A Burano grandi spazi per giocare a calcio non ne esistevano. Bisognava andare a Mazzorbo l’isola collegata da un ponte in un campetto vicino al cimitero. Siamo in un’isola dell’Estuario veneziano, nota soprattutto per la produzione dei merletti. Ma qui, nei campielli (come chiamano a Venezia le piazzette) si giocava ugualmente a pallone. A volte giocare a calcio diventava una vera e propria “conquista”. All’epoca il parroco, don Marco Polo, prima di lasciare i ragazzi giocare a pallone al patronato di San Martino, pretendeva la frequentazione del catechismo e come si diceva in Veneto “servire messa” vale a dire collaborare durante la funzione come chierichetti. Maurizio Memo, classe 1950, dopo la frequentazione delle scuole medie avrebbe avuto già un lavoro. Suo padre Angelo era un maestro d’ascia, un’arte tutta veneziana: in pratica costruiva le gondole allo Squero di San Trovaso. La gondola è la tipica imbarcazione tanto ambita per visitare la città via acqua quando qualcuno viene a visitare Venezia.
Ma a Maurizio Memo piaceva troppo il calcio

“Nei campielli tiravamo i calci al pallone. Dopo le scuole medie si giocava, non c’era la categoria dei grandi e avevamo un maestro di San Gregorio di Catania Angelo Pennisi che ci insegnava l’educazione” racconta oggi l’ex calciatore. La voglia di calcio era difficile da quantificare.
Memo prosegue

“Finita scuola le cartelle diventavano i pali e si giocava”. Memo la sua carriera la inizia da centravanti ed è lui stesso a spiegarci il motivo. “Ero alto, una bella stazza e buon tiro. Giocavamo di domenica, le nostre avversarie erano Murano (l’isola del vetro), Ca’ Savio, Treporti”.
In quel periodo avvenne il cambio del ruolo in campo che non lo cambierà più durante tutta la carriera. Cosa è accaduto?

“Prima dell’incontro contro I’Isola San Giorgio “Istituto Scilla” in trasferta chiaramente a bordo del vaporetto. Mi dicono che manca il portiere e che tocca a me difendere i pali. Beccammo sei gol. Al ritorno Pennisi mi dice: “mi spiace averti fatto giocare in porta, mi sento un po’ in colpa”. Da quella volta, avevo 15 anni, il mio ruolo divenne quello per tutta la carriera”.
Dall’isola alla terraferma e qui inizia …l’avventura.

“Mio padre si trasferisce a Jesolo a costruire barche. Il presidente del Burano Calcio Giorgio Palmisano suocero di Andrea Seno (ex Inter ndr!) produceva i “Bussolai” tipico biscotto veneziano, mi manda a San Donà di Piave attraverso uno scambio e mi trovo a giocare in serie D. Burano però nonostante le difficoltà di collegamenti e la mancanza di attrezzature sportive oltre ai biscotti e i merletti ha “prodotto” più di qualche buon giocatore”.
Per esempio?

“Mezzo secolo fa c’erano circa 8mila abitanti sull’isola. Eppure tra serie A e C sono arrivati Andrea Seno, Luigi Trevisan, Vittorio Memo (Spezia, Frosinone), Luigi Seno, Giuseppe Rosso e Vittorino Rossi serie A. Qualcuno non lo ricordo ma sicuramente una decina di ragazzi”.
Memo, dopo San Donà si resta in Veneto, Padova, che aveva vissuto anni stupendi con il Paron Rocco in panchina
“Mi vuole Bruno Visentin che giocava nella Città del santo. Provino con Bertossi e Galassi portieri del Padova. Bertossi andò da Humberto Rosa e disse prendilo subito. Poi in serie B a Reggio Emilia al posto di Lamberto Boranga.
Trasferimento al Sud. Precisamente a Foggia una tappa fondamentale della sua carriera. Ce la vuole raccontare?
“La nascita dei due figli. Si viveva di calcio puro, una situazione diversa dall’attuale. Andavi al mercato c’era accoglienza. Si torna nella massima serie. Annate stupende, indimenticabili”.
Campionato cadetto 1975-76 a pari punti con Genoa e Catanzaro la squadra pugliese approda in serie A e lei …si può dire che fu un protagonista di questa cavalcata vincente?

“Ho tanti ricordi in particolare il penultimo e l’ultimo incontro. Domenica 13 giugno trasferta a Catanzaro. Che accoglienza! I tifosi fanno un giro del campo con undici bare con sopra la maglia del Foggia. Clima incandescente. Massimo Palanca un bomber di razza riceve un passaggio in area a cade. Dal pubblico invocano il rigore! Arriva di corsa l’arbitro Michelotti che guarda l’attaccante calabrese e gli dice: “non è rigore nemmeno se ti ammazzano”. Ho tirato un sospiro di sollievo”.
Memo e durante l’ultima giornata cosa accadde?

“In casa affrontiamo il Novara, vittoria per 1-0. Durante la partita effettuo una gran parata deviando un pallone che stava per entrare, con uno scatto felino. Ebbene per venti minuti pubblico ha urlato “Memo..Memo”. Mi vengono ancora i brividi”. Nel 1976 mi volevano la Juve come riserva di Dino Zoff, si interessarono a me pure Lazio e Napoli avevo 25 anni. Ho detto al presidente del Foggia Antonio Pesce: “Me li dà dieci milioni in più?”. Il presidente mi rispose: “guarda che li devi dare a me visto che ti faccio giocare in serie A”. Poi quella cifra me la fece….penare”
Il portiere che più le piaceva ai suoi tempi?

“Il mio idolo Zoff: la semplicità e l’amicizia tra noi nacque subito instaurata. Prima dell’inizio di una partita di Coppa Italia a Reggio Emilia contro la Juve mi venne a salutare. Prima di lui apprezzavo Renato Anzolin nato il 18 aprile come me, gli davo del lei quando lo conobbi a Valdagno. Mi guardò esterrefatto e mi disse “ma dammi del tu”. Campioni di sicuro ma soprattutto gente umile”.
Attualmente il portiere italiano che più la soddisfa?

“Ma dove sono i portieri italiani? Mi piace Marco Carnesecchi…”.
Il 2 giugno proprio Zoff in una intervista sul Corriere della Sera ha detto che i portieri devono essere bravi soprattutto con le mani, se dopo sanno usare anche i piedi meglio. E’ d’accordo?

“Ha ragione da vendere. Se serve un portiere forte con i piedi a questo punto in porta faccio giocare un centrocampista, scusate la provocazione. Gianni Rivera poco tempo fa sulla Rosea diceva che non guarda più le partite del campionato italiano, perché si gioca sempre all’indietro, una noia mortale, molto meglio la Premier dove c’è un’altra mentalità”.
Tanta carriera per Memo

Vent’anni di carriera passando poi per Bologna sempre nella massima serie, Atalanta, Lanerossi Vicenza, Treviso, Spal e finale di carriera in terra veneziana dove aveva iniziato questa volta al Clodia Sottomarina. Un’altra decina di anni come allenatore dei portieri e vice allenatore a Treviso, Padova, Venezia e Sanbonifacese. Più di qualche ragazzo è stato lanciato da Memo nel calcio che conta come Benussi, Pierobon, Mazzantini e Zancopè. Tra pochi giorni a Cesenatico grande rimpatriata con gli ex calciatori del Foggia.
Ma a lei Memo, piace il calcio di oggi?

“Ogni tanto vado a vedere mio nipote che gioca con l’Altavilla Vicentina, ha tredici anni. Mio padre non mi diede soddisfazione nemmeno in serie A diceva che il calcio era un gioco e dovevo andare con lui a costruire gondole. Mai mi disse bravo. Poi in osteria offriva da bere a chi gli parlava bene di me quando giocavo. Oggi le mamme impazziscono e portano le borse ai figli. Genitori ultras e super tecnici in tribuna. Che triste spettacolo!”







































