Non esiste una soglia universale che segna il passaggio da turismo sostenibile a overtourism. Non c’è un numero “magico” oltre il quale una destinazione collassa. Piuttosto, il sovraffollamento turistico è un fenomeno complesso, che si misura attraverso un sistema articolato di indicatori capaci di leggere il rapporto tra flussi turistici e capacità di accoglienza: fisica, ambientale, sociale ed economica. È qui che il turismo smette di essere solo economia e diventa equilibrio, sostenibilità.
Il primo livello di analisi riguarda gli indicatori di intensità e densità turistica

L’intensità turistica misura il rapporto tra arrivi o presenze e popolazione residente: più questo valore cresce, più il peso del turismo sulla comunità locale diventa significativo. Accanto a questo troviamo la densità turistica per chilometro quadrato, che evidenzia quanto i flussi si concentrino nello spazio, spesso comprimendosi in aree limitate come centri storici o litorali. Un territorio può avere molti turisti, ma non essere in overtourism se questi sono distribuiti in modo equilibrato.
Altri indicatori raffinano ulteriormente la lettura

Il tasso di turisticità, ad esempio, esprime il numero di turisti per abitante, mentre la densità ricettiva misura la pressione dell’offerta, rapportando i posti letto alla popolazione residente. Quando questi valori crescono in modo sproporzionato, il rischio non è solo economico ma anche sociale: cambia il volto stesso della destinazione. (Osservatorio dell’economia Varese)
Negli ultimi anni, diversi istituti hanno cercato di sintetizzare questi parametri in indici compositi, i cosiddetti Overtourism Index. Questi strumenti combinano variabili come densità, stagionalità e capacità di gestione, restituendo una valutazione più completa del rischio. La stagionalità, in particolare, è uno degli elementi chiave: flussi concentrati in pochi mesi possono generare picchi insostenibili anche in destinazioni strutturate. Ma i numeri, da soli, non bastano.
Cosa vuol dire overtourism

Esempi concreti aiutano a leggere questi indicatori. A Venezia, nel 2025 si è registrata un’intensità turistica superiore a 191: un dato che evidenzia un rapporto estremamente squilibrato tra presenze e popolazione locale, dove i residenti del centro storico sono circa 49.000 e si trovano schiacciati dalle 9,4 milioni di presenze. Nello stesso tempo, città come Parigi mostrano la pressione sul tessuto urbano: con circa 418.300 pernottamenti per km², il tema non è tanto il numero assoluto di turisti, quanto la loro concentrazione. Due modelli diversi, ma un’unica evidenza: quando i flussi superano la capacità di distribuzione e gestione, il rischio diventa strutturale. (Osservatorio del turismo Veneto; Comité Régional du Tourisme Paris Ile-de-France)
L’overtourism si manifesta soprattutto attraverso i suoi effetti

L’aumento dei prezzi immobiliari e la difficoltà di accesso alla casa per i residenti, la perdita di identità dei luoghi, il degrado ambientale e la pressione sulle infrastrutture sono segnali concreti di un sistema che ha superato la propria capacità di carico. È in questa dimensione che il fenomeno diventa percepito: quando il turismo smette di essere una risorsa condivisa e diventa un costo sociale.
Le strategie più avanzate di gestione turistica, come emerge anche nei piani di destinazione, puntano proprio su questo equilibrio

La raccolta e l’analisi dei dati non servono solo a misurare, ma a governare i flussi, distribuendoli nel tempo e nello spazio, migliorando la qualità dell’offerta e riducendo la pressione nei periodi critici. In definitiva, una destinazione entra in area overtourism quando più indicatori convergono: alta intensità turistica, forte concentrazione spaziale, picchi stagionali e impatti negativi percepiti dalla comunità. Non è un singolo dato a decretarlo, ma un sistema che perde equilibrio.








































































