Riappare la dottrina della guerra giusta che è inaspettatamente emersa come punto di controversia nel discorso statunitense, che il numero due della Casa Bianca ha invocato, definendola la tradizione millenaria della teoria della guerra giusta, criticando al contempo la condanna della guerra da parte del Sommo Pontefice Leone XIV. Il vice di Trump J. D. Vance, convertitosi alla Chiesa cattolica, pur potendo dissentire sulla giustezza della guerra in Iran, ha sottolineato che sia fondamentale che il Pontefice vada con i piedi di piombo quando affronta questioni teologiche. Il Presidente della Camera dei Rappresentanti Mike Johnson ha subito ripreso il suo appoggio, sostenendo le critiche al capo della Chiesa universale, in cui ha dichiarato dinanzi ai giornalisti che vige qualcosa che si chiama dottrina della guerra giusta.
Per Trump lo scontro è contro Papa Leone, definito “troppo debole”

Queste dichiarazioni hanno fatto seguito alle critiche da parte del numero uno dello Studio Ovale Donald Trump nei confronti di Leone XIV, definito «debole sul fronte criminale e pessimo in politica estera», non mancando di postare un’immagine di se stesso generata con l’intelligenza artificiale in una posa cristologica. Non sono mancate dure contestazioni nei riguardi del Segretario alla Difesa Hegseth per aver incorniciato le azioni militari in termini apertamente cristiani. Nel suo discorso dinanzi al popolo del Camerun, durante l’incontro per la pace con la comunità di Bamenda, Leone XIV ha ammonito con la seguente frase «guai, invece, a chi piega le religioni e il nome stesso di Dio ai propri obiettivi militari, economici o politici, trascinando ciò che è santo in ciò che vi è di più sporco e tenebroso».
La questione della Guerra Giusta

Queste affermazioni hanno richiamato l’attenzione su una finestra morale e intellettuale che ha avuto uno sviluppo nei secoli di pensiero cristiano, con un impatto che va ben oltre tale ambito. Questa cornice ci porta ad aprire un tema relativo a quando il ricorso alla guerra sia moralmente giustificato e su come debbano essere condotte le ostilità affinché possano essere cesellate nella loro moralità. Si tratta dell’analogo morale dello jus ad bellum – il diritto internazionale che disciplina i casi in cui gli Stati possono ricorrere alla forza – e del diritto dei conflitti armati, noto anche come jus in bello o diritto internazionale umanitario, che disciplina la condotta delle Parti durante le ostilità armate.
Quando si parlò per la prima volta di Guerra Giusta

La prima trattazione classica della teoria della guerra giusta si trova nel De officiis di Cicerone da cui si ricavano alcuni principi essenziali: la guerra non è considerata come un atto arbitrario, ma è regolata da norme che gli Stati debbono osservare, nel senso che la condotta fra i belligeranti deve essere conforme a determinate regole osservate per tradizione o di comune accordo dagli Stati; la guerra non deve essere considerata fine a sé stessa, ma è buona soltanto come mezzo per ristabilire la pace, cioè a dire che il fine ultimo è la pace e non il conflitto bellico.
Quando si intraprende una guerra, è necessario che essa venga dichiarata; il nemico deve essere trattato con umanità, ovvero sono posti dei parametri giuridici alla condotta delle ostilità, vale dire che non ogni azione in guerra è legittima, ma solo quella che è compiuta da chi fa parte dell’esercito e viene compiuta col rispetto dell’avversario; e, infine, bisogna mantenere le promesse anche col nemico: ciò significa che il principio generale del diritto secondo cui i patti vanno onorati e rispettati (pacta sunt servanda) non viene meno durante il conflitto armato.
Una teoria antica analizzata da un non guerrafondaio

La teoria della guerra giusta emerse anche nella tarda antichità, quando i teologi cristiani tentarono di conciliare le severe prescrizioni del Nuovo Testamento contro la violenza con la realtà politica del governo di un impero cristiano. Sant’Agostino d’Ippona viene considerato il padre intellettuale di questa teoria e non era un guerrafondaio. Egli, in opere come la Città di Dio, asserì che, sebbene la pace debba sempre essere il fine ultimo, esistono circostanze nelle quali può essere moralmente necessario intraprendere lo strumento manu militari per difendere gli innocenti o ripristinare la pace. Allo stesso tempo, considerava la guerra anche come un mezzo per punire le trasgressioni e castigare i peccatori, al fine di indurli al pentimento e al ravvedimento.
Sulla scia di Sant’Agostino, la teoria della guerra giusta assunse una forma più sistematica con Tommaso D’Aquino, dottore della Chiesa, attraverso la ben nota opera Summa Theologiae, il quale individuò tre condizioni per una guerra giusta: l’autorità sovrana; la giusta causa e la retta intenzione. Questa formulazione si è rivelata estremamente influente per la mera ragione che distillò la tradizione della guerra giusta in uno schema che permetteva di valutare chi potesse dichiarare guerra, per quale motivo e verso quale obiettivo. La teoria, tout court, si stava trasformando in dottrina.
Gli obblighi morali

Questi precetti sono sempre più evidenti nel contesto del diritto internazionale moderno, come nel Codice Lieber del 1863 e nel Regolamento sulle leggi e sugli usi della guerra terrestre, allegato alla II Convenzione dell’Aja del 1899 e alla IV Convenzione dell’Aja del 1907. Il diritto che disciplina la condotta degli scontri ostili ha continuato ad evolversi, in particolare mercé le IV Convenzioni di Ginevra del 1949 e i Protocolli addizionali, strumenti che codificano molti degli obblighi morali associati alla dottrina della guerra giusta, nonché le tradizioni delle principali religioni del mondo.
Nel secolo scorso, i vincoli morali imposti dalla dottrina della guerra giusta afferente all’impiego della coercizione manu militari hanno rappresentato la base per le codificazioni giuridiche progressiste: si pensi al Patto della Società delle Nazioni e al Patto Briand-Kellog che hanno rappresentato importanti impegni per perimetrare la guerra come strumento di politica nazionale. La Carta di San Francisco, che diede avvio alle Nazioni Unite, fu a determinare un divieto generale sulla minaccia o sull’impiego della forza armata, pur preservando il diritto intrinseco o naturale a ricorrere allo jus ad bellum per legittima difesa contro un attacco armato.
La Chiesa dice no alla Guerra Giusta

La dottrina cattolica del mondo odierno attorno al tema della guerra giusta parte da una presunzione contraria alla guerra, ricordando che tale presunzione non è pacifismo, sebbene la dottrina ammetta il ricorso all’impiego della forza manu militari per ragioni pianamente difensive in eccezionali circostanze, il che sta ad indicare, tuttavia, che l’onere della giustificazione morale ricade su coloro che ricorrono allo strumento della forza bellica. La dottrina stessa è incasellata nel Catechismo della Chiesa Cattolica: nel rispondere alle critiche politiche rivolte al Vicario di Cristo Leone XIV, va rammentato che, da oltre mille anni, la Chiesa universale insegna la teoria della guerra giusta e, grazie a questa longeva tradizione, il Santo Padre fa riferimento con cura e parsimonia nei suoi commenti attorno al tema del conflitto bellico.
Un canone costante di questa tradizione millenaria sta nel fatto che una nazione può legittimamente impugnare la spada solo per legittima difesa, una volta esaurite tutte le possibilità di un pacifico accomodamento. Ovvero, per essere una guerra giusta, deve essere una difesa contro un altro che conduce direttamente allo scontro bellico, che è ciò che Leone XIV ha voluto chiaramente affermare, cioè, non è possibile ascoltare le preghiere di coloro che fanno la guerra. Quando il Pontefice Leone XIV parla come pastore supremo della Chiesa cattolica, non si limita ad esprimere opinioni teologiche, ma predica la buona Novella ed esercita il suo ministero.
Cosa insegna il catechismo

Il Catechismo è un compendio sistematico della dottrina della Chiesa, redatto da una Commissione di alti prelati e prelati, presieduta dall’allora cardinale Joseph Ratzinger – eletto successivamente Papa con il nome di Benedetto XVI. Agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso, l’allora Sommo Pontefice San Giovanni Paolo II promulgò, attraverso la Costituzione apostolica Fidei Depositum, tale documento della catechesi ufficiale della Chiesa Universale, abbastanza voluminoso. Esso contiene parti essenziali e fondamentali della fede cattolica e presenta ciò che i cattolici di tutto il mondo credono in comune. La sottosezione del Catechismo intitolata «Evitare la guerra» inizia osservando che «il quinto comandamento proibisce la distruzione intenzionale della vita umana», osservando che «ogni guerra è accompagnata dal male e dall’ingiustizia» e sottolineando che «tutti i governi hanno il dovere di adoperarsi per evitare la guerra».
La Guerra Giusta viola ogni diritto

Non vi sono dubbi, a parere dello scrivente, sulla questione che l’impiego dell’atto coercitivo di forza armata da parte della Casa Bianca contro lo Stato iraniano (come pure quello venezuelano) violi sia il diritto internazionale che disciplina il ricorso all’uso della forza, sia i precetti morali della dottrina della guerra giusta, accompagnati anche da una serie di minacce dell’inquilino dello Studio Ovale. Se alcune di esse fossero state messe in atto, le conseguenti operazioni avrebbero violato il diritto dei conflitti armati da parte degli Stati Uniti e, a seconda dei fatti di ciascun caso, avrebbero costituito crimini di guerra e crimini contro l’umanità da parte dei soggetti coinvolti, compresi i vertici militari statunitensi.
Tra le più gravi vi sono le minacce secondo le quali, qualora le autorità si fossero rifiutate di aprire l’arteria hormuzana, gli Stati Uniti avrebbero bombardato l’intero territorio iraniano, riportandolo all’età della pietra e che, se non si fosse raggiunto un accordo, «un’intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita»; tali attacchi sarebbero l’esatto contrario del principio di distinzione.
Data la congruenza, già posta in risalto, fra la dottrina della guerra giusta e il diritto internazionale, bisogna giungere alla medesima conclusione in merito al rispetto dei dettami morali di tale dottrina, partendo dall’insistenza del Catechismo sulla logica che «tutti i governanti sono tenuti ad adoperarsi per evitare le guerre».
Trump minaccia l’uso della forza armata massiccia

Le minacce da parte dell’inquilino dello Studio Ovale di ricorrere all’impiego della forza armata massiccia per infliggere dure sofferenze catastrofiche ad un’intera civiltà si scontrano con la posizione morale di uno Stato che con riluttanza si difende; la sua retorica è di una natura tale che la dottrina della guerra giusta ha per molto tempo osservato con sospetto: dominio, umiliazione e inflizione di sofferenza a scopo coercitivo; non solo, ma la stessa dottrina non comprende il ricorso all’atto di coercizione di forza militare basato su ipotetiche minacce future, ostilità generalizzata, supporto a movimenti per procura o attività regionali dannose, come nel caso dello Stato iraniano.
Tali fattori destano di certo una serie di preoccupazioni in tema di sicurezza. Ma, singolarmente o collettivamente, non soddisfano l’elemento morale che il danno sia talmente grave e certo da rendere necessario un intervento coercitivo di forza per legittima difesa. Ma vi deve essere una legittima necessità di agire in modo difensivo, come giusta causa. E tale necessità deve essere la ragione di fondo dell’azione, come retta intenzione.
L’uso sbagliato

Sebbene gli Stati debbano attenersi al sistema del diritto internazionale contemporaneo con l’obiettivo di valutare se e come ricorrere allo jus ad bellum, le sue norme determinano solo i perimetri giuridici. Che non possono essere oltrepassati, né con azioni, né con omissioni. Le decisioni dei capi di governo o di Stato devono essere similmente guidate da considerazioni morali. Che sembrano, purtroppo, scarseggiare durante gli ultimi conflitti armati in corso. La dottrina della guerra giusta contribuisce a calibrare la bussola morale che dovrebbe condurre tali decisioni. E funge da utile cornice di riferimento per bilanciare considerazioni militari ed umanitarie nell’interpretazione delle disposizioni di diritto internazionale. Che potrebbero non offrire chiare indicazioni in particolari circostanze.
Il ruolo di Giovanni Paolo II

Per quanto concerne la controversia fra la Casa Bianca e la Santa Sede o Sede Apostolica, quale organo supremo di governo dell’intera Chiesa Universale, vale la pena rammentare che i Sommi Pontefici hanno svolto un ruolo determinante nel promuovere mutamenti politici in senso positivo. L’esempio più lampante è quello di San Giovanni Paolo II. Il quale, difendendo i diritti umani, l’autodeterminazione e la libertà religiosa, ha avuto un ruolo chiave nel minare i regimi comunisti autocratici. E nel promuovere la democrazia nell’ex Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, nell’Europa orientale e altrove. Il Sommo Pontefice Leone XIV prosegue la stessa rotta dei suoi predecessori. Inserendosi in questa fiera tradizione attraverso i suoi interventi su questioni afferenti alla guerra e alla pace.
Un fermo no alla Guerra Giusta

Credo che sia necessario concludere con quanto ancora asserisce il Catechismo della Chiesa Cattolica sul braccio di ferro fra Trump e Leone XIV, secondo cui «le ingiustizie, gli eccessivi squilibri di carattere economico o sociale, l’invidia, la diffidenza e l’orgoglio che dannosamente imperversano fra gli uomini e le nazioni, minacciano incessantemente la pace e causano le guerre. Tutto quanto si fa per eliminare questi disordini contribuisce a costruire la pace . E ad evitare la guerra»). Non c’è bisogno di essere cattolici per cogliere la saggezza di quest’osservazione.









































































