L’Uomo e il Ragazzo considerano sé stessi come una squadra operativa volante e la loro bottega ha le ruote: un furgone attrezzato con il quale portano la loro “arte” ovunque ci sia bisogno di raddrizzare le cose. Assomigliano a dei medici che diagnosticano una malattia e insieme praticano le cure necessarie: in realtà sono artigiani orgogliosi, capaci e gelosi del loro sapere. L’adulto è il capo, il Ragazzo è il suo unico dipendente, però, chi ha l’occasione di vederli al lavoro li chiama semplicemente il Maestro e l’Allievo. Generazioni a confronto.
Generazioni che insegnano

Le loro azioni sono così precise da sembrare sincronizzate, cioè sono coordinate al secondo e al millimetro. Un’armonia incredibile vista dall’esterno ma efficace, che di tanto in tanto si interrompe: l’azione si blocca, il lavoro si ferma, e allora, nella pausa della fatica, si può ascoltare la voce del maestro che dice calmo e persuasivo: ”Regola numero uno” a cui segue la lezione, ovvero la replica di un’azione manuale che si esplica con il giusto attrezzo disponibile tra quelli nella ben ordinata bottega con le ruote.
Generazioni di maestri e allievi

Chi ascolta il dialogo non comprende sempre le loro parole, non perché siano sussurrate ma perché appartengono a un sapere squisitamente tecnico che deriva anche dalla confidenza che maestro e allievo hanno con il curioso armamentario del loro mestiere. Un mestiere che fa funzionare le case di oggi con la maestria antica. C’è, infatti, nell’attività della coppia una concertazione che ha origine (le radici di ogni professione) nel tempo andato quando maestro e allievo, nella penombra delle botteghe storiche, agivano all’unisono. Si formava così un sapere speciale che veniva trasmesso da una scuola fondata sul fare, ovvero sulla creatività materiale di cui il maestro passava i concetti e gli atti conseguenti al suo discepolo.
Cosa si può imparare dall’esempio delle generazioni

Si imparava per imitazione, le mani erano macchine semplici che costruivano meraviglie: una voce femminile suggerisce, in proposito, la maestria delle allieve merlettaie di Burano che ancor oggi realizzano con un semplice filo dei capolavori che si perpetuano nella storia della creatività. Non si travasava la conoscenza, la si scopriva, anche perché le parole e i gesti dei maestri non li rubava il vento ma si trasformavano, come per miracolo, in oggetti reali, nei frutti di quell’arte radicata nell’esperienza, dal vissuto del maestro. Il bello del rapporto tra il capomastro e l’apprendista era nella presenza, nella voce, nel calore umano e nell’autorevolezza dell’adulto.
Il legame fra generazioni

C’è qualcosa di antico in questa scena, il legame fra le generazioni e le culture fondate sulla tecnica al servizio dell’ingegno, la transizione dei saperi che le diverse età confrontano e integrano: maestro e allievo si rinnovano ai nostri giorni. Un’eredità secolare, così la staffetta fra l’Uomo e il Ragazzo ha un senso, un valore per noi, impegnati nel possibile dialogo con l’Intelligenza Artificiale.
P.S. I personaggi di questo racconto sono stati ispirati a Simone e Alex.
All’ora di cena

Sarà l’effetto dell’estate, mi dico, per spiegare l’insofferenza di questi giorni verso la televisione. Ma il mio stato d’animo non è dovuto all’opprimente caldo africano. C’è dell’altro, e non mi riferisco ai programmi, dei quali si occupa con acribia e competenza qualcuno meglio di me: penso al professor Aldo Grasso, che seguo da anni, cioè da quando sono andato a Roma, all’università La Sapienza, per ascoltare la sua lezione inaugurale del primo corso sulla cultura dei mass media con particolare attenzione al linguaggio televisivo. L’incontro non solo professionale, mi ha aperto orizzonti culturali e sociali che stavano cambiando la nostra visione del mondo e la stessa vita famigliare.
Io, invece, voglio parlare del “contorno” dei programmi, del flusso ininterrotto dei “messaggi per gli acquisti”, oggi semplicemente spot

C’è tanta creatività nella produzione pubblicitaria, e lo dico pensando al breve show di una briosa acqua minerale: sarebbe piaciuto a Marc Chagall e a De Sica, che in modi diversi hanno fatto volare gli uomini prima di Modugno. Purtroppo, una rondine non fa primavera, oggi imperversa la quantità che soffoca la qualità del prodotto e invade il nostro spazio quotidiano in tutte le ore, diurne e notturne: ci ingozzano con quantità bulimiche di medicine, cibi, bevande, prodotti per l’igiene personale, ecc.
Cosa ci tocca sorbirci

Una protagonista delle promozioni commerciali è diventata l’Automobile, presentata come un personaggio fondativo della convivenza umana: un’ossessione. Non meno ossessionanti sono gli spot che chiedono denaro per il sostegno di attività genericamente umanitarie, pizzicando la coscienza dei telespettatori. Tutto ciò che passa negli spot, immagini e parole, cioè slogan, è offerto con enfasi iperbolica: tutto è straordinario, eccellente, mirabile e addirittura spaziale. E’ il trionfo dello smisurato che viene esaltato come fosse ordinario, anzi necessario. Questo dimostra che i produttori di messaggi commerciali non si curano della realtà nella quale vengono recepiti. La comunicazione naviga terra terra, senza slanci. La semplicizzazione del linguaggio scade lentamente, purtroppo, nella volgarità.
Cattivo gusto a cena

Siamo costretti a subire spot improntati al cattivo gusto e spesso succede quando il protagonista è il corpo umano tutto intero o particolareggiato secondo la tipologia dei prodotti reclamizzati, con particolare insistenza alla digestione, al transito intestinale o a depilazioni varie: il tutto viene spettacolarizzato. Uno dei tabù superati alla grande è la toilette dove le telecamere vengono fatte entrare senza discrezione. Non scherziamo, per favore, ma rendiamoci conto che in certi casi la televisione si prostituisce al consumismo più spinto. Tanta volgarità viene servita ai telespettatori, anche all’ora dei pasti. E questo spiega che le nostre insofferenze non sono provocate dal clima impazzito. Ci sono altre follie, dice il saggio spegnendo il televisore.
Le nostre attese

(poesia)
Nella sera estiva rimbomba
all’orizzonte la nuvolaglia
che promette ristoro. Batte
un cuore in affanno quaggiù.
C’è tensione in quest’ora
che chiamiamo delle attese
notturne, del nostro divagare
nel buio dentro la storia.
Pensiero paradossale: forse
madre natura vuole imitare
quei bipedi bellicosi inselvatichiti
e immemori del fuoco interiore
che li ha illuminati.
Suona in campanello d’allarme
sarà forse per noi?












































































Gentile dott. Prandin, leggo sempre con piacere tutti i suoi testi che Nicoletta ci condivide. Brani profondi e interessanti. Un balsamo per la mente. Questo di oggi sull’uso improprio degli slogan televisivi e’ tristemente vero e lo condivido pienamente. Grazie di cuore.
Gentilissimo Ivo, condivido le parole di Monica. Grazie per i suoi articoli sempre così gradevoli ed efficaci. Io amo molto anche le sue poesie, anche quella di oggi mi è piaciuta molto!