Se n’è andato il 1° maggio, nello stesso giorno in cui trentadue anni fa il mondo perdeva Ayrton Senna. Come se il destino avesse voluto unire ancora una volta due giganti delle corse in un’unica, silenziosa data. Alex Zanardi ci ha lasciati a 59 anni, spegnendosi serenamente, circondato dall’affetto dei suoi cari, dopo sei anni di lotta silenziosa contro le conseguenze dell’ultimo, crudele incidente che la vita gli aveva riservato. Eppure sarebbe sbagliato, forse persino ingrato, ricordarlo così, immobile, fragile. Perché Alex Zanardi è stato tutto il contrario: movimento, esplosione, sorriso.
Chi era Zanardi
Nato a Bologna il 23 ottobre 1966, cresciuto a Castel Maggiore, figlio di un idraulico e di una sarta, Zanardi aveva costruito la sua prima vita con la determinazione di chi sa che niente arriva per caso. La sua giovinezza era già stata segnata da un dolore feroce, la morte della sorella Cristina in un incidente stradale nel 1979, eppure non aveva cambiato rotta. Quando lo sport era per tutti, quando lo il motorsport premiava il sacrificio, non solo la parte economica, quando insomma era umano. Aveva fatto la trafila classica, kart, Formula 3, Formula 3000, poi la Formula 1, dove però le monoposto a disposizione non erano mai all’altezza del suo talento. La vera rivelazione arrivò oltreoceano, nella CART americana, dove vinse due titoli mondiali consecutivi, nel 1997 e nel 1998, diventando uno dei piloti più apprezzati e spettacolari del panorama internazionale. Era il pilota che sapeva ridere di sé, che prendeva la vita con quella leggerezza irresistibile di chi la ama davvero.
La tragedia
Poi il 15 settembre 2001, al Lausitzring. La sua monoposto, praticamente ferma sulla pista dopo una sosta ai box, venne centrata a circa 320 km/h dalla vettura di un altro pilota. L’impatto spezzò letteralmente la macchina: Zanardi perse entrambe le gambe. Era il genere di notizia che toglie il respiro, che fa pensare che finisca tutto lì. Invece no. Da quella tragedia cominciava la parte più straordinaria della sua storia.
Quello che Zanardi fece dopo non fu semplicemente reagire
Fu reinventarsi, con una gioia che ancora oggi è difficile da spiegare razionalmente. Scoprì l’handbike quasi per caso, grazie a un amico incontrato litigando per un parcheggio. Zanardi era fatto così, capace di trasformare in opportunità persino una questione di stalli. Da quell’incontro partì un’escalation inarrestabile: ai Giochi di Londra 2012 arrivarono due ori e un argento, poi il bis a Rio 2016 con altri due ori e un argento, oltre a dodici titoli mondiali su strada. L’immagine che molti ricordano è quella dell’arrivo a Londra: in un attillato body da cronometro, con i muscoli delle braccia in tensione e il sorriso che sembrava abbracciare il mondo intero. Non era la posa di un sopravvissuto. Era il gesto di un uomo che aveva capito qualcosa che in pochi riescono davvero a capire: che la vita vale la pena di essere vissuta tutta, anche quando te ne viene sottratta una parte.
L’associazione di Zanardi
Con l’associazione Bimbingamba aveva contribuito a realizzare protesi per bambini amputati, mentre con il progetto Obiettivo 3 aveva promosso l’avvicinamento allo sport per atleti con disabilità. Non predicava, non pontificava. Mostrava, con il corpo e con il sorriso, cosa significasse amare la vita anche quando la vita fa male. La sua autoironia era rimasta nella memoria di tutti: guidando auto adattate, scherzava dicendo di avere “il piede pesante”. Una battuta che racconta meglio di qualsiasi discorso il suo modo di stare al mondo.
L’insegnamento

Nel 2020 un secondo incidente, durante una staffetta di beneficenza in handbike, lo aveva riconsegnato a un lungo silenzio. Anni di cure, di riabilitazione, di piccoli segnali che tenevano viva la speranza. Ma stavolta la strada era troppo lunga anche per lui. Ci rimane tutto il resto, però. Ci rimane quella risata, quell’energia, quella capacità unica di trasformare la caduta in slancio. Ha mostrato al mondo cosa significa non arrendersi, rispondere alle peggiori tragedie amando la vita ancora di più. Ed è esattamente così. Alex Zanardi non ci ha insegnato a non cadere. Ci ha insegnato come ci si rialza. Ciao, Alex. Grazie.








































































