuola fallisce, lo Stato fallisce

La funzione della scuola è educare, far crescere, aiutare a ragionare, portare alla convivenza, all’integrazione, alla formazione della società, a saper distinguere tra regola e trasgressione. Se pensiamo che tutto si risolva col poliziotto e una legge punitiva, viene meno qualunque progetto educativo e di recupero. Credo che un ministro farebbe bene a non condannare la scelta del docente sminuendone il ruolo. La scelta dell’insegnante è certamente dettata dalla convinzione che comportamenti del genere sono spesso la spia del fallimento del progetto educativo che non può accettare come principio soltanto “chi sbaglia paga”. Se la scuola è una componente dello Stato, allora anche lo Stato ha fallito. E la soluzione non è nell’inasprimento delle pene, non è nell’umiliazione dello studente, ma nel trovare un progetto che veda insieme lo Stato, la Scuola e la famiglia accompagnare il giovane nel mondo adulto.
Quando gli italiani scelsero

La Repubblica ha 80 anni, è nata il 2 giugno 1946 con un referendum che ha chiamato gli italiani a scegliere tra repubblica e monarchia. Alla vigilia la Doxa, la prima società di opinione nata in Italia, fece le prime previsioni: su 100 elettori, 48 erano per la monarchia, 40 per la repubblica. I sondaggi erano ieri come oggi. L’Italia andò alle con la grande novità del suffragio universale per la prima scelta libera dopo vent’anni. Potevano votare le donne che erano la maggioranza della popolazione. Si votò anche per eleggere la Costituente, l’organismo parlamentare che avrebbe scritto e approvato la nuova Costituzione.
Su 28.005.449 elettori, andarono a votare 24.946.878 italiani, le donne erano un milione più degli uomini
I voti per la Repubblica furono 12.718.641 (54.27%), quelli per la monarchia 10.718.502 (45.73%). Un milione e mezzo tra schede bianche e nulle. L’affluenza sfiorò il 90 per cento. Le Tre Venezie votarono decisamente per la Repubblica. Ma il referendum mise in evidenza la spaccatura tra Nord e Sud. A un Settentrione e un Centro repubblicani, rispose un Meridione ancora monarchico. Certo restavano grandissime differenze tra le due parti del Paese e l’andamento della guerra le aveva esaltate in una popolazione per vent’anni allontanata dalle elezioni e diseducata a scegliere. Adesso si poteva decidere il proprio futuro.
Quel 2 giugno fu una data destinata a unire tutti, furono gli italiani a decidere e fu una scelta irreversibile

La nuova Italia nasceva dalle rovine di una guerra che era stata anche una guerra civile, dalle ceneri di una dittatura che si era trasformata alla fine in un governo collaborazionista della Germania di Hitler, dai frantumi di una monarchia che si era mostrata non all’altezza nei momenti decisivi. È stato l’inizio, si doveva scegliere e gli italiani hanno scelto, seppure divisi. È la nostra data di nascita, l’inizio della libertà e della democrazia, l’alba della Costituzione dei diritti e dei doveri.































