Ieri è entrato in scena il secondo film italiano in concorso alla mostra del cinema di Venezia. Il regista trentino Andrea Pallaoro, ma da circa vent’anni residente negli Stati Uniti ha presentato il suo “The echo chamber (tradotto “la camera dell’eco”, dove le idee di una persona o le opinioni non vengono contraddette bensì confermate in toto). Pallaoro già presente a Venezia con “Medeas” (2013), Hannah (2017) con il quale Charlotte Rampling vinse la Coppa Volpi come miglior attrice e il più recente “Monica” (2022), in questa occasione narra una storia che si avvale addirittura dell’ultima sceneggiatura scritta dal grande Bernardo Bertolucci quando era già molto ammalato.
Pallaoro e la sua ispirazione
Non è un caso che sulla trama di questo film soffi il vento del famoso “Il conformista” dello stesso Bertolucci con Jean Louis Trintignant. In effetti è lo stesso Pallaoro a dire: “Quel film lo vidi per la prima volta quando avevo vent’anni e rimasi folgorato dall’idea che tutti possiamo volendo scendere a patti con la nostra coscienza”. Con questo film, tra l’altro Pallaoro ha fatto ritorno in Italia per girarlo, avvalendosi di un trio di attori superlativi come Luca Marinelli (già premiato con la Coppa Volpi nel 2019 per “Martin Eden”) , Alicia Vindaker e soprattutto la presenza dell’immensa Susan Sarandon, messa in un angolo dal cinema statunitense per i sue idee sul presidente Trump e sulla Palestina.





La storia raccontata da Pallaoro

La storia vede protagonisti Leo, un produttore discografico, con problemi di droga e in particolare con dolori alla schiena che lo torturano quasi continuamente e Anna, una brava fisioterapista che spunta da un luogo improvviso, in grado di curare il malessere di Leo dapprima con massaggi e forti iniezioni a base di antidolorifici e poi con l’amore e soprattutto la passione. Una passione che, però, come anche nel film di Nanni Moretti va e viene, si prende e si lascia creando quasi una sorta di “tormento dell’impossibilità amorosa”, un qualcosa di inarrivabile ma fino ad un certo punto. In questo punto si differenzia dal film di Moretti perché la “passione” in questo film di Pallaoro rispecchia in un certo senso la “dipendenza”. Dalla droga, dai farmaci e forse dall’amore stesso.
Un cast fenomenale per Pallaoro

In tutto questo scorre la voce di Ava May (Susan Sarandon), che fa riemergere il tempo e con esso tutti i ricordi e il dolore. La memoria di tutto torna a galla con quella voce, un’eco che risulta come una presenza che emerge da un’assenza. Sotto un certo aspetto se una relazione, una storia d’amore viene ad esaurirsi, non è detto che tutto scompaia all’improvviso.
Le persone che restano presenti

Le persone che hanno vissuto questo amore, seppur tormentato, restano presenti dentro ognuno di noi, ovviamente il tempo presente, la quotidianità cambia. Durante il film, dove lo spettatore si trova di fronte soprattutto a delle domande e non a delle risposte c’è un momento molto importante quando Ava May (Susan Sarandon) si rivolge a Leo (Luca Marinelli) domandandogli che rapporto ha con i suoi defunti e con i suoi relativi fantasmi. Fa finta di non vederli o li accoglie?” “Io” prosegue Ava – “li accolgo” e con questa domanda e risposta spiazza Leo ponendolo di fronte alla realtà dettata dalla presenza e dai distacchi maturati nel tempo. Subito dopo Ava, una cantante molto particolare intona la canzone “Call my name”, scritta da Clement Ducol, autore e premio Oscar per il film Emilia Perez. In questo frangente l’applauso in piedi è d’obbligo!
Regia: Andrea Pallaoro. Cast: Alicia Windaker, Luca Marinelli, Susan Sarandon. Produzione: Italia. Anno: 2026. Genere: drammatico. Durata: 2h05 minuti











Tutte le immagini e i video sono della nostra inviata all’83° edizione del Festival del Cinema di Venezia Barbara Pigazzi per https://www.enordest.it e tutte le foto e i video sono protette dal diritto d’autore- https://animicaportraits.com/











































































