Una sera a Mestre uscendo dal museo M9, sono rimasto intrappolato in un pensiero strano, frutto però di una manifestazione culturale ben orchestrata fra parole immagini e musica. Quel pensiero che ho rubato a un poeta è questo: quando si dice che gli storici e gli archeologi “scavano nel passato”, prossimo o remoto, esprimono correttamente il pensiero della loro azione? Forse, dice il poeta, scavano nel presente perché il presente contiene contiene il passato.
Ma lasciamo le divagazioni: all’M9 si è vissuto un viaggio nella storia di Mestre, quando si veniva in villeggiare in favolose ville come quella del conte Giacomo Durazzo, ambasciatore dell’Austria presso la Serenissima.
Grande amante della musica e dell’arte, grazie alla posizione strategica della villa situata alle Barche, cioè all’approdo del Canal Salso e vertice di importanti vie di comunicazione per acqua e per terra.
Dal passato al presente

La storia di questa dimora ha affascinato il fitto pubblico presente. Per molti è stata una sorpresa sapere che nel Settecento il loro spazio urbano della quotidianità è stato teatro di una vivacissima vita culturale e sociale di livello europeo che il Goldoni ha riassunto in cinque parole:” Mestre era una piccola Versaglia”.
Svalduz e la riscoperta del presente

Naturalmente eravamo in pieno diciottesimo secolo e al centro di quella Versailles c’era la grande villa Durazzo oggi totalmente sparita dalla realtà cittadina. L’ha fatta rivivere Elena Svalduz, storica dell’architettura e da un gruppo di docenti da lei coordinato, villa Durazzo è diventata per il pubblico mestrino l’inizio di una narrazione complessa e sorprendente. La Mestre attuale ha rivelato le sue radici antiche immerse in un clima socio –culturale quasi mitico. Le cronache, le stampe, i dipinti d’epoca insieme ai fantasmi di Gluck, di Vivaldi e le canzoni da “batelo” hanno animato la serata che possiamo definire una lezione di alto valore divulgativo.
Il racconto di quella villa perduta si può definire come una pagina di storia urbana, ma sarebbe troppo semplice. Infatti, il pubblico che affollava l’auditorium Cesare de Michelis è stato spronato ad accendere l’immaginazione per quanto riguarda il loro rapporto con la città di oggi
In fondo quei personaggi potremmo considerarli come lontani nostri precursori, invisibili cittadini di una Mestre annidata nel futuro.
Dignità dei muri del passato e del presente
Da quando l’Arte contemporanea ha utilizzato i muri per esprimersi con i murales, si pensava che il vizio di imbrattare facciate e muri di cinta, cioè spazi pubblici, si fosse ridotto, anche perché i nostri tempi forniscono ben altri muri: parliamo dell’avvento scomposto e violento dei social che si sperava lasciassero qualche superfice libera.

Invece, come ho visto di recente a Roma, gli anonimi graffitari fanno scempio sia di storici edifici che di muri anonimi. Il loro linguaggio è sempre lo stesso anche quando passano dai graffiti alle parole più ustionanti: se a Pompei c’erano molte scritte erotiche, nel tempo i muri urbani sono diventati lavagne sulle quali scaricare aggressività, disagio sociale, odio ideologico, follia e rabbia insieme a sogni irrealizzabili, pensieri drogati, disperazione.
Tuttavia, e per fortuna, ci sono anche esempi di murales positivi, perfino poetici, che narrano storie esemplari; in sostanza sono epitaffi dedicati a persone travolte da un destino crudele. Da un punto di vista civile questi “graffiti d’amore” ricordano ai passanti che non sono soli nella città e nel tempo.
Banksy e il presente con i murales non i graffiti

Questi pensieri mi sono stati suggeriti da due notizie incrociate che riguardano il più famoso pittore di murales, l’artista inglese Banksy: una mostra delle sue opere è stata inaugurata a Conegliano a palazzo Sarcinelli il 15 0tt0bre.
La seconda notizia è la pubblicazione di una biografia di Banksy, alla forza comunicativa della sua pittura murale e anche, oserei dire morale: “L’arte fuorilegge. Banksy dai muri ai musei (e oltre)” editore ZeL. Una avventura che l’inquieto e invisibile artista fa vivere anche a noi, rivoluzionando il nostro sguardo.
C’è una curiosità: qualche anno fa lo scrittore Renato Pestriniero ha pubblicato un libro sui muri malati di enezia: un racconto polemico per immagini, una galleria di superfici devastate dalla salsedine e dall’incuria: muffe, crepe, macchie, e incrostazioni suggeriscono una specie di dipinti informali che hanno i colori del degrado. Più che una curiosità quel libro è un’accusa.
Sosta a Rovigo

(poesia)
Vengono giornate solari
e notti stellate con loro:
tanta luce nell’autunno
delle nebbie (a Rovigo)
sono come le parole
della speranza: inattese
quasi un dono della natura.
Ma è questo il messaggio,
tu dici, noi possiamo – dobbiamo
meravigliarci: ogni giorno
è una porta sull’orizzonte:
si apre un’alba, e si chiude
sui nostri sogni ogni notte.
Non senti in questo
Il ritmo della nostra vita?
Anonimo “25


















































































Questa foto di Rovigo promette proprio bene !
E bellissima la poesia – come sempre. Ma tu pensi in versi, Ivo ?