Il calcio ha perso Osvaldo Bagnoli. Lo “Schopenhauer della Bovisa” come lo chiamava Gianni Brera. Il tecnico milanese era riuscito nell’impresa di conquistare lo scudetto a Verona nel 1985, finora unico tricolore in terra veneta. È morto a 91 anni nella città scaligera che in pratica lo aveva adottato. Quel Verona con Bagnoli arrivò inoltre per la prima volta a conquistare la qualificazione nelle competizioni europee a giocare in Coppa Uefa.
A ricordare Osvaldo tre suoi ex giocatori ed un collega

Partiamo da Domenico Volpati, l’uomo che il mister della Bovisa impiegò in sei ruoli diversi per le sue capacità di sapersi adattare in diverse posizioni del campo. Volpati una volta appese le scarpe al chiodo intraprenderà la professione di medico-dentista.
“Parliamo di una persona di grande lealtà e umanità. Chiunque ha percepito che si tratta di un uomo dai grandi valori umani e morali, è stato un allenatore di vita. Era uno silenzioso e aveva dei silenzi che trasmettevano molto, noi avevamo un feeling che capivamo subito il problema. Comandava lo spogliatoio con autorevolezza. Ci lasciava autogestirci, ma riusciva a capire la temperatura dello spogliatoio. Quando vedeva i giocatori che non si divertivano in allenamento ci diceva “Oggi vi pagano per giocare un domani dovrete pagare voi per giocare a calcio e divertirvi”.
Volpati conosceva Osvaldo Bagnoli già prima dell’avventura in maglia gialloblù
E conferma: “Mi aveva allenato a Como e nella Solbiatese. Nel 1972 ho giocato contro di lui quando era nel Verbania a fine carriera. Poi mi cercò e ciò mi riempie ancora oggi d’orgoglio”.
Franco “Whisky” Liguori conobbe il tecnico della Bovisa a Coverciano all’esame di allenatore di prima categoria

“C’è poco da dire su Bagnoli. Parliamo di una persona educata e gentile che ti metteva a tuo agio, anche se era già un tecnico navigato”. . “Lo incontrai proprio lì di persona. Si parlava di Verona città dove avevo vissuto per sei anni e che lui fece grande. Eravamo sempre in aula mattina e sera, all’epoca era una cosa seria il corso e il grande Italo Allodi era uno che pretendeva e comandava il settore tecnico oltre che l’aspetto logistico. Gestiva tutto. Bagnoli era molto gentile,uno che parlava poco. A Coverciano si conduceva, è il caso di dirlo, una vita da “frati”.
Anche Tricella ricorda l’Osvaldo

Lo ha ricordato anche sull’altare della Basilica di San Zeno Maggiore a Verona, Roberto Tricella, il libero di quella magnifica squadra che 41 anni conquistò il tricolore: “Ho lavorato sei anni con lui. Rapporto splendido alternato da momenti di gioia e delusioni. Due finali perse di Coppa Italia, ma per Verona era già un importante traguardo. Mi chiedeva quello che sapevo fare e dare esempio a quelli che arrivavano dopo. C’era una gruppo storico di calciatori che trasmettevano il credo dell’allenatore. Siamo stati spesso ai vertici in campionato in un Paese dove venivano i migliori a giocare”. Il motivo dei successi? “Lui ed Emiliano Mascetti riuscirono a costruire una bella squadra, il mister era una persona di buon senso, sapeva leggere le partite. Trasmetteva il suo pensiero e soprattutto poche chiacchiere. Un po’ introverso ma ci siamo fatti anche della belle risate”.
Il ricordo di Alberto Cavasin

Ma da dove inizia la scalata al successo? Dalla serie B e precisamente dal campionato 1981-82. Il Verona guidato da Osvaldo Bagnoli dopo tre anni nella serie cadetta tornerà nella massima serie. Una marcia trionfale tanto che la squadra scaligera vincerà il campionato in anticipo con 27 punti conquistati nel girone di ritorno, in pratica facendo meglio di tutti. In quella squadra militava un difensore di navigata esperienza, il trevigiano Alberto Cavasin che quell’anno conseguì il record di presenze in campo, ben 37.
“Stiamo parlando di un uomo vero che proponeva un calcio di ottimo valore. Di poche parole, non faceva discorsi lunghi, a volte più occhiate che parole , però sapeva raccogliere. Era uno costruttivo, determinato, pretendeva. Al martedì faceva lo screening a tutti della partita e io non ero abituato “tu domenica hai fatto così…..”.
E quella squadra cosa aveva rispetto alle altre? Cavasin prosegue: “Era una realtà nuova. Adriano Fedele un tappabucchi concreto in molte zone del campo. Con Bagnoli il titolare non era in eterno. Noi giocavamo con due punte vere Domenico Penzo e Mauro Gibellini, due centravanti puri tra campionato e Coppa Italia misero a segno 29 reti. Un’ala destra pura Luigi Manueli, Antonio Di Gennaro e Francesco Guidolin due registi, due numeri 10, Carlo Odorizzi mezz’ala di sinistra offensivo una struttura tipo Matthaus. Dietro Tricella libero che non ha bisogno di presentazioni, si alternavano due o tre difensori. Emidio Oddi, Beppe Lelj e Franco Ipsaro, con quattro o tre difensori puri. Si giocava per dominare la partita, Claudio Garella era il portiere, un altro grande giocatore. Partimmo un po’ così. Nel girone di ritorno una volta trovato il giusto equilibrio abbiamo vinto il campionato.
La squadra era offensiva, Bagnoli ci ha fatto lavorare al meglio. Dopo il primo tempo a volte diceva: “Cosa state facendo. Vi sembra giusto?” Magari eravamo sotto di un gol. E noi tremavamo. Ma gli volevamo bene era troppo carismatico. Aveva un carisma senza tante chiacchiere arrivava al sodo ed era comunque socievole. Ci fece esprimere tutti al meglio, faceva sostituzioni, spostava le pedine in campo e ci riusciva. Al mercoledì si mangiava con tutte le famiglie, lui portava la sua, e quindi il gruppo cresceva anche al di fuori del campo. C’era rispetto verso l’uomo e la persona. Era l’allenatore dalla personalità, non un bonaccione, all’epoca gli allenatori davano poca confidenza. Mai si alterava e quando lo faceva si capiva benissimo”.












































































