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Home Editoriale

Mosca fa coriandoli della Carta dell’ONU

di Giuseppe Paccione
Marzo 13, 2022
in Editoriale
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Mosca fa coriandoli della Carta dell’ONU
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Ormai, è ben palese la condotta russa di occupare manu militari uno Stato indipendente e sovrano come l’Ucraina, membro delle Nazioni Unite, è in flagrante violazione dell’articolo 2 della Carta dell’ONU. Che vieta il ricorso ad ogni strumento bellico contro l’integrità territoriale di uno Stato. Mosca ha motivato il comportamento a suo piacimento. Mediante la manipolazione e la distorsione di alcuni elementi cardini relativi. Ad esempio, per quanto attiene al mantenimento della pace e della sicurezza internazionali, alle disposizioni sull’azione coercitiva armata. Ha utilizzato in questi giorni le diciture del diritto internazionale per raggiungere scopi che, in realtà, vanno contro le norme dello stesso diritto internazionale.

Mosca e i decreti

Alcuni giorni prima di invadere l’Ucraina, il presidente Vladimir Putin provvedeva a firmare due decreti. Che riconoscevano le due repubbliche separatiste di Donetsk e di Luhansk.  In questi decreti si determinano disposizioni che vanno dalla volontà dei rispettivi popoli ad autodeterminarsi. All’istaurazione dei rapporti diplomatici, alla conclusione dei trattati di amicizia, di cooperazione e di reciproca assistenza tra la Russia e i due Stati separatisti riconosciuti. Sino all’impegno di Mosca a supportare la pace nei rispettivi territori.

La replica a Mosca del Segretario Generale delle Nazioni Unite

Questa decisione russa è stata duramente criticata dal Segretario Generale delle Nazioni Unite come una chiara violazione della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina. Sostenendo che i principi della Carta ONU non sono un menu à la carte e definendo la retorica russa una perversione del concetto di mantenimento della pace. Non solo. Il segretario generale  ha chiaramente sottolineato che quando le truppe militari di uno Stato terzo fanno ingresso nel territorio di uno altro Stato, senza il consenso d quest’ultimo, non possono essere inquadrate come operazioni di peace-keeping.

La voluta forzatura

L’osservazione del Segretario Generale onusiano è significativa. Per la mera ragione che il riferimento del Cremlino all’intervento pacifico nelle due province separatiste era solo una specie di modus operandi . Per voler forzare e mutare le norme del diritto internazionale. Era, infatti, necessario che ci fossero dei Trattati con entrambi i territori separatisti, per poi realizzare le presunte funzioni a favore della pace.

La firma di Putin a Mosca

Il presidente Putin, invece, ha affrettato la firma delle leggi federali sulla ratifica di entrambi gli accordi. Questo con la scusa dell’amicizia, della cooperazione e dell’assistenza reciproca con le repubbliche di Donetsk e Luhansk. In cui, in maniera identica, sancito che le due repubbliche separatiste riconosciute dal governo russo devono prestarsi reciprocamente il supporto necessario. Anche militare, nell’esercizio del diritto di legittima difesa individuale o collettiva. Questo ai sensi dell’articolo 51 della Carta dell’ONU.

Legittima difesa da Mosca? E la carta dell’ONU?

Nel suo intervento televisivo alla nazione, Vladimir Putin ha chiamato in causa la legittima difesa come giustificazione per la “operazione militare speciale”. Sostenendo la sua tesi con un riferimento esplicito all’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. Di certo Putin non è stato chiaro nell’informare il suo popolo che, in realtà, l’esercizio in autotutela richiede l’esistenza di un vero e proprio attacco armato contro uno Stato membro dell’ONU. Quindi, l’Ucraina non ha né minacciato, né attaccato il territorio russo. Anche se Mosca volesse considerare che i suoi due alleati sorti dal riconoscimento vittime di attacchi armati da parte delle forze militari ucraine, non può reclamare il diritto di legittima difesa enunciato nella Carta onusiana. Per la semplice ragione che le due repubbliche separatiste non sono affatto Stati membri delle Nazioni Unite.

Come aggirare la carta dell’ONU

Altro aspetto che reputo interessante consiste nell’aver definito tale occupazione da parte della Russia come una semplice “operazione militare speciale”. E non come un’aggressione al territorio ucraino. Va precisato, in primis, che tale espressione utilizzata da Putin non è enunciata nel diritto internazionale dei conflitti armati. Anzi i termini appropriati sarebbero guerra o conflitto armato internazionale. Conseguentemente, si può ben comprendere per quale ragione il Presidente russo non abbia utilizzato nessuno delle parole sancite nelle IV Convenzioni di Ginevra. Per il mero motivo che la parola aggressiva guerra non sarebbe approvata dal suo entourage governativo. E il senso del termine giuridico conflitto armato internazionale potrebbe non essere inteso da alcuni membri dell’enclave putiniana.

Va anche aggiunto che tale operazione speciale di carattere militare, anche se nella realtà dei fatti è una guerra a tutti gli effetti contro la sovranità, l’integrità e l’indipendenza di un altro Stato Non deve avere un periodo lungo. Ma relativamente di una durata breve che dovrebbe portare all’esito di un eventuale successo. L’annessione della Crimea, ad esempio, è, secondo il punto di vista russo, un’operazione per l’allineamento crimeano.

Mosca e l’informazione

Dall’inizio del conflitto russo-ucraino, il Cremlino infatti avevo disposto che i mass-media non dovessero usare la parola guerra. Ma la dicitura operazione militare speciale, che ha come obiettivo finale la smilitarizzazione dell’Ucraina. Anche perché se qualche giornalista in Russia dovesse usare la parola guerra rischierebbe l’incriminazione e il carcere. Volente o nolente, le autorità russe sono tenuti ad adempiere all’applicazione delle norme del diritto internazionale dei conflitti armati in questo braccio bellico con l’Ucraina. Ed essere pronti ad assumersi le responsabilità delle sue continue violazioni.

Mosca accusa l’Ucraina di genocidio

Altra distorsione putiniana riguarda la questione del genocidio. In base alla quale l’Ucraina veniva accusata di compiere un vero e proprio crimine di genocidio nei confronti degli individui di lingua russa nelle repubbliche separatista di Donetsk e di Luhansk. Nel 2014 la Russia aveva avviato un procedimento penale con l’accusa di presunto crimine di genocidio nei confronti delle popolazioni filorusse nei territori orientali dell’Ucraina. Chiaramente, visto che il corpus delicti di questo crimine non incornicia le etnie linguistiche, il reclamo di evidenziare la commissione del crimine di genocidio nei riguardi delle persone che parlano la lingua russa può ritenersi non inquadrabile e non corretta.

Mosca aggira le decisioni ONU in base ai suoi interessi

D’altronde, la Russia non ha alcuna giurisdizione di tipo penale in relazione al crimine di genocidio. Che viene posto in essere all’estero, sebbene tale giurisdizione spetti solo allo Stato territoriale e alla Corte penale internazionale. L’estensione extraterritoriale, pertanto, di tale giurisdizione, che ha come fine quello di proteggere i cittadini legati dall’etnia linguistica, non può combaciare con il diritto internazionale. E la stessa Ucraina potrebbe reclamare come una violazione del diritto internazionale generale stesso.

Il ricorso dell’Ucraina

Anche le autorità di Kiev hanno posto dinanzi un analogo argomento. Presentando il ricorso contro la Russia alla Corte Internazionale di Giustizia, negando le accuse di genocidio. E asserendo che le autorità di Mosca non hanno prove  per poter agire in e contro lo Stato ucraino. L’Ucraina ha, inoltre, sottolineato come la Russia abbia ridotto la Convenzione relativo al crimine di genocidio a coriandoli.

Le forzature di Mosca

Si comprende chiaramente che le autorità di Mosca, con concetti errati per motivare la propria condotta aggressiva nei riguardi dell’Ucraina, stanno forzando l’architettura del diritto internazionale. Unicamente per fuorviare sia i propri cittadini, sia quei pochi Paesi che sono dalla parte della Russia.

Se Mosca mettesse via l’orgoglio

Tuttavia se la Russia stessa, anziché distorcere il diritto internazionale, oltre a mettere da parte il suo troppo orgoglio, si impegnasse a mettere il Diritto in pratica, di certo l’attuale conflitto bellico che vede, purtroppo, molte vittime innocenti, potrebbe spegnersi.Facendo prevalere il buon senso e la ragione.    

Tags: articolo 51 della Carta dell’ONUcorte costituzionalegenocidiomoscaonuputinucraina
Giuseppe Paccione

Giuseppe Paccione

Esperto in diritto internazionale e dell'UE, analista di politica internazionale, collaboratore della testata giuridica diritto.it. Ha pubblicato una serie di monografie come "l'asilo diplomatico e caso Assange", "Un Mare di Abusi: la vicenda dei due marò nel diritto internazionale"; "La lotta all'Isis e al terrorismo con l'uso legittimo della forza"; "Soccorso in mare nell'ottica del diritto internazionale (prossima uscita). È coautore di alcune pubblicazioni.

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