Giulio Camillo Delminio da Portogruaro: chi era costui?, potrebbero chiedersi alcuni epigoni di Don Abbondio. Chi volesse rispondere a questa domanda troverà interessante il libro che Luciano Bertolucci ha dato alle stampe di recente per i tipi di Inschibboleth edizioni, Vedere il mondo dalle celesti sfere. Giulio Camillo e il teatro della sapienza (Roma, 2026), un erudito saggio dedicato a questo letterato, alchimista, cabalista e architetto vissuto tra XV e XVI secolo, «da alcuni riputato un dotto impostore, da altri un “candido spirito”, dai più dei suoi contemporanei uomo straordinario e quasi divino» (p. 9).
Bertolucci e Delminio
Nel volume, dal formato particolare (15 x 15 cm), viene raccontata la storia di quello che in vita fu l’uomo più famoso della sua epoca e analizzato il suo testo più celebre, L’idea del theatro, un librettino, pubblicato postumo, di non molte pagine, capolavoro del pensiero rinascimentale (Firenze, presso Lorenzo Torrentino, 1550), «sintesi scritta controvoglia del progetto al quale il maestro friulano aveva dedicato la vita», come scrive Massimo Donà nella sua premessa (p. 15) fra le opere che meglio incarnano lo splendore che l’arte della memoria – nutrita di ermetismo e lullismo, neoplatonismo e suggestioni magiche, astrologiche e cabalistiche – conosce nel Cinquecento.
Chi era

Nato Martino o Bernardino attorno al 1484, scelse lo pseudonimo Giulio Camillo, seguendo la moda allora vigente tra i cultori di Cicerone. A Venezia intraprese i primi studi umanistici, che continuò presso lo Studio di Padova ma forse senza ottenere la laurea. Tornato a Venezia (presumibilmente nei primi anni del ‘500), e già interessato agli studi di cabala e di filosofia ermetica, entrò nell’ambiente degli Asolani. Intorno al 1520 maturò, sulla spinta dei suoi interessi retorico-oratori, mnemotecnici ed ermetico-cabalistici, dapprima l’idea d’una enciclopedia delle scienze organizzata secondo l’armonia del corpo umano e, infine, l’idea di un teatro, di un vero teatro ligneo – in scala ridotta – di stile vitruviano, come proiezione reale dell’arca della memoria.
In esso intendeva rappresentare, per “luoghi” materiali, un alfabeto universale comprensivo di tutte le arti e le scienze, che, visualizzate per mezzo di simboli e memorizzate in cartigli distribuiti in sette ordini o gradi, avrebbero costituito una summa paradigmatica dello scibile e un modo veloce per ottenere ogni informazione. Questo “edificio della memoria” avrebbe dovuto rappresentare in una visione unitaria la serie organica e armonica dell’universo, cabalisticamente suddiviso in mondo sovraceleste, celeste e sublunare, inseguendo il sogno di unificare cose parole e arti in una enciclopedia del sapere, che intendeva proiettare in una memoria materializzata nelle forme d’una “fabrica” artificiale e organizzata in un sistema di luoghi rigorosamente ordinati.
Bertolucci e la sua analisi

Diversamente da un teatro convenzionale, lo spettatore si trova al centro del palcoscenico, e la conoscenza gli si dispiega tutto intorno. Sette gradini, suddivisi in base ai sette pianeti, conducono a quarantanove intersezioni, ciascuna contrassegnata da simboli mitologici, rappresentando parti specifiche della conoscenza umana. All’ideazione e al perfezionamento, mai concluso, di tale “fabrica” Giulio Camillo impegnerà tutta la vita, alla ricerca continua del concreto finanziamento di un mecenate. Nonostante questo suo progetto sia stato ampiamente discusso e celebrato dai contemporanei, non ci sono prove concrete della sua realizzazione. Un edificio, dunque, sognato dall’autore come un’enciclopedia del sapere universale modellata sull’immagine del cosmo e sul mito della creazione. Edificato realmente o rimasto sulla carta a livello di progetto, il teatro della sapienza regalò comunque a Giulio Camillo una celebrità immensa nel suo tempo e nei secoli successivi.
Lo studio di Bortolucci
La figura di Giulio Camillo è stata oggetto di numerosi studi negli ultimi anni, in quanto considerato il precursore di Internet, prefigurando anche la possibilità di creare l’intelligenza artificiale, e questo saggio di Luciano Bertolucci rappresenta un ulteriore, importante tassello per l’approfondimento e la conoscenza di questo straordinario pensatore.«Se noi fossimo in un gran bosco et havessimo desiderio di ben vederlo tutto, in quello stando al desiderio nostro non potremmo sodisfare, percioché la vista intorno volgendo, da noi non se ne potrebbe veder se non una picciola parte, impedendoci le piante circonvicine il veder delle lontane.
Ma se vicino a quello vi fosse una erta, la qual ci conducesse sopra un alto colle, del bosco uscendo, dall’erta cominceremmo a veder in gran parte la forma di quello; poi, sopra il colle ascesi, tutto intiero il potremmo raffigurare. Il bosco è questo nostro mondo inferiore, la erta sono i cieli, et il colle il sopraceleste mondo. Et a voler bene intendere queste cose inferiori, è necessario di ascendere alle superiori, et di alto in giù guardando, di queste potremo haver più certa cognitione».
L’autore

Giulio Camillo Delminio, L’idea del theatro
Luciano Bertolucci, vive a Mestre. Dopo la formazione in ambito bibliotecario, si è laureato al DAMS dell’Università di Bologna. È stato responsabile dei servizi bibliotecari del Comune di Mira (VE). È stato curatore della rivista “Rive: uomini, arte, natura” e direttore artistico di numerose iniziative culturali.
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Luciano Bertolucci, Vedere il mondo dalle celesti sfere. Giulio Camillo e il teatro della sapienza, Roma, Inschibboleth edizioni, 2026 (Collana “Facezie, arguzie e minuzie”, diretta da Massimo Donà).













































































