Esiste un luogo sul pianeta in cui il passato e il futuro si specchiano sulla superficie dell’acqua. Un luogo in cui ogni mattina, aprendo le imposte su un canale color rame, si ha la percezione fisica, quasi corporea, che la civiltà umana stia negoziando con gli elementi naturali la propria sopravvivenza. Quel luogo si chiama Venezia. E Venezia, in questo momento preciso della storia, non è soltanto una città ma soprattutto è una domanda: fino a quando? E come? La risposta, urgente e visionaria al tempo stesso, non può più aspettare.
Il futuro di Venezia

Pochi giorni fa, mentre i delegati di oltre cinquanta nazioni si riunivano nella città di Santa Marta in Colombia, porto carbonifero sul Mar dei Caraibi, la comunità scientifica pubblicava dati che avrebbero dovuto fermare il mondo. L’AMOC, la circolazione meridionale atlantica di rovesciamento, il gigantesco nastro trasportatore oceanico che regola il clima di tre continenti e che porta calore alle coste europee da millenni, si sta indebolendo più velocemente di quanto si pensasse, con modelli climatici che stimano un rallentamento tra il 43 e il 58% entro il 2100, un’accelerazione del 60% rispetto alle proiezioni medie precedenti.
Il parere di Rahmstorf
Stefan Rahmstorf, oceanografo al Potsdam Institute for Climate Impact Research, studioso dell’AMOC da trentacinque anni, ha definito il risultato “importante e molto preoccupante”, sottolineando che i modelli “pessimistici”, quelli che mostrano il rallentamento più drammatico, sono “purtroppo i più realistici, in quanto concordano meglio con i dati osservativi”.
George Monbiot, dal Guardian, ha collocato questa scoperta nel suo contesto politico più brutale. I sistemi che guidano il destino dell’umanità, asserviti alle lobby del capitale fossile, non sanno gestire le crisi esistenziali.
Un collasso dell’AMOC sposterebbe la fascia tropicale delle piogge da cui dipendono milioni di persone per la produzione alimentare, getterebbe l’Europa occidentale in inverni di gelo estremo e siccità estese, e aggiungerebbe tra 50 e 100 centimetri ai già crescenti livelli del mare lungo le coste atlantiche.
Venezia sa già cosa significa tutto questo

Lo sa nell’ossatura di pietra e legno dei suoi palazzi. Lo sa dai campanili che si inclinano millimetro dopo millimetro. Lo sa nelle acque alte sempre più frequenti, sempre più alte, sempre più fuori stagione. Venezia non è una metafora del cambiamento climatico, ne è il termometro più antico e più eloquente d’Europa.
Cosa è successo a Santa Marta in Colombia

A tremila chilometri di distanza dalla laguna, a Santa Marta in Colombia, più di cinquanta paesi si sono riuniti per discutere concretamente le modalità di abbandono del petrolio, del gas e del carbone. La conferenza è la prima di una “serie di convocazioni” concordata da diciotto stati-nazione che partecipano allo sviluppo di un Trattato sui Combustibili Fossili, un forum incentrato sulle soluzioni che opera al di fuori dell’architettura climatica internazionale tradizionale. Non è un caso che si sia scelto di tenerla a Santa Marta, un grande porto carbonifero nel quinto produttore mondiale di carbone.
Il documento scientifico preparatorio per il Summit, redatto da un gruppo di ventiquattro ricercatori, ha osato quello che l’IPCC, per ragioni diplomatiche, non si era mai permesso di dire con tale chiarezza: vietare le nuove infrastrutture fossili, prescrivere drastici tagli al metano, accelerare l’elettrificazione e iscrivere obiettivi di eliminazione dei combustibili fossili nei contributi nazionali determinati. Pochi mesi prima, la Corte Internazionale di Giustizia aveva chiarito con un parere storico che gli Stati hanno un obbligo giuridico di agire efficacemente sul clima, e che l’espansione, la produzione, il consumo e i sussidi ai combustibili fossili non sono in linea con tali obblighi internazionali.
Intanto Venezia si prepara al voto

In questo scenario di emergenza e di speranza, Venezia si prepara al voto del 24 e 25 maggio per eleggere il nuovo sindaco e il nuovo Consiglio comunale. Un passaggio di consegne importante, ancora più impegnativo alla luce dei dati appena illustrati e di una situazione imprevedibile sino a un decennio fa e ora prepotentemente alla ribalta. Una situazione che nel giro di non troppi anni potrebbe stravolgere la storia e il destino della città più bella del mondo, della città antica che è già il futuro. Potrebbe essere la prima pagina di un capitolo completamente diverso per una città che potrebbe (o dovrebbe?) reinventarsi come laboratorio planetario della transizione energetica ed ecologica.
Venezia ha tutto per farlo a partire dalla Laguna

Ha la storia, ha l’architettura del rischio, ha una comunità scientifica e di ricerca universitaria estesa da Padova a Trieste, con l’Università Ca’ Foscari tra le più avanzate al mondo nello studio dei cambiamenti climatici. C’è La Biennale, il più grande laboratorio di riflessione artistica e culturale d’Europa. Ha il MOSE, opera controversa che però rappresenta la prima risposta ingegneristica di scala a un problema che nessuna altra città europea ha ancora affrontato con tale determinazione strutturale. Ma soprattutto Venezia ha l’urgenza iscritta nel DNA urbano. La laguna non mente. Non aspetta i processi decisionali. La laguna si alza.
Il parere di Langer

Alexander Langer amava ripetere che la conversione ecologica della società sarebbe stata possibile solo se fosse apparsa desiderabile. Non imposta, non predicata, non tragica ma desiderabile. Venezia, per la prima volta nella sua storia millenaria, ha l’opportunità di incarnare quel desiderio. Mostrando al mondo che si può vivere bene, anzi meglio, dentro i limiti che l’ecosistema impone.
La grandezza di Venezia è venuta dal mare, dal vento e dalla connessione umana

Per secoli è stata un grande nodo del mondo, un luogo in cui le spezie dell’Oriente incontravano l’argento dell’Occidente. In cui le sete di Damasco si scambiavano con il vetro di Murano. Mercanti armeni, ebrei, turchi, fiamminghi e greci sedevano alle stesse tavole e inventavano insieme, quasi per necessità pragmatica, la banca moderna, l’assicurazione marittima, il giornale. Venezia connetteva e dalla connessione traeva la sua incomparabile potenza.
Poi l’età fossile spostò altrove il centro di gravità del mondo

Il potere migrò verso chi deteneva l’oro nero e Venezia rimase bellissima ma sempre più svuotata dai propri abitanti. La connessione si era trasformata in transito. Lo scambio in acquisto. L’incontro in selfie. Quella storia ora può trasformarsi. A condizione che Venezia riscopra ciò che ha sempre saputo fare meglio di chiunque altro luogo: trasformare i flussi in intelligenza. I flussi oggi si chiamano turisti, energia rinnovabile e dati.
Venezia deve diventare un laboratorio mondiale per il futuro

Venezia non è in pericolo perché è sbagliata. E’ in pericolo perché il resto del mondo ha sbagliato e continua a sbagliare. Mettendola a repentaglio con il mare che innalzandosi non fa alcuna distinzione tra chi ha inquinato e chi ha conservato. Ma la risposta di Venezia non può essere solo difensiva. Deve essere anche e soprattutto un’offensiva scientifica e culturale, deve saper dimostrare che una città può scegliere la vita, può scegliere il suo futuro.
































