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Il sorriso del Beato

Orazio Carrubba di Orazio Carrubba
17 Ott 2021
Reading Time: 9 mins read
Il sorriso del Beato
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Raramente la santità di un uomo è stata accompagnata da tante premonizioni. E’ appena nato, il 17 ottobre del 1912 a Forno di Canale (che solo nel 1964 si trasformerà in Canale d’Agordo), ma già lo danno in fin di vita. I polmoni del neonato non pompano aria è cianotico e la levatrice, Maria Fiocco, prende da sola l’iniziativa di battezzarlo come prevede il diritto canonico. Invece quell’esserino al quale il padre darà il nome di Albino, in onore di un suo amico morto sul lavoro, si riprende miracolosamente e supera la crisi. Segno che la provvidenza, lo Spirito Santo come dirà sempre, aveva in serbo per lui un compito preciso.

Un medico senza nome

E la scena si ripeterà appena sei anni dopo, quando una polmonite fulminante rischia di portarselo via. E’ appena finita la Grande guerra, siamo a quota 976 nella valle del Biois dove manca tutto e il bambino da giorni ha la febbre altissima. Le medicine sono introvabili  e Albino si sta spegnendo. A Bortola, la madre che non si rassegna, resta solo la consolazione della preghiera e la forza della fede. Che non l’abbandona perchè improvvisamente un medico militare presente nella zona e avvertito da chissà chi, spunta dal nulla. Bussa alla porta e dopo aver visitato Albino se ne va consolando la donna e mettendole in mano le medicine della salvezza. Di lui non si saprà mai il nome, ma di certo non poteva immaginare che aveva salvato la vita di un futuro Papa, di un Beato della Chiesa, addirittura. 

Un predestinato

Albino Luciani, al di là della sua salute che sarà sempre malferma è infatti un predestinato, di scorza dura come le sue montagne. Nasce in una famiglia umile e fiera, dove si è costretti a cercare il pane emigrando e tutti devono fare la loro parte.  Il padre, Giovanni Luciani, uomo dai tanti mestieri è socialista; la madre, Bortola Tancon, cattolica praticante senza incertezze. Ed è a lei che il piccolo Albino deve la sua prima formazione, quella che lo caratterizzerà per tutta la vita. Essere cristiani vuol dire vivere la fede con dignità ed umiltà, ma anche con fermezza, senza venire mai meno ai propri doveri.  Perché è un dono da conquistare ogni giorno. Sembra tutto molto semplice, ma soltanto in apparenza.

La chiamata

E’ partendo da queste premesse che a undici anni, il 17 settembre del 1923, entra in seminario, prima a quello di Feltre,  da dove anni dopo passerà al seminario maggiore di Belluno. Qui si distingue al punto che il suo vescovo, appena due anni dopo la consacrazione a sacerdote, avvenuta il 7 luglio del 1935, lo richiama come vicedirettore.

Un insegnante “Beato”

Sarà il suo primo grande banco di prova perché Albino si dimostra nato per fare l’insegnante: è chiaro e insieme profondo, soprattutto convincente, con il dono raro come dimostrerà per tutta la vita di saper parlare, scrivere, spiegare a tutti, anche le cose più difficili. In seminario, fino a diventarne direttore, rimarrà così per vent’anni, ma senza limitarsi soltanto all’attività didattica.

Dalla parte dei più umili

Luciani è infatti sacerdote molto attento ai cambiamenti della vita ed ha una caratteristica inconfondibile: si sente soprattutto un pastore di anime e ci tiene a schierarsi sempre dalla parte della gente più umile e povera, quella che va sempre aiutata ad ogni costo.  Soprattutto nel momento del dolore. E tanto per dirne una è lui il pretino che il 17 marzo del 1945, con Belluno invasa dai tedeschi, esce dal duomo al fianco del suo vescovo Girolamo Bordignon. Vanno a benedire i quattro partigiani uccisi in piazza Campitello dai nazisti in ritirata. Gli regge la scala che aveva portato sule spalle, sfidando le SS coi mitra puntati, mentre il presule impartisce l’estrema unzione ai Martiri, impiccati ai lampioni. 

Da Vittorio Veneto al Vaticano Secondo

E’ la cifra del suo carattere: umiltà e fermezza nei principi.  Due doti che sarà costretto a mettere in pratica appena nominato vescovo di Vittorio Veneto, la diocesi più vasta della regione, ricca di fermenti e complicati problemi. Da quelli di due chiacchierati sacerdoti che avevano dilapidato i soldi di molti fedeli (che lui provvederà a rimborsare, anche vendendo dei preziosi arredi della curia), alle forzate richieste di autonomia dei parrocchiani di Montaner. La maggioranza di loro vuole imporre da sola il nuovo parroco, lui non è d’accordo, non si piega e chiude la Chiesa.  Ma umiltà e fermezza non significano chiusura al nuovo. Anzi, per quanto lo riguarda sono le basi per costruire la nuova Chiesa, quella che nascerà dal Vaticano Secondo.

Il concilio

E’ il Concilio fortemente voluto da Giovanni XXIII, il Pontefice che lo ha innalzato alla dignità di vescovo e che Paolo VI porterà a termine tra non poche difficoltà.  E’ da questa grande assise, dalle riflessioni dei cristiani di tutto il mondo impegnati per un mondo diverso che nasce il rinnovamento. Albino partecipa ai lavori con passione. Non perde una sessione e si confronta coi vescovi africani di cui condivide il bisogno di un cambiamento non solo formale. E’ in questo periodo e confrontandosi con loro che affronta l’ormai ineludibile necessità di nuove regole ecclesiali e i problemi della sopravvivenza ancor oggi di scottante attualità: la difficile lotta per la pace, contro la povertà, per una vera giustizia sociale. Ma anche per contenere l’esplosione demografica che interessa i Paesi più poveri, soprattutto l’Africa, come evitare la morte di tanti bambini affamati e dargli la speranza di un futuro. E’ probabilmente di questo periodo una sua sia pur cauta apertura sui contraccettivi di cui comunque non risultano riscontri certi. Di sicuro è che in questa sede Paolo VI comincia a conoscerlo meglio, a valutare lo spessore della sua cultura e la forza della sua fede cristallina. E si convince che è l’uomo giusto per i difficili anni che si stanno preparando.

Vittorio Veneto e il suo Papa

Albino Luciani, cittadino onorario di una Vittorio Veneto che non lo scorderà mai, viene nominato Patriarca di Venezia alla fine del 1969. Sono gli anni della contestazione, delle cariche della celere in Piazza San Marco, degli intellettuali cattolici che chiedono nuove aperture per il divorzio e l’aborto, dei preti operai che portano nelle parrocchie i fermenti di Marghera, il più grande polo industriale d’Europa. In Piazza dei Leoncini, nel palazzo del Patriarcato a fianco della cattedrale, si vive come in un mare in tempesta. Luciani viene strattonato da tutte le parti, ma lui tiene duro, non fa un passo indietro e sulla sacralità del matrimonio e l’aborto non ammette discussioni.  Ha venduto il motoscafo del suo predecessore e alcuni preziosi arazzi per mantenere i suoi prediletti orfani di Don Orione.

Pastore di pecore

Ogni mattina, accompagnato come un’ombra dal segretario Mario Senigaglia lo si può scoprire all’imbarcadero di San Marco o in piazzale Roma da dove partono gli autobus per la terraferma. E’ l’ora dei pendolari che vanno e vengono da Venezia. Lui va in visita alle parrocchie. Indossa una vecchia tonaca ed ha la croce pastorale nascosta, sembra un vecchio parroco come tanti. Ma nemmeno questo va bene. Perché non accetta gli inviti che fioccano da tutte le parti? Di gente disposta a mettergli a disposizione motoscafi e macchine ce n’è anche troppa. Orgoglio da montanaro? Niente affatto, risponde lui ringraziando, il pastore va a piedi con le sue pecore e ne affronta gli stessi disagi. E’ l’umiltà dei forti, ma non sempre viene capito. Anche perché Luciani ha fama di persona di carattere. Pure troppo. Quando prende una decisione, si dice, è impossibile farlo tornare indietro. Ma anche questo fa parte dei luoghi comuni. Deciso lo era di sicuro, ma quando sbagliava sapeva ammetterlo senza problemi.

Un prete operaio

E’ il caso di un prete operaio che aveva messo in piedi una piccola comunità per tossici a Mestre, una delle prime. Andava avanti a fatica e coniugare il pranzo con la cena era un’impresa, ma teneva duro anche se dalla Diocesi non s’ era mai fatto vivo nessuno. Poi un giorno, quando quella bella avventura stava per chiudersi e non sapeva più a che santo votarsi, qualcuno aveva preso il coraggio a due mani e senza dirgli niente aveva chiesto udienza al Patriarca. Gli aveva raccontato tutto: l’entusiasmo con cui era nata quell’avventura; le difficoltà sempre più grandi per mandarla avanti; l’isolamento in cui era stato lasciato quel giovane sacerdote; l’impossibilità ad andare avanti. Lui era stato a sentire all’inizio poco convinto, poi si era fatto più attento, alla fine appariva sconcertato. Dicono che quel colloquio sia finito con un altro appuntamento, questa volta con il sacerdote dei tossici, per l’indomani. E’ un fatto che da allora la Comunità non ebbe più problemi e che nei suoi pochissimi giorni di pontificato Luciani trovò il modo di parlare di un suo pretino, che aveva troppo trascurato, in un discorso alla Domus Mariae nella giornata delle tossicodipendenze.

Un Papa predestinato

Così era fatto Luciani e che dovesse diventare Papa non c’era dubbio. Già lo aveva predetto Paolo VI il sedici settembre del 1972, quando in visita a Venezia si era tolto il “pallio” dalle spalle, simbolo dell’autorità pontificale, e lo aveva imposto su quelle di Albino davanti a San Marco. Quella volta Luciani era arrossito violentemente per la timidezza e l’emozione. Di tutt’altro colore invece il suo viso durante l’incontro privato con suor Maria Lucia de Jesus, la mistica pastorella di Fatima. Il colloquio era avvenuto il 10 luglio del 1977, nel monastero di Coimbra in Portogallo, un anno prima della sua elezione al soglio di Pietro e cosa si siano detti è rimasto un mistero. E’ un fatto certo, però, come hanno testimoniato in molti, che da quella visita Albino uscì profondamente turbato e non volle mai rivelare niente a nessuno. Nemmeno al fratello che ne testimonierà poi il pallore e l’imbarazzo ad ogni richiesta. Aveva saputo cosa l’aspettava, dei suoi 33 giorni di pontificato prima della morte?

La storia non si fa né coi se né coi ma, contano soltanto i fatti

E allora è giusto rimanere alle decine di testimonianze sullo smarrimento, la paura di Albino subito dopo la sua inaspettata elezione a 263° Papa nella cappella Sistina. Era il 26 agosto del 1978, i vaticanisti di grido avevano puntato tutto su altri nomi, ma inaspettatamente e con una maggioranza mai vista (101 preferenze su 111 votanti) era spuntato fuori lui, adesso più che stremato, angosciato. Certo, l’emozione doveva pesare tanto, ma continuava a ripetere rannicchiato in se stesso che una grande tempesta si era abbattuta su di lui. Era il peso delle nuove responsabilità, della grande missione che lo Spirito Santo gli aveva imposto, o forse altro che solo lui sapeva? In ogni caso continuava a piangere, era come un fiume in piena, al punto che durante la vestizione le lacrime avevano macchiato la tonaca bianca che Filippo Gammarelli, il sarto del Papa, titolare del famoso negozio dietro il Pantheon, aveva dovuto sostituire in fretta. Si era presentato così, con quell’abito ristretto in fretta e furia, le mani giunte, ai fedeli. Era la prima volta e lo avevano accolto con un boato. Tanto grande da sciogliergli la tensione in un timido sorriso. Proprio quello che il mondo vedrà in tutti i 33 giorni del suo brevissimo pontificato. Il sorriso di un futuro Beato.

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Orazio Carrubba

Orazio Carrubba

Giornalista, direttore della scuola di giornalismo "Buzzati"

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