Intervista a Marco Marin, padovano 57 anni, quattro medaglie olimpiche. Dagli inizi come giovanissimo di talento all’oro mondiale fino a quello olimpico. Oggi è un politico di successo. Il conto alla rovescia per l’Olimpiade di Tokyo è già iniziato e la speranza di noi tifosi azzurri è ovviamente di vincere più medaglie possibili. Da sempre l’Italia eccelle nella scherma, serbatoio di medaglie. Marco Marin ha fatto la storia di questo sport ed ha rappresentato orgogliosamente la maglia azzurra. Signore della sciabola dal palmares ricchissimo, dove spiccano le quattro medaglie (una d’oro) olimpiche (due individuali e due a squadre). Tre le Olimpiadi disputate: Los Angelese 1984, Seul 1988, Barcellona 1992. Marin, padovano, che è stato anche il portabandiera a Barcellona, oggi nella vita a 57 anni fa tutt’altro. È un politico affermato, da sette anni senatore di Forza Italia. “Ma gli insegnamenti della scherma li porto sempre con me”.

Marin, perché proprio la sciabola?
“Iniziai a frequentare il Petrarca Scherma di Padova ed incontrai Ryszard Zub, maestro polacco che stava formando quella che sarebbe diventata la spina dorsale della sciabola italiana. Si trattava dell’arma che più mi piaceva e corrispondeva maggiormente al mio carattere. Il maestro e la società sono stati fondamentali per la mia formazione. Come dico sempre, non ci sarebbero i campioni se non ci fossero le società sportive, e il Petrarca è una delle più grandi polisportive in Italia. Sono stato molto fortunato”.
La sua è stata una carriera lunga: dal successo tra i giovanissimi nel 1975 all’oro mondiale a L’Aia nel 1995, passando per le Olimpiadi. Come è cambiata la scherma in quegli anni?
“Lo sport è bello anche perché è in continua evoluzione, cambia sempre. La novità più significativa che ho vissuto durante la mia carriera è stata il passaggio alla sciabola elettrica, un grande passo in avanti per la scherma dato che alle volte un giudice poteva sbagliare. Gli sportivi però non prestano tanta attenzione ai cambiamenti della loro disciplina, finché si allenano assorbono tutto e continuano a prepararsi per il loro unico obiettivo, ovvero la vittoria”.

Qual è stata la vittoria con la sciabola che le ha dato più gioia e quella che l’ha più sorpresa?
“I miei ricordi più belli sono tutti legati alle medaglie delle Olimpiadi, che rappresentano la competizione della vita per ogni atleta e che ti portano ad avere l’adrenalina a mille la notte prima o la mattina della gara. La grandezza del campionissimo sta proprio nel riuscire a vincere quell’emozione che ti domina e che ti accompagna fino a quando in un arco di tempo molto breve sei a giocarti anni di lavoro e sacrifici. Per un atleta avere una certa mentalità è fondamentale, quando gareggi vuoi sempre ottenere un grande risultato. Nella mia carriera sono sempre sceso in pedana con la convinzione e la speranza di vincere, anche quando venivo da un periodo in cui mi ero allenato di meno a causa dello studio. La scherma mi ha dato tanto, d’altronde quattro medaglie olimpiche non le possono vantare in tanti”.
Oggi segue ancora la scherma?
“Si, quando c’è l’occasione guardo sempre gli azzurri impegnati. Ovviamente con un occhio di riguardo per la sciabola, dato che fino a poco tempo fa gareggiavano degli ex compagni avuti nella parte finale della mia carriera. In questi anni ho apprezzato tutti i nostri campioni che si sono susseguiti e vederli mi ha regalato sempre qualche emozione, so cosa vuol dire avere la maglia azzurra ed io posso dire di averla cucita sulla pelle. Inoltre è bene ricordare che la scherma è il Made in Italy più vincente che abbiamo”.
Le è capitato di tornare in pedana con la sua sciabola?

“Mai più da quando mi sono ritirato. Vado però a vedere le competizioni che si svolgono nel nostro territorio come la Coppa del Mondo di sciabola a Padova ed ogni tanto vengo invitato a qualche manifestazione, ultimamente sono stato a Verona per delle gare a livello giovanile. La sciabola è una parte della mia vita molto importante e ciò che mi ha insegnato mi ha aiutato per tutte le esperienze che ho fatto, anche al di fuori dello sport. Mi ha preparato in tutto, ad avere rispetto, a seguire le regole, a lavorare in gruppo e ad accettare la sconfitta e la vittoria”.







































































