Fabio Capello è nato a Pieris. Edoardo Reja detto Edy a Gorizia. Dino Zoff a Mariano del Friuli. Tarcisio Burgnich a Ruda. Glauco Tomasin a Udine e Paride Tumburus ad Aquileia. Non è una lezione di geografia o un promemoria sulle province del Friuli Venezia Giulia. Visto che ad Aquileia (un tempo sede di Patriarcato) è nato pure Luigi “Gigi” Delneri. E’ un modo per comprendere che in una parte di terra friulana sono stati “sfornati” fior di campioni del nostro calcio. Da queste provincie di Udine e Gorizia nel secondo dopo guerra sono usciti calciatori che hanno avuto un ruolo importante nella storia del nostro calcio. Uno di questi, Delneri è stato un centrocampista pensante che ha indossato le maglie con il numero 8 ed il 10: quindi un calciatore dotato di tecnica.
Delneri e il miracolo Chievo
Tra campo e panchina Delneri ha dedicato mezzo secolo della sua vita al calcio. Neanche il tempo di smettere a 35 anni, di rilassarsi, che subito è stato chiamato in panchina. E, sia a Nord che a Sud della Penisola colleziona successi. Nel 2000 viene chiamato al Chievo, una frazione che dista circa cinque chilometri dal centro di Verona. Qui ha inizio quello che verrà chiamato il “Miracolo Chievo”, i veronesi dicevano con ironia che il Chievo sarenne arrivato in serie A quando “anca i mussi voea” (anche gli asini volano). E ci fu un momento in cui gli asini volarono davvero nel cielo di Verona. Di più: momenti in cui il Chievo era nella massima serie e i cugini stretti un po’ più giù.
Mister Delneri provi a spiegarci cosa è successo: in pratica il quartiere di una città che arriva nella massima serie
“Una svolta importante. Ho fatto gavetta e tanta in tutta Italia conseguendo buoni risultati. L’importante è trovarsi al posto giusto nel momento giusto: nella vita è fondamentale. Con il presidente Luca Campedelli e il ds Giovanni Sartori, mio ex compagno nella Samp, l’intesa è stata perfetta”.
Avete messo in “riga” le grandi. Dopo il primo anno in serie A avete conseguito un piazzamento Uefa. Ma cosa è successo?
“E’ stata costruita una squadra con una mentalità importante, che aveva già la cultura della salvezza. Ho trovato i giusti giocatori, senza di loro altrimenti si fa poco. Il concetto era cambiare la mentalità: idee nuove e buttarle in campo è stata una svolta, ho avuto un gruppo compatto e di grande spessore. Gruppo e motivazioni dalla B alla A. Zona di difesa alta, due centrocampisti uno di qualità e di uno inserimento due ali come punte aggiunte come Marazzina e Corradi che poi si sono affermati in serie A. Importante la fase difensiva, impeccabili nel lavoro di reparto”.
Dalla frazione veronese al Porto: un salto mica da poco. La squadra portoghese allenata da Josè Mourinho aveva appena messo in bacheca la seconda Champions League. L’avventura durò solo un mese. Per quale motivo?
“Difficile cambiare la mentalità e in quell’anno la società cambiò altri due allenatori. Forse ho avuto poca pazienza nell’aspettarli. Era dura arrivare in quella squadra. Bisognava resettare un po’…pazienza”
Si torna in Italia. Un altro club di prestigio la attende: Roma sponda giallorossa. Nella capitale resterà sei mesi. Cosa è successo?

“Li lasciai che erano al sesto posto. Un periodo un po’ buio per me ho preferito lasciare, sono tenace nelle mie idee”.
E’ vero che a volere la sua “testa” fu il capitano Francesco Totti?

“Assolutamente no. I giocatori non c’entrano”
Quindi Palermo con tanto di esonero, di nuovo Chievo. Seguono due buone stagioni a Bergamo con l’Atalanta. Quindi a Genova sponda Samp dove riuscì a centrare i preliminari di Champions League. Quindi altro grande salto: la Juventus.
“Con la Samp arrivammo quarti, qualificati in Champions e nessuna sconfitta casalinga. Arrivai a Torino dove trovai una Juventus in piena ricostruzione. Iniziammo bene il girone d’andata poi per strada si sono infortunati quattro giocatori e arrivammo settimi. L’anno dopo hanno investito bene , non venni confermato per me però fu una esperienza positiva nel curriculum allenare la Juve non è male”.
Le piace il calcio di oggi?

“Ni…..è più aggressivo, certe partite non mi entusiasmano. C’è molto movimento senza palla, molto più sul palleggio, meno gente che attacca lo spazio. Ricerca spasmodica di giocatori sulle fasce. La Spagna ha un modo di giocare con la difesa molto alta…….mi piace”.













































































