Il platano che ogni sera al tramonto vibra come un polmone pieno di suoni naturali, foglia contro foglia, foglia contro ramo, rami contro rami, emette quasi uno schiamazzo quando quella specie di concerto arriva al diapason. E quel momento coincide con gli ultimi, estremi raggi del sole, che vanno in alto come il fascio ardente di un faro marino. Gli ultimi istanti di un giorno che finisce. L’albero si trova in testa a un filare che segna la via Umbra, e, chissà per quale motivo, è il solo così chiassoso, e sempre sul far della sera estiva.
Quegli istanti colti dalla finestra

Ma è una pianta creatura buona, ospitale, normalmente silenziosa: e così lo vede il signor P. dalle sue finestre quando va alla sua preferita, la grande finestra aperta sul golfo che lo sguardo coglie nella sua geometria di ombre orizzontali e punti luce, laggiù dopo il Parco e le Mura storiche. Lo stormire di vegetazione in salute, febbrile e continuativo, quasi ossessivo, si fonde e si gonfia a dismisura quando vi si aggiungono le voci degli storni, più di trecento (li ha contati) che si tuffano velocissimi come frecce tra le fronde dopo i loro voli sincronizzati sui colori del crepuscolo. E’ il loro chiasso una specie di colonna sonora, è la musica dell’estate, questa “estatica stagione di calori e di colori” come dice poeticamente il protagonista di questo racconto.
Il collezionista di istanti

In effetti, il signor P. è una persona poeticamente interessante: è infatti un collezionista o, se si preferisce, un catalogatore di fenomeni naturali. Proprio così: dalle finestre del soggiorno di casa sua, sempre da quell’identico punto di vista fisso, ogni sera segue l’uscita del sole dal suo campo visivo, mentre scompare dietro l’orlo delle colline blu a destra del faro di Capo Roccia. Questa sua passione – ma si può chiamare ormai ossessione – lo fa classificare al primo sguardo come un catalogatore di effetti, anzi un catalogatore di eventi effimeri, che – poi – sono gli istanti che “segnano” i giorni.
Ma lui ignora queste nostre definizioni del suo agire quotidiano: sì, lo fa anche d’inverno, quando il bel platano ha perduto il suo rigoglio e sta lì silenzioso; cioè, nella mente del signor P., quando è “disabitato”. Lui non lascia passare un solo giorno, cioè un solo tramonto, come volesse verificare l’esattezza del creato, ma in realtà per qualcosa di (troppo) personale. Una volta, che si è dovuto ricoverare all’ospedale, ha portato con sé la macchina fotografica e anche da quelle finestre è riuscito a non perderne più di tre su dieci giorni.
Quegli istanti collezionati in una macchina fotografica

Resta il fatto che ha accumulato una grande collezione di immagini e che la arricchisce senza (ancora) porsi il problema della sua destinazione. Oggigiorno, dopo anni, il suo scopo è tirar sera per fotografare il tramonto: inquadratura/scatto, inquadratura/scatto, fino a tre immagini. E di quell’accumulazione bulimica non può farne a meno: prigioniero di una passione, che è un ricordo: lo sfondo, ogni sera variabile, di un “soggetto” perduto. E l’età avanzata non gli toglie il ritmo.
In realtà, è il tempo il suo soggetto sottinteso: lui vuole catturare i colori degli “attimi discendenti”: espressione coniata da lui stesso. Ma c’è un altro sottinteso nella sua esistenza, come si vedrà. Infatti, c’è un documento che chiarisce l’origine di tanta determinazione: un diario, in cui sono registrati il giorno e l’ora dell’inizio della sua collezione. Monotono come il tic-tac di un orologio, quel diario potrebbe però avere un valore – come dire? – antropologico. Ma non rientra nel nostro compito narrativo.
Istanti immortalati con una polaroid

Per catturare i tramonti – per fortuna sono lenti e il mare li sdoppia là in fondo – il signor P. usa una Polaroid vecchia, ma tutt’ora integra, che è, beninteso, una specie di reperto (…”come me” ironizza lui quando è un po’ depresso). E’ vero, la macchinetta è come lui – ovvero, lui è come lei, la sua macchinetta fotografica – istantanea. Anche lui, volendo approfondire, è simile a uno strumento obbediente a un impulso (sì, insomma, a un comando psicologico). Perché il signor P. con la mente vive qualche passo fuori dal tempo corrente, ai margini del presente, “fuori corso” eppure ancora vivo lui e viva lei è diventata come una persona, dai meccanismi delicati, una specie di creatura, insomma, che lui chiama Gioiellina. Questo perché è stata – ma è nel presente – la mediatrice fra lui e un fantasma di cui è innamorato.
Istanti e solitudine

Non per caso, in quel nome, il nostro personaggio dalla bizzarra abitudine serale è invischiato come una mosca in una ragnatela: ogni sillaba, ogni lettera (e sono otto in tutto) trascinano indietro la memoria, un riflusso temporale in piena regola, a quando c’era una signora P.; a un giorno-cellula che ha dato inizio alla sua solitudine. C’è stata una sposa e si chiamava Gioiella, l’altra metà di lui, “anzi i due terzi di me” confida oggi al solo amico che gli resta….
Quando erano in due, lui la “sentiva” come se lo avvolgesse, come un abbraccio di vento o, a volte, come paesaggio domestico (ahi ahi…) e la fotografava ogni giorno, esattamente, immancabilmente ogni giorno alla stessa ora – lei consenziente o amorevolmente succube – quando la luce si ammorbidiva e trascolorava nei toni esuberanti del tramonto che si riflettevano sui muri della stanza come velature. La sua caccia agli “istanti che cadono”, simili a meteoriti nel vago sopravvivere quotidiano, esigeva la partecipazione di un altro da sé, di un co-protagonista del paesaggio e del tempo.
Istanti che non moriranno mai

L’aveva scelto, quel punto preciso dell’appartamento, perché gli era sembrato un set perfetto per esercitare quella sua curiosa arte di ritrattista domestico; un set armonioso, però, perché in equilibrio fra la casa e l’esterno, fra loro due e il mare senza fine. “Da qui all’eternità”, aveva pensato, ma era soltanto un’eco del film con quegli attori americani…La signora P. – cioè Gioiella Bini, da ragazza – si è spenta a quell’ora esatta in cui il sole rilancia il suo ultimo respiro di luce e si dice che “il giorno muore all’orizzonte”. Per il marito, un’ora ferale che ha trafitto con il suo aculeo disumanizzante il signor P. lasciandogli una perpetua cicatrice sull’anima.
Istanti che restano

Ma, a quel punto fatale, lui aveva già scattato migliaia di istanti/istantanee, cioè quasi una vita specchiata in quei volti interrogativi e in un esterno variabile: già la stanzetta, quella dei bambini che non erano mai nati traboccava di lei moltiplicata per mille come in uno specchio frantumato e riempivano tutte le pareti come se le immagini avessero messo radici e fiorissero appena si accendeva la luce. Una visione per altri insopportabile, ma non per lui, che ne riceveva l’urto negli occhi fin giù nell’anima o quel che era. Lui, a dire il vero, coltivava quello spazio cubico “piantandovi” ogni sera da una a tre istantanee – a volte cinque.
Quegli istanti che la mente non controlla

Qualcosa di misterioso, a quel punto del giorno, è scattato nella sua mente – gli invisibili relais del cervello – e, come ubriaco, è corso a prendere la Gioiellina e si è appostato alla finestra: il soggetto era ancora “caldo”, i colori una sinfonia, lo spazio un’aurora di luna, e ha cominciato a scattare furibondo fino a consumare tutta la pellicola.Stasera, aspettando il futuro, cioè domani e poi l’oltre domani e l’ignota catena delle giornate con le loro notti, il signor P. ascolta a lungo l’intero concerto del platano, la sua concreta musica di foglie e di ali; e le voci degli storni sono come i brividi d’aria che annunciano la notte sulla pelle delle braccia e più giù, nell’oscurità del cuore.
Due limoni

(poesia)
Dove aleggiava il profumo,
la terrazza esposta a mezzodì,
ora si espande il ricordo. Ma, tu dici
guardando la tua fotografia,
quei limoni non sono natura morta.
La transizione dalla pianta
al cestello di vimini, è stata uno schoc,
ma l’immagine che mi mandi
è un volo dal vegetale, dono di luce e aria,
all’eterna stagione dell’arte.
La terrazza ricorda il colore
di quei frutti staccati e altri ne sogna.
Non si muore mai del tutto, dice il poeta.
Anonimo 26












































































