Venezia va alle urne per il rinnovo del Consiglio Comunale. Si voterà nelle giornate di domenica 24 e lunedì 25 maggio. L’eventuale ballottaggio per l’elezione del sindaco è fissato per le giornate di domenica 7 e lunedì 8 gugno 2026.
Le liste presentate sono 20 per un totale di quasi 700 candidati. I candidati sindaci sono 8:
- Simone Venturini 38 anni, coalizione di Centrodestra, appoggiato da cinque liste
- Andrea Martella, 58 anni, coalizione di Centrosinistra, appoggiato da sette liste
- Pierangelo Del Zotto, 63 anni, lista “Prima il Veneto”
- Michele Boldrin, 60 anni, lista “Ora! Venezia” partito di centro
- Luigi Corò, 62 anni, lista “Futuro per Venezia e Mestre”, comitati a difesa dei cittadini. Corò è collegato a “Futuro Nazionale” di Vannacci
- Andrea Martini, “Tutta la città che vogliamo”, liste civiche
- Claudio Venier, 49 anni, “Città vive”, lista civica
- Roberto Agirmo, 59 anni, lista “Resistere Veneto”.
Per presentare le liste degli otto candidati sindaci www.enordest.it mette a disposizione uno spazio per i capilista per illustrare il programma della coalizione, le loro idee sulla città, la composizione stessa della lista.
Lo faremo dando spazio a due esponenti per volta. Dopo Stefano Zecchi e Giorgia Onivello, e Roberto Agirmo, candidato sindaco con la lista Szmuski – Resistere Veneto è il turno di Michele Boldrin, candidato sindaco con la lista Ora! Venezia
Liberiamo Venezia dalla mediocrità dopo 10 anni di nulla

Il declino di Venezia non è inevitabile. Esso è il risultato di scelte politiche che, per decenni, si sono dimostrate incapaci di comprendere le trasformazioni in corso: demografica, tecnologica e socioeconomica. La città è stata piegata a un modello economico fallimentare: da un lato un’industria residuale a basso valore aggiunto, dall’altro un turismo di massa che congestiona lo spazio urbano e ne consuma il capitale storico, sociale ed economico. Venezia ha le risorse, la posizione e la storia per tornare a essere una città aperta, capace di attrarre talenti e attività di alto valore. Questo richiede una discontinuità netta nelle scelte pubbliche e nella qualità della classe dirigente.
Perchè ritorno a Venezia e mi candido
In questo mezzo secolo sia destra che sinistra hanno fallito. La mia candidatura si rivolge a chi vuole che Venezia ridiventi una capitale del mondo, bella, creativa e dinamica. Sono nato a Padova e cresciuto, da quando avevo 10 anni, a Mestre. Al CEP di Campalto, prima che si chiamasse Villaggio Laguna anche grazie agli sforzi di mio padre. Da quelle parti il lavoro faceva parte della vita quotidiana, ed è lì che ho imparato cosa significa costruirsi qualcosa, passo dopo passo. Da quando avevo sei anni ho lavorato per poter studiare ed ho studiato per non dover lavorare in quella maniera.
La mia vita

Mio padre era prima bracciante e poi operaio all’Agip a Marghera. Mia madre, figlia di contadini, dopo aver lavorato da giovane, come tante donne della sua generazione, si era dedicata ai quattro figli. Sono partito per “l’America” nel 1983; le mie tre sorelle sono ancora qui e sono parte del legame di lunga durata che ho con Venezia. All’estero ho costruito la mia carriera tra università, ricerca, economia e innovazione. Ho goduto dell’opportunità di lavorare in ambienti esigenti in tre continenti diversi. Ambienti dove si decide, si fa, si misurano i risultati e ci si assume la responsabilità delle scelte. Esperienze e battaglie che insegnano come funziona il mondo che cambia, e che ti cambiano il modo di pensarlo. Ma c’è una cosa che non è mai cambiata: il legame con il luogo da cui sono partito. Tutto quello che ho fatto, in un modo o nell’altro, parte da lì. Per questo torno a Venezia. Per mettere a disposizione quello che ho imparato e per farlo qui.
Oggi sono in una fase della vita in cui posso scegliere cosa fare

E ho scelto di restituire alla comunità in cui sono maturato quello che le mie competenze e conoscenze, esperienze e capacità possono generare di utile. Cerco di assumermi la responsabilità di rimettere questa città su una traiettoria di crescita sostenibile nei decenni che verranno. Venezia non è in declino per destino, ma per scelte sbagliate. Il turismo di massa e la mancanza di visione hanno impoverito la città, riducendo opportunità e qualità della vita. Serve un cambio di rotta: tornare a essere una città aperta, internazionale, capace di attrarre talenti, innovazione e lavoro di qualità.
Una città unica trattata come periferia
Mi candido a Sindaco perché Venezia non è una città qualunque: ha una storia, una posizione geografica, un patrimonio culturale, artistico ed ambientale unici al mondo. Eppure, per troppi decenni, è stata governata come se non lo fosse: una città di provincia con un po’ di facile turismo ed un comparto industriale da preservare. Destinata a sopravvivere consumando lentamente le sue risorse senza rinnovarle, senza investire, senza rischiare, senza cambiare.
Venezia aperta e dinamica

Storicamente Venezia è sempre stata una città internazionale, aperta e dinamica: una città di immigrazione e di emigrazione, di innovazione e cambiamento, di gente che si prendeva dei rischi. Una città fatta di scambi, conoscenza, movimento. Città che cresceva perché attirava persone, idee, energie, progetti. Una città che ha innovato dal giorno 1 e che innovando è cresciuta diventando la Serenissima. Negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso la classe dirigente veneziana ha rifiutato la trasformazione della città verso un’economia basata su conoscenza, innovazione e cultura. Era il “No alla terziarizzazione”, che voleva dire aggrapparsi con le unghie e con i denti (dei sussidi di stato) alla vecchia Porto Marghera mentre il terziario arretrato cominciava a corrodere la città d’acqua senza che chi la amministrava provasse a dirigerlo in una direzione sostenibile.
I punti deboli di Venezia
Al posto del cambiamento e dell’innovazione si è affermato un modello semplice ed immediato, ma molto più povero: il turismo di massa a basso valore e lo spreco di risorse nel tentativo di mantenere in citta produzioni ed attività che, inevitabilmente, non erano piu sostenibili senza abbassare drasticamente il livello del reddito di chi ci lavorava. A Marghera, ma anche a Campalto, Zelarino o alle Catene, ne sanno qualcosa. Se questo modello avesse davvero funzionato, Venezia sarebbe ora una città ricca, con lavoro ad alto reddito e piena di opportunità diffuse. Non è così: nel Centro Storico (io lo chiamo ancora così, alla faccia del politicamente corretto che pensa di cambiare la realtà cambiando le etichette) i residenti calano vertiginosamente ed in Terraferma i redditi diminuiscono ed il degrado incalza. I giovani che possono se ne vanno, specie quelli che hanno speso di più in formazione.
Venezia e il turismo
La monocultura del turismo concentra i benefici su pochi e lascia indietro molti ma, soprattutto, rende la città inospitale a qualsiasi altra attività economica e crea l’illusione che si possa migliorare la propria condizione senza dover investire. Non si tratta di opporsi alle attività turistiche, ma di evitare che, congestionando lo spazio urbano, finiscano per espellere altre professionalità, costringere alla fuga chi voglia intraprendere percorsi diversi ostacolando, proprio così, la creazione di innovazione e ricchezza. In una città che avrebbe le caratteristiche per attrarre produzioni del terziario avanzato, questo effetto risulta particolarmente controproducente. Basta guardarsi intorno per capirlo. Tali scellerate scelte si sono confermate ed aggravate negli anni, amministrazione dopo amministrazione. Gli ultimi dieci anni, che avevano promesso di cambiare tutto, hanno cambiato quasi nulla.
Oggi prevale una visione chiusa di Venezia, come se esistesse un’identità veneziana di origine genetica che occorre preservare dall’insidia dei foresti. Ma i foresti che vengono a vivere in città per commerciare ed apprendere, assieme ai veneziani che andavano a trovare i foresti a casa loro, sono stati i motori della crescita di Venezia. Non c’è altra identità squisitamente veneziana che quella del Milione: uno che il mondo l’aveva girato per portarlo poi a casa. Venezia è diventata grande proprio perché aperta.







































































