Siamo convinti che la nostra mente ci abbia fatto diventare padroni della Terra, assoggettando le altre specie viventi. Direi che ci illudiamo di tanta gloria, quando proprio il nostro mondo si spacca all’improvviso senza chiederci il permesso e ce lo dimostra con i suoi scuotimenti. Ecco, allora, che la Terra ci contraddice: il terremoto del Venezuela è esploso improvviso in tutta la sua forza sotto i nostri piedi.
Scuotimenti non solo sulla Terra

La realtà vacilla, si sgretola, cancella gli uomini e le loro creazioni. “È come se la Terra non accettasse più la presenza umana” ha scritto un cronista. E il suo pessimismo, purtroppo, trova conferma nei momenti storici in cui non trema solamente il suolo ma la stessa mente messa sotto pressione da troppi “eventi straordinari” che sconvolgono la casa comune.
Ansie e scuotimenti interiori

La scala delle nostre ansie, l’insicurezza del presente ci scuote, a cominciare dallo scatenarsi delle temperature “africane” fino alle guerre, che divorano la civiltà e avvelenano il mondo intero. Aveva ragione Mario Draghi quando, di recente, ha detto che “gli italiani sentono il bisogno di sentirsi protetti”. Questo bisogno di sicurezza (perché questa è la realtà) ormai si estende all’intero pianeta, come dimostrano le polemiche dei partiti dopo il devastante terremoto di Caracas. C’è tanto da meditare a tutti i livelli: i governi dovrebbero costruire edifici antisismici, e questo sarebbe un modo pratico di dare sicurezza.
L’ecologia può insegnarci come combattere gli scuotimenti

E qui si pone – si ripropone – un problema che possiamo definire culturale: dovremmo come specie pensare in grande, aprire l’orizzonte dei nostri progetti affinché si possa “mettere in sicurezza” il mondo intero. Insomma, dovremmo imparare a pensare e a pensarci ecologicamente. L’ecologia non è una dottrina per iniziati (e ricordiamo Il Cantico delle creature di quel grande stimolatore di coscienze che fu Francesco d’Assisi) ma è la risposta risanatrice ai disastri che ci cadono addosso anche quando succedono lontano dal nostro orticello.
E se gli scuotimenti fossimo noi?

Uno scienziato italiano, e grande divulgatore, il professor Telmo Pievani (Università di Padova) ha raccomandato ai potenti della Terra e a noi cittadini del mondo, di operare tenendo presente che “siamo dentro a un cambiamento epocale”. La Storia è movimento, trasformazione, a volte rivoluzione. “E noi?”si chiederà l’ingenuo di turno: noi siamo co-autori dei disastri che flagellano il nostro habitat.
Non neghiamo gli scuotimenti!

Di fronte all’inerzia dei governi e alla non conoscenza dei processi naturali di cui siamo testimoni, ci colpisce il comportamento dei negazionisti, come a suo tempo quello dei no vax. In questo squallore sociale trionfano i demagoghi che sono anti “a prescindere”: sono tutti masochisti? Com’è possibile che pur avendola sotto gli occhi, non riconosciamo la verità dei fatti? Eppure ruggiscono e avvampano davanti alle nostre case nelle quali siamo rifugiati come al tempo del Covid. Forse siamo diventati tutti sordi e ciechi di fronte all’evidenza? Dice il saggio: siamo sempre quelli, uomini di dura cervice.
Il Far West nello spazio

Nei giorni scorsi mi ha colpito un titolo de “La Lettura” del “Corriere della sera” duro e inappellabile “Contro la fantascienza” e confesso che sono stato – e un po’ lo sono ancora – un lettore e, nel mio piccolo, anche autore di racconti fantascientifici. Perciò posso dire che ho letto con genuino interesse l’articolo che quel titolo accompagnava, firmato dallo scrittore e giornalista Mauro Covacich, che seguo da tempo a stimo.
Spazio: ultima frontiera?

Con mia sorpresa, ho scoperto che Covacich non ama in effetti solo una parte della narrativa di fantascienza, cioè quella a cui lo scrittore rimprovera di aver fallito le previsioni del futuro. Insomma, il titolo è meno catastrofico del testo. Covacich, nella sua critica, sembra non tener conto di un fatto: la fantascienza si è evoluta, ha superato da tempo le ingenue escursioni letterarie e cinematografiche nella nebulosa del Tempo. Gli scrittori di science fiction (sigla sf), nome originale su cui è ricalcata la parola italiana fantascienza, proiettavano in un domani ignoto le meraviglie della tecnologia del proprio tempo, anche se non erano scienziati.
Quei romanzi che facevano sognare a occhi aperti

Letti e visti oggi, quei romanzi e quei film pieni di animali mostruosi che sembravano usciti dal libro dell’Apocalisse, alieni semi-umani e viaggi nel cosmo, e via esagerando, non hanno deluso solo Covacich. Non piacciono neanche ai lettori più aggiornati e amanti di questo genere letterario, per i quali, futuri a parte, la fantasia scientifica ha fatto da ossigeno all’immaginazione, diciamo pure ai sogni di tanti scrittori tout court. Il fascino dello spazio sconfinato, il bisogno del fiabesco declinato secondo la sensibilità moderna, lo spirito dell’eterno esploratore che palpita in noi, sono tutti elementi di una narrativa adulta per la quale gli spazi interiori dell’Uomo sono paragonabili a quelli interstellari.
Spazio e Far West?

Una curiosità: qualcuno ha suggerito che lo spazio è per la fantascienza quello che il Far West era per la frontiera americana. Insomma, verrebbe da dire che, per forza di poesia, quella mitica frontiera degli umani si è spostata nella dimensione dell’Infinito. In Italia abbiamo dato un contributo autonomo alla narrazione del fantastico: meno mirabolanti tecnologie e più attenzione ai sentimenti e al sociale. I salti nel futuro, alla maniera di un Jules Verne, sono per gli autori di oggi una preistoria da cui è nata una forma di letteratura popolare. Altri tempi. C’è stata un’evoluzione, per dire, come per i fumetti che oggi vengono nobilitati in libri e mostre storiche. Per concludere, direi che si può essere “contro”, ma scegliendo bene il bersaglio. E comunque va detto che nei futuri inventati non c’era la pretesa di azzeccare la previsione. Gli scrittori, anche quelli pulp, giocavano con le idee e si divertivano, parola di Max Bohl jr.
Siccità

(poesia)
Le acque della nostra storia
oggi non hanno più impeto,
e gli argini non frenano
l’onda possente: il Grande Fiume,
il Po confidente e suggestivo
langue sotto l’opprimente stagione
che inquieta e minaccia una siccità
epocale. Così una vecchia amica
telefona il messaggio ai lontani
figli della terra da Lui abbeverata.
Povero di acqua, e insidiato
dalla salsedine che sale
dai rami del Delta, il nostro Po
oggi ci è fratello, tu dici.
Anche nelle cose c’è sofferenza:
viviamo insieme una vigilia
di rinascita da questo limbo.
Anonimo 26









































































