Come si fa carriera? Una ricetta sicura non ce l’ho. A parte nascere figlio “di” o amico “della”, non saprei proprio. Forse può servire prepararsi, studiare molto, stringere i denti e non arrendersi mai. Però non ne sono del tutto sicuro, ho conosciuto fior di giornalisti che non sono mai andati più in là del redattore ordinario, anche se meritavano molto di più. E sono stato costretto a convivere, al contrario, con gente che dava ordini e in tutta la sua vita non aveva mai scoperto una notizia che è una ( ma in compenso conosceva tutti nei palazzi che contano). Certo anche quella è un’arte.
Una carriera non troppo “pulita”

Però, siamo sinceri, così bisogna nascerci. O uno ha la capacità di non dire mai di no, scegliere sempre il treno giusto, sorridere anche quando ci sarebbe da piangere, scriversi nel taccuino le barzellette del capo con un servilismo da cicisbeo, oppure è meglio che non ci prova. Ma anche questa non è una regola che funziona sempre. Diciamo che molto è legato al caso, e che comunque se uno non si è fatto le ossa più degli altri – ingoiando se necessario anche qualche rospo di troppo – se non ha dimostrato tante volte di essere affidabile, di carriera non se ne parla neppure. Del resto, si può vivere benissimo senza far carriera e in maniera più che onorata.
Per quanto mi riguarda, le cose stavano andando esattamente così da tempo

Quella volta, lavoravo in Rai a Venezia e mi piaceva, ma senza illusioni. Dopo anni di gavetta, dentro e fuori il colosso della nostra televisione, ero diventato il vicecapo naturale della redazione. Un “vice” perfetto, quello che non dava fastidio a nessuno e il telegiornale riusciva sempre a mandarlo in onda, anche se il capo effettivo spariva misteriosamente all’ultimo momento. Ogni volta però che c’era odore di cambi, di promozioni in giro, venivano subito rispolverati i miei modesti antenati e la mancanza di protettori. Pardon, referenti politici. In tanti, bontà loro, dicevano: sì è bravo, una persona per bene, ma “non è dei nostri”. E tutto finiva lì, senza cattiveria, perché era l’uso comune. Per questo, dopo anni di anonimo vicariato m’ero convinto che la cosa migliore era stare tranquillo, in attesa di quella pensione che nessuno mi poteva negare. Colpa mia, d’accordo, visto che in tasca avevo sempre tenuto con orgoglio due sole tessere, quella da giornalista e l’abbonamento dell’autobus , ma insomma, ormai le cose stavano andando così. Fino a che un giorno, in un soprassalto di dignità anche in Rai era cambiato qualcosa.
Se le possibilità di carriera cambiano all’improvviso

Qualcuno, dall’alto, aveva deciso che bisognava tornare all’antico. Basta con le raccomandazioni, viva solo la meritocrazia. E di punto in bianco era stato messo in piedi un consiglio d’amministrazione completamente fuori norma. Ne facevano parte, tra gli altri, il veneziano Feliciano Benvenuti un grande del diritto amministrativo, lo storico fiorentino Franco Cardini e un’editrice di grande successo come la palermitana Elvira Sellerio. A presiedere il tutto era stato poi scelto il trentino Claudio Demattè, professore alla Bocconi di Milano. Lo chiamavano il cda dei professori, per distinguerlo da tutti gli altri di chiara origine politica. Insomma, aria nuova scrivevano i giornali; ma per quanto mi riguardava era sempre la stessa. Tanto che, un bel giorno, dopo aver accumulato una riserva di sei mesi tra vacanze arretrate e riposi non usufruiti; dopo che il capo di allora sembrava sparito nel nulla; mentre tutti in redazione erano impegnati in un toto-nomine che riguardava tanti nomi tranne il mio, avevo finalmente deciso di cambiare aria. Ero molto stanco, dovevo staccare la spina per trovare nuove motivazioni e quanto alla redazione, magari andando in ferie, chi di dovere sarebbe stato costretto a nominare un capo vero. Senza più accontentarsi di un vicario, buono per tutte le stagioni.
Così, per una questione di educazione, un bel giorno, finito d’impostare il telegiornale ero uscito da Palazzo Labia

Avevo attraversato il ponte degli Scalzi, seguito la fondamenta verso piazzale Roma e girato poi nella calle a sinistra verso la facoltà di Architettura. Davanti allo studio del professor Benvenuti avevo suonato il campanello e lui stesso m’aveva aperto il portone, perché s’era fatto tardi ed era rimasto solo. Ricordo la sua sorpresa, ricevendomi, visto che la nostra era una conoscenza esclusivamente di lavoro, legata ad alcuni servizi istituzionali, ma fortunatamente in quel momento non doveva essere molto impegnato. Così, dopo il rituale “cosa posso fare per lei”, s’era messo pazientemente in attesa e io avevo vuotato il mio sacco.
Uno strano dialogo

Dal prossimo lunedì – avevo cominciato – sarò in vacanza, come mi sollecita da tempo l’ufficio personale e starò via qualche mese, perciò devo essere sostituito. Sarebbe meglio però che la redazione torni anche ad avere un capo a tutti gli effetti e non un semplice sostituto tappabuchi. E’ un peccato buttare tutto all’aria. L’ho già comunicato alla direttrice romana, ma non mi ha preso molto sul serio, come al solito. Perciò sono venuto a dirlo anche a lei, perché è una persona che stimo e consigliere d’amministrazione della nostra azienda. Anzi, grazie per avermi ricevuto.
Esame o prova per la carriera?

Era rimasto sempre zitto, mentre la filodiffusione spargeva musica da camera in sottofondo. Poi, aveva sospirato e all’improvviso mi aveva chiesto: “Ma a lei piace più Mozart o Beethoven?” Un po’ spiazzato, da cultore da strapazzo della musica sinfonica, avevo azzardato Beethoven con un fastidioso retropensiero: ma che c’entra tutto questo? Forse ho sbagliato a venire qua. Lui però aveva proseguito, aveva un’altra domanda che riteneva importante : “Senta, mi spiega perché le nostre troupe vanno in giro sempre con un uomo che tiene un faretto in mano? Le televisioni private il faretto lo attaccano sulla telecamera e risparmiano una persona. Non le pare?” Non mi pare no, gli avevo risposto, è una questione di qualità. Per far venire le immagini al meglio con le nostre telecamere serve la luce giusta e l’uomo che dice lei la direziona dove serve. Ci sarà anche un costo in più, non lo nego, però questo è lo standard qualitativo della nostra azienda. “Se lo dice lei…Ecco, da quando ho a che fare con la Rai mi vengono sempre in mente nuovi pensieri. Certo, non hanno niente a che vedere con quelli di un famoso filosofo francese di cui adesso mi sfugge il nome, ma insomma… A proposito, lei per caso se lo ricorda chi era?”
Alla fine avevo capito, il professor Benvenuti non era tipo da perdersi in chiacchiere, mi stava prendendo a suo modo le misure

Ma questa volta ero pronto, i “Pensieri” di Pascal li avevo scoperti al liceo e da allora mi avevano sempre fatto buona compagnia. Perciò ero andato a colpo sicuro. Lui aveva abbozzato un mezzo sorriso, più di cortesia che altro mi sembrava. Poi si era alzato e con un “grazie di essere venuto”, che poteva dire tutto e niente, mi aveva licenziato. Era un mercoledì di marzo e m’ero messo in pace con la coscienza. Così, quando (due giorni dopo) un telex della direzione generale mi informava che ero stato nominato capo della redazione del telegiornale regionale, il primo a rimanerne stupito ero stato io. Avevo superato, senza saperlo, l’esame.
Ma attenzione, non si fa così carriera

Quella volta ero stato solo fortunato. Senza volerlo, magari per semplice curiosità, avevo spinto il mitico professor Benvenuti ad approfondire il mio caso. Tant’ è vero che quando un anno dopo, stanche di restare a digiuno, le forze politiche avevano reagito e ripreso il sopravvento, spazzando via l’intero cda dei professori, per me tutto era ricominciato come prima. Sì, va bene, qui non si discute la persona, ma “non è dei nostri”…









































































