Sono storie di morte, di sofferenza e di dolore quelle che riguardano chi viene travolto da eventi come questi: omicidio, tentato omicidio, tentato suicidio. Ma stavolta queste trame di vita spezzate e lacerate dalla disperazione non riguardano solo le vittime e le loro famiglie, private per sempre dei loro affetti più cari. Ma anche coloro che quell’efferato crimine l’hanno commesso con le proprie mani.

Storie di vite rovinate
Storie, queste, che nel loro svolgimento prima dei fatti sembrano avere apparentemente poco in comune, ma che culminano con un’esplosione di follia che cancellerà vite e ne ferirà altre. Creando tutt’attorno un’aura di sofferenza e dolore difficile da eliminare. Vite rovinate, distrutte, senza più un futuro, né per le vittime, ormai decedute, e le loro famiglie né tantomeno per gli autori e i loro familiari. Storie, trame da riscrivere, da rivedere e se possibile da ricostruire. Nel vuoto di chi ormai non c’è più e nell’impotenza di convivere con sé stessi. Nella consapevolezza di aver compiuto il gesto più atroce di tutti e di non poter tornare indietro.
Storie di persone qualunque
Vite di persone qualunque, gente normale che si incontra tutti i giorni, con cui si conversa, che si conosce anche bene talvolta. Vite come quella di un professore di un piccolo comune del veneziano, che ha in progetto con la fidanzata di aprire un negozio di prodotti biologici. Dopo qualche anno la loro relazione però giunge al termine. I due si separano, mantenendo comunque un rapporto di tipo professionale proprio per permettere all’attività del negozio di decollare e prosperare.
L’esperienza personale

Passano giorni, mesi, ma mantenere un rapporto professionale con la persona di cui si è ancora innamorati e che per lavoro si è costretti a vedere quasi tutti i giorni comincia a pesare. Ad essere di sempre più difficile gestione. Lei è andata avanti e si è rifatta una vita con un altro uomo, e questo diventa insopportabile.
Così, durante una pausa pranzo di una normale e tranquilla giornata lavorativa, il professore entra nel negozio, quello che doveva rappresentare il culmine del loro rapporto sentimentale e professionale, e la accoltella. Una, due, tre, troppo volte, procurandosi lui stesso molte ferite da taglio alle mani e alle braccia. Una volta uccisa la ex compagna, il professore tenta più volte di togliersi la vita praticandosi alcune ferite con lo stesso coltello con cui ha assassinato l’ex compagna,. Invano.
Storie di persone normali che scoprono l’orrore
Il padre di lui rinviene il corpo senza vita della ragazza immerso in un lago di sangue all’interno del negozio e il figlio, disteso accanto a lei, ricoperto di ferite sanguinanti e in gravi condizioni. Il professore viene quindi ricoverato in ospedale e si salva. Per lei non c’è più nulla da fare. È tuttora detenuto, e gli mancano pochi anni per finire di scontare la pena definitiva.
Le differenze
Ma c’è chi ha anche già concluso il suo percorso con la giustizia, ed ha potuto usufruire di una serie permessi previsti dalla legge, portandolo a seguire un cammino fatto di aiuti, sostegno e reinserimento sociale.
Chi sono queste persone?

Queste persone sono i cosiddetti “ex-detenuti”, che in realtà dovrebbero essere chiamati “persone che hanno conosciuto il carcere”: sono coloro che hanno commesso tremendi delitti e che, dopo anni di reclusione, cercano disperatamente di reinserirsi all’interno della società, così come previsto dall’art. 27 della Costituzione Italiana, che recita: “La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte”.
Storie di assassini ma anche di esseri umani
Sono assassini, persone che hanno tolto la vita a qualcuno, che hanno messo in atto un’aberrazione di normalità, distruggendo famiglie e strappando loro gli affetti più cari. Ma anche loro sono anche esseri umani, persone a cui la vita si è sgretolata tra le mani. Anche dietro ogni delitto violento c’è una storia, una vita individuale che non sempre si riassume dietro quel gesto di cui quel delitto può essere metafora o sintesi come anche accidente, deviazione di rotta, scarto improvviso. Ogni narrazione, di per sé, è capace di oscurità.
Storie comuni

Cos’hanno in comune queste storie, le storie dei reclusi, di quelli che chiamiamo “assassini”, oltre alla morte, al dolore e alla sofferenza causata alle vittime e alle loro famiglie, nonché a loro stessi e ai loro familiari? Ciò che li accomuna, più che la tipologia di reato, è il percorso di consapevolizzazione e revisione critica attuato da entrambi in carcere, grazie all’aiuto di professionisti e volontari di diverse associazioni e cooperative che collaborano con i diversi istituti di pena e di custodia.
Li hanno aiutati ad elaborare quanto accaduto e a sentirsi responsabili del loro atto, in un cammino fatto dapprima di rabbia, disperazione e impotenza, nella consapevolezza di non poter cambiare le cose, ma in seguito nell’accettazione di poter riscrivere la trama della propria esistenza e poterla vivere in modo diverso, più giusto, nuovo.
Storie raccontate
Molti di loro hanno ad esempio parlato per moltissimi anni ai ragazzi delle scuole superiori, hanno condiviso il loro dolore, la sofferenza causata, le atrocità dei loro atti, hanno raccontato più e più volte la loro storia, ripercorrendola passo dopo passo e rimpiombando ogni singola volta nel baratro dell’angoscia, nei loro peggiori incubi, nei meandri più oscuri della loro anima, mettendo a nudo le tracce di un passato terribile e indelebile. Lo fanno in un’ottica di prevenzione, per aiutare i ragazzi, affinché non commettano i loro stessi errori. Nessuno può farlo meglio di loro.







































































