Mai nella rassegna stampa internazionale ho letto tanti titoli dedicati a Venezia. La Biennale, per il discusso padiglione russo, la Fenice, per le interviste e il licenziamento della direttora Venezi, gli argomenti principali. Senza escludere la clamorosa dichiarazione del Nobel dell’acqua, l’ing. Andrea Rinaldo. Tra mezzo secolo la città dei dogi potrebbe non esistere più, a causa, sia dei cambiamenti climatici, e sia del modello di dighe mobili (Mose, costo 5-6 miliardi), ormai insufficiente, se non vano. Le scomparse, nei secoli, di città lagunari come Aquileia e Altino, ci hanno insegnato qualcosa? Esperti cinesi consigliano oggi di spostare, letteralmente, Venezia, in posti più sicuri. Siamo ben messi. Forse pensano ai loro numerosi negozi in città. Ma non facciamo le Cassandre.
A Venezia non si era vista così tanta gente alla Biennale

La polemica intellettuale tra il ministro della Cultura Alessandro Giuli e Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale, ha provocato per il momento code pazzesche e chilometriche, di partecipanti nel giorno dell’inaugurazione, per i giornalisti, della 61esima edizione. Non si era mai vista tanta gente e tanta attesa ai Giardini e all’Arsenale. “Noi liberi e audaci!”, sentenzia Buttafuoco. E infatti la Biennale, nata nel 1895, è una fondazione culturale per arti figurative, musica, danza, cinema, teatro, architettura, archivio storico. Se non vi basta, aggiungo che fu in assoluto la prima esposizione internazionale del genere al mondo.
Americani e francesi erano indietro di una galassia

L’allora sindaco Riccardo Selvatico, non a caso poeta e visionario, propose in tempi non sospetti e prima delle due tremende guerre mondiali, che fossero collocati dei padiglioni degli Stati ai Giardini, sestiere popolare di Castello. Una idea rivoluzionaria, con una collocazione giuridica opportuna. Le delegazioni (ovvero anche gli artisti…) venivano equiparate alle ambasciate e godevano del privilegio extra-territoriale. E parliamo di oltre 130 anni fa…
Le Pussy Riot a Venezia

Forte di questa autonomia, il presidente Buttafuoco, invita gli artisti russi, contro le proteste ucraine. Mentre la delegazione israeliana invita gli artisti pro-pal, in polemica con Netanyahu. Destra e sinistra, incredibilmente si mescolano, con Cacciari a tifare Buttafuoco, la Lega contro, 5 Stelle e Renzi a favore. Pussy Riot, movimento femminista di protesta russo, che balla seminudo davanti al padiglione; i dissidenti Sokurov e Suad Amyri (palestinese) che annullano, per indisposizione, i loro interventi. Per farla breve: un successone mediatico.
Nessuno può credersi un altro Toscanini

L’altro argomento planetario riguarda il Gran Teatro La Fenice, altra fondazione autonoma cittadina. Beatrice Venezi, direttrice d’orchestra, che doveva assumere l’incarico di responsabile organizzativa e culturale a ottobre, è stata licenziata prima dal sovrintendente Nicola Colabianchi, dopo le sue inopportune dichiarazioni alla stampa argentina. In pratica Venezi, aveva criticato gli orchestrali e il sistema diffuso di “famigliarità”, nonché la presenza di candidati alle prossime elezioni amministrative. E anche qui le vecchie ideologie tra destra e sinistra fanno confusione. La Venezi, attacca i sindacalisti, dice di essere stata vessata e offesa come lavoratrice e di rivolgersi al tribunale. “Ho già le carte pronte per la denuncia”, dice. “Mala tempora currunt”, si potrebbe dire.

Arturo Toscanini, tanto per fare un piccolo esempio musicale a caso, nel 1919 aderì alla lista dei fasci di combattimento di Mussolini. Poi, come direttore d’orchestra, nel 1926, giusto un secolo fa, si rifiutò di suonare “Giovinezza”, alla Scala di Milano davanti al duce. Nel 1931 stessa scena al teatro comunale di Bologna, dove venne aggredito e picchiato dalle squadracce fasciste. Decise di abbandonare l’Europa e rifugiarsi negli Stati Uniti, in seguito alle leggi razziali. Venezi e Toscanini, che banale confronto!, direte voi. Ma l’arte e la musica, a volte si mescolano con la politica. Come succede oggi alla Biennale di Venezia.
Il bambino migrante di Venezia è il solo che viene protetto

A proposito di arte pura, vedo l’opera del grande artista britannico Bansky, immortalata in uno storico palazzo veneziano, in Rio Novo, “Migrant Child”, questo il titolo, bellissimo affresco, con una testimone infantile con torcia rosa di protesta, in una città deperita. Ma di “migranti turistici”.
Ora l’affresco attraversa il Canal Grande, dopo in restauro, in occasione della Biennale. Bansky è diventato famoso per la critica al capitalismo, alla finanza mondiale e contro le banche. E infatti la Banca Ifis, proprietá della famiglia Fürstemberg, 1,5 miliardi di euro solo negli ultimi 25 anni, si vanterà di avere l’opera nella facciata principale.
E vabbè, faccio il bastardo

Tre giorni fa è stato inaugurato, sempre in occasione della Biennale, il recupero dell’isola abbandonata di San Giacomo in Paludo, tra Murano e Burano, ex convento benedettino, ex polveriera napoleonica, abbandonata da 70 anni. Ho visto un restauro eccessivo, molto eccessivo. Sparite le polveriere, costruite nuove residenze per artisti (forse turisti per caso?). Soprintendenze veneziane mute. Ma tu, residente, se vuoi spostare un cesso nella tua casa notificata, arrivano gli ispettori….E Vabbè.
Tra marea marina e marea umana

Luigi Brugnaro, nel 2013, allora solo imprenditore di Umana e non sindaco, partecipò alla vendita dell’isola abbandonata di Poveglia, 8 ettari storici nella laguna nord, di fronte Malamocco. Apriti cielo! Gli ambientalisti del Lido si opposero contro l’acquisto, “da possidente sud-americano”, si disse, di un’isola abbandonata della laguna dal 1968. Brugnaro, voleva solo investire 43 milioni di euro, per un centro per le malattie alimentari. Sua figlia era stata testimone. Poi, vincitore del bando a Roma, rinunció dopo le polemiche e al ricorso al TAR. Erano solo 16 edifici storici, oltre al campanile cinquecentesco di San Vitale, da restaurare. Poveglia, giace ancora, lì abbandonata, a parte la parte agricola, con frutta e verdura, che dà un certo reddito.
Scurati e Venezia

Infine, leggo in prima pagina su Repubblica un articolo dello storico napoletano-veneziano Antonio Scurati, diventato famoso nel 2018 con il romanzo “M. Il figlio del secolo” e vincitore del Premio Strega. Premio che scatenò un sacco di polemiche tra nostalgici e intellettuali. Grande confusione in Rai anche due anni fa, nel 2024, quando Scurati fu censurato per un discorso sul 25 aprile e la politica attuale. Lui gridò al neo-fascismo, l’azienda replicò che chiedeva un cachet troppo elevato. Ora Scurati con l’articolo “Il coraggio di proteggere Venezia”, del 6 maggio scorso, mescola, anche qui storia e politica. I due pericoli, citando il Nobel dell’acqua, Andrea Rinaldo: “sono la marea marina e la marea umana”. Ovvero ambiente e over-tourism. “Negli ultimi anni – scrive in prima pagina su Repubblica – Venezia è stata uno dei comuni peggio amministrati d’Italia, afflitta da un madornale conflitto di interessi del suo sindaco uscente”. Senza nominarlo, farisaicamente, direi.
Insomma sono bastati 11 anni, per distruggere 1.600 anni di storia?


Le due maree, marina e umana, annientate in pochi anni. Poi la sentenza finale: “La laguna si trasformerà in una cloaca di acque morte”. Peccato che nello stesso articolo, scrive Scurati: “Torno a Venezia per crescervi le mie figlie”. Nonostante tutta questa puzza? Verrebbe da dire. Ma la parte più divertente riguarda il Carnevale di Venezia, testuale-testuale: “A Carnevale ho visto un milione di persone ubriache provenienti da tutto il mondo ballare la samba a Piazza San Marco sotto un palco vuoto…”. Un milione! Sic. Evidentemente il super-testimone Scurati era l’unico sobrio presente.
Le vignette sono di Luciano Marini detto ElMe







































































