In questi giorni si compiono i 50 anni della tragica notte del Friuli in cui, il 6 maggio 1976 alle ore 21.03 di un giovedì primaverile, si scatenò il micidiale Terremoto. Era il risveglio dell’Orcolat, l’orco del folclore friulano: una energia oscura che ha scosso la terra per 56 lunghissimi secondi e si è divorato le vite di 990 persone: una strage che la memoria, nella sua implacabile resistenza, ci fa rivivere. “Ci fa rivivere” dico, perché quel sussulto della nostra terra ci ha raggiunti in tutta l’Alta Italia.
L’Orco ricordato da un libro de Il Gazzettino

Oggi, Il Gazzettino, dedica a quella tragedia il libro Friuli 1976 in coedizione con l’editore De Bastiani: parole e immagini che mi coinvolgono ancora emotivamente. Perché io c’ero, io ho visto. In particolare, la riproduzione delle pagine con le testimonianze dei giornalisti e le terribili fotografie aiutano i ricordi e collegano le ore, i giorni, le persone, i vivi e i morti, le rovine e lo strazio di un popolo e di una terra di grande civiltà che avevo conosciuto, amato e raccontato più volte.
La fierezza dei friulani davanti all’Orco

Come gli altri cronisti, anch’io ho sentito la fierezza dei Friulani, che si percepiva pur nel dolore devastante, e li abbiamo esaltati nei nostri giornali e in tutti i media. Abbiamo sentito palpitare una comunità ferita dalla violenza cieca dell’Orco. Abbiamo ripetuto silenziosamente quell’incitamento che veniva da lontano, dagli emigranti che in ogni parte del mondo avevano ricostruito il loro fogolar, simbolo arcaico della loro stirpe. “Fuarce furlaans”, un grido che risento nell’eco della memoria.
Dietro le impronte dell’Orco

Non avevo mai scritto su una tragedia di quelle dimensioni, e in quei giorni mi sono sentito friulano, cioè ho condiviso fino alle lacrime quella tragedia: in seguito, i miei itinerari in quella terra martoriata sono stati come le tappe di un pellegrinaggio nel cuore di una gente violentata ma non vinta. Ho incontrato le impronte di quell’orco, quella mostruosa potenza tellurica, nelle macerie, fra cataste di casse da morto, rovine sacre e civili, e corpi senza vita.
Ho visto i segni del passaggio di quella entità malefica che Stanis Nievo, lo scrittore, ha personificato nel “Padrone della notte”. Seguivo i passi di un collega udinese, mia guida in quell’inferno terrestre e nel suo volto, nei suoi gesti e nella voce leggevo la tempesta dei sentimenti che lo straziavano (ma era il primo a correre dove la tragedia chiamava la nostra presenza). La nostra testimonianza, la nostra via crucis, o meglio, via del dolore erano dovunque: il terremoto aveva creato una geografia dei luoghi dilaniati.
Cinquant’anni dopo si ricorda ancora l’Orco

Cinquant’anni dopo, i ricordi personali sono ridotti a pochi particolari: di tutte le cose che ho scritto allora, infatti, conservo come fotogrammi in sequenza il primo impatto con le vittime: corpi recuperati nella notte e a volte senza nome, raccolti in uno spiazzo a Osoppo, allineati a terra davanti a un carabiniere che compilava l’elenco dei riconosciuti battendo i tasti di una vecchia Underwood. Non si poteva procedere alla sepoltura, necessaria e pietosa insieme, senza aver dato loro la dignità del nome: scena di morte illuminata dalla luce indifferente della primavera. Il carabiniere ticchettava un nome ogni tanto, accompagnato dal pianto di noi cronisti.
Come abbiamo combattuto l’Orco

Altre situazioni che mi sentivano partecipe sarebbero arrivate nei giorni seguenti: la rovina dei beni culturali, gli effetti psicologici del sisma tra i soccorritori e la vita sotto le tende di chi non aveva più casa. C’era tanto da scrivere e da condividere su quella popolazione ferita nell’anima e su quella terra: l’una e l’altra avevano bisogno di essere curate. Ho visto i furlans recuperare di ora in ora, di giorno in giorno, la straordinaria forza d’animo che li avrebbe resi vincitori sull’Orcolat. Posso dire che noi cronisti abbiamo accompagnato quella lotta al male con l’unica arma che ci distingue: la forza della parola scritta.
Fioretti di maggio

Ho letto da qualche parte questa osservazione: in questi giorni oscuri diventa difficile e quasi colpevole anche fare una risata in pubblico, avere uno slancio amichevole, un pensiero positivo. La brutalità ha invaso la Terra dove “un manipolo di tiranni” (papa Leone) sta spegnendo il dono sublime del godere la vita. Ma si può e si deve resistere, dice una voce, rimanendo saldi al nostro posto, attenti alle cose che facciamo mentre sopra e dentro di noi passa ’a nuttata.
Questo pensiero nasce da una confidenza ricevuta da un vecchio amico, il quale mi ha confidato di avere affrontato la tempesta dei giorni con una semplice azione responsabile di resistenza, che sua moglie chiama “fioretto di maggio”. In parole semplici, si tratta della rinuncia all’ascolto dei programmi musicali preferiti, una scelta che gli costa e finirà quando finiranno le guerre in Ucraina e in Iran: da parte sua la moglie aveva fatto un voto durante i massacri di Gaza.
Il fioretto di Maggio

Commento: sono queste azioni invisibili, queste positività private, gocce nello stagno del presente, a farci capire che c’è una forma di resistenza morale nei confronti della violenza in tutte le sue molteplici personificazioni. Il fioretto di maggio era una forma rituale della devozione popolare: che oggi un laico puro come il mio amico ritorni a quella religiosità, mi fa pensare che ogni arma è buona quando un nemico è particolarmente attivo. Scopriamo una volontà tenace di affermazione della propria dignità minacciata da forze spietate che un tempo avremmo definite diaboliche.
Il quadro è chiaro almeno per me, se consideriamo le nostre azioni: anche fare una piccola rinuncia ha un valore positivo, direi politico

Il loro peso nella vita sociale può apparire troppo leggero per affrontare i grandi temi che la realtà, diciamo pure la Storia, scarica sulle nostre coscienze. Consideriamo però il fatto che le nostre voci non sono isolate ma si possono fondere in un coro potente. Fuori di metafora, non dobbiamo lasciare che le cronache brutali dei nostri tempi spengano in noi la volontà di vivere e di gioire senza vergogna. Amare la vita non è peccato.
Cortei di memoria

Cos’è un corteo di voci e musica?
È la cronaca all’aria aperta
di un ricordo, di una storia.
È un torrente che urla al ritmo
di tamburi una canzone cantata in coro.
È una frase isolata
da un discorso portato dal vento
della Storia, una frase
della nostra memoria.
Passa un corteo silenzioso,
solo fiammeggiano le bandiere
e dai balconi risuona l’applauso.
Una donna alla finestra mormora
una preghiera e guarda lontano.
Anonimo 26







































































