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Home Cultura Fiction

Quando le sigle dei cartoni giapponesi erano un paradiso funk

di Ettore Vianello
Ottobre 4, 2021
in Fiction
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Quando le sigle dei cartoni giapponesi erano un paradiso funk
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Incastri geniali di basso e batteria, Moog alla Emerson, Lake & Palmer, voci robotiche alla Kraftwerk. All’inizio degli anni ’80 le sigle dei cartoni giapponesi erano l’occasione perfetta per osare: ecco le migliori. Sapete da dove è uscito fuori il miglior funk-prog di fine ’70-inizio ’80? Dalle sigle tv dei cartoni fantascientifici giapponesi. Brani epici con un tiro pazzesco, incastri geniali di basso-batteria che a seguirli c’è da andare fuori di testa, tastiere avveniristiche, sciabordate di Moog alla ELP che si muovono su chitarre alla Chic.

Atmosfere che i Daft Punk e gli Air renderanno celebri solo molto anni dopo. Ok, ci sono i testi, che sono quello che sono e che comunque fanno il loro sporco lavoro descrivendo protagonisti e antagonisti delle serie, ma provate a lasciarli un attimo da parte e concentratevi sulle musiche: rimarrete di sasso per la qualità delle composizioni, degli arrangiamenti e dei suoni. Roba da brividi.

Cartoni e sigle

Le ragioni di tale qualità sono da ricercarsi nel fatto che dietro queste sigle il più delle volte c’erano fior di professionisti – avvezzi a jazz, prog, funk, disco, colonne sonore e tanto altro – che mettevano a disposizione la loro maestria non in innocue canzoncine per bambini ma in veri spaccati di bravura compositiva e tecnica. Nei pochi minuti di quelle sigle non c’era l’idea di creare un prodotto prefabbricato e ruffiano, inoffensivo quel tanto che basta per non turbare troppo le menti degli infanti. No, qui si osava alla grande e si forniva materiale di alto livello che avrebbe stregato i giovanissimi telespettatori e li avrebbe aperti a future passioni musicali.

I cartoni e le sigle che hanno lasciato il segno

Nella loro stagione dorata gli anime robotici giapponesi andati in onda in Italia sono stati un’infinità, hanno fatto sognare i più piccoli e incazzare i genitori per la presunta violenza contenuta (tristi prodromi al buonismo e iper-protezione attuali), non tutti avevano la stessa qualità e non tutte le sigle hanno lasciato il segno. Ma quelle che lo hanno fatto sono ricordate ancora oggi con nostalgia e stupore. Mi sono preso la briga di segnalarne 10, raccontandone brevemente retroscena e curiosità. Concentratevi sulle melodie, le armonie e, soprattutto, gli arrangiamenti. Qui c’è roba di alto livello, composizioni che vi stupiranno e vi esalteranno, come solo la migliore musica riesce a fare.

10. “Megaloman” e le sigle dei Megalosingers (1980)

I Megalosingers non sono altro che i Superobots, turnisti del giro RCA sotto la guida del chitarrista inglese Douglas Meakin (compagno di scuola di Ringo Starr e componente dei Motowns trapiantato in Italia sin dalla fine dei ’60), del produttore Mike Fraser e dell’autore-arrangiatore Aldo Tamborrelli. I Superobots saranno tra i più fertili protagonisti delle sigle robotiche. Per Megaloman (che non era un cartone animato bensì un telefilm con attori in carne e ossa) tirano fuori una sorta di inno ossessivo e pungente, con tanto di cori alla Yes su una straniante voce kraftwerkiana che ripete il nome del protagonista della serie. Attenzione inoltre al clavinet alla Stevie Wonder e all’arrangiamento psichedelico di archi.

9. “Gaiking il robot guerriero” Ganymed (1979)

Caso abbastanza unico di sigla non realizzata ad hoc, quella di Gaiking è una canzone del gruppo austriaco Ganymed, scritta e cantata da Gerry Edmond, pseudonimo di Edmund Czerwenka. Poco importa comunque, le scansioni del brano si sposano benissimo alle immagini, con un ritmo sostenuto di stampo disco, sintetizzatori spaziali, suadenti cori femminili che ripetono il titolo e un vocoder che richiama ancora una volta i Kraftwerk.

8. “Tekkaman – Il Cavaliere dello Spazio” Ichirō Mizuki (1979)

https://youtu.be/9n3GEsKwhis

Una delle poche circostanze nelle quali si è deciso di utilizzare in Italia la sigla originale giapponese piuttosto che crearne una ex novo. Bisogna fare l’orecchio al cantato nipponico (e i bambini dell’epoca lo fecero eccome recitando a memoria fonemi incomprensibili), ma la bellezza delle melodia e la grandiosità del brano composto da Asei Kobayashi e interpretato da Ichirō Mizuki aiutano a entrare dentro una canzone di grande effetto. Al suo interno c’è la consueta ridda di tastiere cosmiche, un ritmo incalzante e un’orchestra di fiati e archi a drammatizzare il tutto. Nel 1980 i Micronauti (ovvero lo storico Vince Tempera in compagnia di svariati turnisti) realizzeranno una sigla italiana per la serie, ma non è nulla che possa competere con il glorioso originale.

7. “Il Grande Mazinga” e le sigle dei Superobots (1979)

Entriamo nell’alveo delle serie/sigle più mitizzate e conosciute. Il Grande Mazinga è la seconda parte della Mazinsaga che comprende il precedente Mazinger Z e il successivo UFO Robo Gurendaizā (in Italia Atlas Ufo Robot). La sigla si basa su testi di Franco Migliacci (paroliere di lunga fama), musica e arrangiamenti di Massimo Cantini, che si occupa anche di cantarla. Lo stesso Migliacci, con voce abbassata di tono, declama il nome del robot su una sorta di marcia trionfale sottolineata dai fiati sintetizzati e da un onnipresente arpeggiatore. Attenzione anche alla sigla originale giapponese (Ore wa Gurēto Majingā, di Ichiro Mizuki), è un brano di pari intensità.

6. “Jeeg Robot d’Acciaio” Fogus (1979)

https://youtu.be/2yBHantT9FI

Con le sue indimenticabili bordate di MiniMoog Jeeg Robot d’Acciaio è l’apoteosi dell’epicità nelle sigle tv, un vero spaccato di eroismo in musica che scuote le viscere. Il brano è la versione in italiano della sigla originale giapponese (scritta da Michiaki Watanabe) sulla cui base leggermente velocizzata il musicista Carlo Maria Cordio ha sovrainciso il sintetizzatore.

https://www.youtube.com/watch?v=_s35RFl9Nxk

La canzone è interpretata dal pianista/cantante Roberto Fogu, in arte Fogus (e non da un imberbe Piero Pelù, come erroneamente è stato riportato per anni ma che poi si è tolto la soddisfazione di registrarla). Di Jeeg Robot d’Acciaio esiste una seconda versione eseguita dai Superobots, che non ha nulla in comune con la forza dell’originale.

5. “Gundam” Peter Rei (1980)

Un vero spaccato di space prog dagli abissi del cosmo interpretato da Mario Balducci (autore di musica leggera che ha collaborato con una ridda di cantanti, da Pupo a Julio Iglesias passando per Patty Pravo) con lo pseudonimo Peter Rei (nome italiano del protagonista maschile della serie, in originale Amuro Ray). La canzone è scritta da Andrea Lo Vecchio su musica e arrangiamento di Mariano Detto e si apre con una lunga introduzione elettronica che fa montare la tensione fino a quando chitarre funk e tastiere galattiche cominciano a fare da sfondo alla voce. Attenzione alla sezione ritmica con il basso di Ares Tavolazzi (Area), puro godimento jazz-rock.

4. “I-Zenborg” e le sigle dei Megalosingers (1981)

Un salto sulla sedia! Quell’incipit con fiati e gli stacchi di basso e batteria è un’irresistibile scossa al cuore e ai piedi. I-Zenborg come serie non è granché (con personaggi in parte animati e in parte reali) ma la sigla è da ricordare per sempre grazie alla forza pazzesca che emana; ancora una volta funk, tanto funk e tanto prog in un mix unico. L’orchestra, la chitarra sensuale e la sezione rimtica fanno il botto in un tutt’uno esaltante. Come segnalato più sopra i Megalosingers altri non sono altro che i Superobots, che qui come per Magaloman si lanciano in cori alla Yes e fantascientifici (per l’epoca) effetti vocali.

3. “Supercar Gattiger” Superobots (1981)

Quel piano elettrico, quel clavinet, quella chitarra, quel ritmo! La sigla della non indimenticabile serie fanta-automobilistica (per una volta non si parla di robot) è invece tutt’altro che scansabile, è un vero colpo da maestro musicale che mischia nuovi vocoder alla Kraftwerk con i soliti cori solenni e l’afflato disco. Curiosità sulla canzone in questione il suo essere una ripresa non dichiarata di Dance on, brano strumentale di Ennio Morricone con arrangiamenti di Alessandro Centofanti, tratto dalla colonna sonora del film Così come sei (1978).

Lo stesso brano verrà utilizzato da Carlo Verdone in Un sacco bello e Bianco, rosso e Verdone. Supercar Gattiger nel 1998 verrà inoltre campionata nel brano dance Tonite, ad opera dei Supercar.

2. “Atlas Ufo Robot” e le sigle degli Actarus (1978)

La capostipite di tutte le sigle robotiche italiane che ha creato una sorta di imprinting per tutte le altre: orchestra e fiati a manetta, tastieroni e ritmi incalzanti. Dietro lo pseudonimo Actarus si nascondono Vince Tempera alle tastiere, Ares Tavolazzi (Area, anche co-autore) al basso, Ellade Bandini (storico collaboratore di Francesco Guccini) alla batteria e altri. Le voci sono quelle di un giovane Fabio Concato, di Michel Tadini, Dominique Regazzoni e Gianpiero Scussel. Da questo ensemble delle meraviglie è nato un brano che fa sognare piccoli e grandi da più di quarant’anni.

Prestate però attenzione anche a Shooting Star (sigla finale della serie), con Tavolazzi che fa faville, e alla sigla originale giapponese: Tobe Grendizer di Isao Sasaki.

1. “Daitarn III” I Micronauti (1980)

Il top assoluto non poteva che essere rappresentato della trascinante sigla di apertura della serie dedicata al robot pilotato da Haran Banjo.

Interpretata dai Micronauti su musica di Vince Tempera, testo di Luigi Albertelli e voce di Giancarlo Balestra (uno dei due dai Fratelli Balestra, coristi e autori di svariate colonne sonore), Daitarn III è la sigla robotica per eccellenza: epica, scattante, potente, esaltante, prog, funk, Yes, Kraftwerk, elettronica, disco, lo sguardo verso il futuro e tutto il resto scritto e riscritto sopra allo stato dell’arte. Se ne sono accorti anche i Subsonica che spesso hanno proposto il brano nei loro concerti.

Tags: cartoni animaticartoni giapponesimicronautisiglesuperobotsvince tempera
Ettore Vianello

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