Danny Boyle’s Ink è il film d’apertura dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, in prima mondiale in concorso in Sala Grande. E la scelta non è casuale. Il film racconta l’acquisto del quotidiano britannico The Sun nel 1969 da parte di Rupert Murdoch e la trasformazione dell’industria giornalistica britannica, un tempo ingessata: ricostruisce l’acquisizione di The Sun nel 1969 e la trasformazione dell’industria dei giornali.
La trama è precisa e potente: la storyline si concentra sul magnate Rupert Murdoch che assume l’editor Larry Lamb per trasformare il The Sun in una macchina da guerra mediatica populista. È la nascita del tabloid moderno. È la disruption della stampa tradizionale molto prima dell’era digitale. Non è un film storico, è una finestra aperta sul presente.
I tre attori principali di Ink:
Jack O’Connell è Larry Lamb. Ha 36 anni e qui fa il direttore del Sun, ex Daily Mail, l’uomo che deve inventare un linguaggio nuovo. O’Connell, che molti ricordano per Sinners, è perfetto perché ha quella faccia operaia, sporca d’inchiostro.
Guy Pearce è Rupert Murdoch. 58 anni, australiano, freddo, magnetico. Pearce è Murdoch, l’imprenditore australiano il nuovo editore e magnate dei giornali che diventa il nuovo proprietario di The Sun. Lui è un imprenditore che ha capito prima di tutti che le notizie non si vendono, si costruiscono.
Claire Foy è Jules Davies. 42 anni, ed è la chiave del film. Non è un personaggio reale, è una reporter fittizia che è un amalgama delle reporter donne che lavoravano nella famosa Fleet Street dell’epoca. Foy, che tutti ricordano per The Crown, qui è l’unica donna in una stanza piena di uomini che fumano e urlano, e tiene testa. Il suo personaggio è inventato, ma è il più vero di tutti.
Perché il giornalismo è in scena, prepotentemente
Non è un caso che Venezia apra con questo film. Ink arriva in un momento in cui il mondo intero si chiede cosa sia diventato il giornalismo. Il film è adattato dall’opera teatrale di James Graham, che ha anche scritto la sceneggiatura per il cinema della sua opera del 2017.
Boyle lo ha detto chiaramente in conferenza: Era importante per noi che il pubblico si sentisse complice. Ed è questo il punto. Il film non ti fa guardare Murdoch da lontano. Ti fa sedere alla scrivania con lui. Ti fa capire perché quel tipo di giornalismo populista ha vinto. E perché continua a vincere.
Netflix lo ha capito prima di tutti: ha acquisito i diritti nazionali e per l’America Latina del thriller Ink prima ancora del debutto a Venezia. Perché sa che è un thriller, non un biopic. Un thriller su come si costruisce il consenso.
Boyle, il battesimo a Venezia
E poi c’è lui, Danny Boyle: è la prima volta che un film diretto da Boyle viene proiettato a Venezia. Lui stesso lo ha detto con l’umiltà di chi ha vinto un Oscar per Slumdog Millionaire, ma sa cosa significa arrivare qui: è il suo battesimo.
Ink in contemporanea con Clooney

Ieri ho visto due situazioni diverse, nello stesso giorno. Clooney che si siede tra i fotografi a suo agio, saluta il suo pubblico. E i tre attori di Ink che mantengono una linea diversa, perché sanno che il loro film non ha bisogno di show. Ha bisogno di essere letto. L’intento è presentare un film dove editore, direttore, caporedattore, sono un gruppo, che creano una svolta. Se Clooney era il cuore della Mostra, Ink è stato il suo cervello. E il cervello, in questo momento storico, fa più paura del cuore.
Il giornalismo non è morto
Si è solo trasformato nel 1969, quando Murdoch ha comprato un giornale in perdita e lo ha trasformato nella cosa più potente d’Inghilterra. Boyle ce lo racconta senza giudizio, ma con una domanda che rivolge al pubblico che applaude: quanto siete complici, di quel giornalismo che a volte infastidisce?













































































